Una notte del ’43, Bassani

marzo 1, 2020

Quando Pino Barilari si presenta nell’aula del tribunale, il lettore reclama vendetta. Ma il farmacista come la puntura di uno spillo in una vescica gonfia d’aria, aveva risolto in nulla l’enorme tensione generale.

E quindi chi legge si libera della retorica partigiana, la divisione tra buoni e cattivi. Improvvisamente guarda in faccia la realtà, come funziona. I fatti pubblici si scontrano con i fatti privati, oppure vanno a braccetto. Se Barili avesse testimoniato, sarebbe saltato anche il proprio mondo privato, e non avrebbe più fatto finta di non conoscere le intemperanze della moglie. Ha preferito tenere gli occhi chiusi, e accettare un utile equilibrio. Ma se la cecità è la cifra distintiva di Pino Barillari (ha contratto un matrimonio cieco), alla fine della vicenda, si apposta dietro la finestra di casa armato di binocolo e richiama l’attenzione dei passanti sotto casa. In questa relazione più materna che maritale, Barili non vuole perdere Anna. E se la tiene fin che può, sprezzando ogni senso di giustizia, salvando un criminale responsabile dell’eccidio di undici antifascisti.

Le parole sputate in faccia guastano i falsi sentimenti. Scrive Bassani, servendosi del discorso indiretto libero: C’era proprio bisogno di dormire assieme, per volersi bene? Lui non ci aveva mai tenuto molto, del resto, anche prima della malattia: da pensare anzi che in certo modo fosse contento, allora, di tornarsene nella cameretta dove stava da ragazzo… No, due potevano benissimo dormire insieme, eppure non amarsi affatto!