
Se c’è una ricerca, quando in prefazione si scomodano i presocratici e Ligeti, questa è rivolta ad una metafisica. Prima della voce, prima del ripetersi di qualunque fenomeno: il mare, il fuoco, l’acqua. Prima dell’ombra la luce. Ma tutto scorre e nulla è. Il sentimento equivalente è già un classico della filosofia greca e della fenomenologia. Archiviato dunque il supposto concettuale, è possibile cavare senso al solfeggio di fonemi a cui la poetessa affida la sintassi – l’elegante susseguirsi di misure ritmiche. L’attacco è il tema, l’impianto armonico da cui scheggiano i suoni parola. La voce non è monodica: c’è una posizione dell’io e c’è una realtà fenomenica per cui la parola ridisegna i confini: stare dentro e guardare da fuori. Almeno canone, a cui si aggiunge una terza voce, gli altri.
Ma dal tutto, da cui né storie né città si riflettono, galleggiano stupefazioni e rassegnazioni nel mare della natura.
“il carattere aggressivo per le scosse / continue le eruzioni sputata dritta / dritta dal camino centrale un delta / rovesciato senza acqua o troppa? / fiore rosso e tutti pallidi assorti / nell’indifferenza di fronte al sonno / come si dispone il buio in cielo è / una imposizione di tenerezza“
Il participio come nelle lingue antiche allunga il dettato, e l’attacco iniziale sciama, omette il predicato verbale fino alla cadenza sentenza: il buio è una imposizione.
Le sentenze ci sono. Un dire come è e cosa è, nonostante le premesse e la lontananza abissale tra voce e voce natale, tra dire ed emissione di fiato.
“Teniamoci leggeri teniamoci / al tuo capo santo rotoliamoci / la risposta è nessuna domanda: colonizzare la lingua devastarla /andare a sopravvivere su un altro / pianeta natale e devastarlo / e sciamare via e via così”
Ma anche esortazione, definizione, perdizione salvazione accalorata. Poesia che è gestualità di litania, implorazione, allocuzione eccetera, tutto quanto possa esserci di religioso verso un’entità, una oltre – natura definitiva, da cui si fiorisce o in cui marciamo. Poesia performativa che non sta più nella carta. È voce. Un solfeggio o salmodiare, sintassi ritmica procedendo per cumulo o sovrapposizioni. Il movimento attacca da un’inerte osservazione – il fenomeno – e sfora la comunicazione, s’impunta sullo scarto tra significato e significante, i gradienti dell’imbarazzo. Nulla è, tutto scorre. Posizione razionale nell’edificare l’architettura, ma istintiva nel dare voce all’insofferente nulla di cui si toccano fantasmi. La scrittura è moto – agogica – che cuce il prodigio detto male.
È anche verosimile che provare l’insignificanza col significante sarebbe un gesto da musicisti puri e convinti, oppure poeti arrabbiati per l’inerte spinta, spinta silenziosa inerte morta, delle parole. Le parole non sono tasti che suonano. Stanno ferme, non reagiscono. Le parole morte sono già sulla carta non pentagrammata appena dopo pronunciate in stato di panico abbandono. E questo oltre umano allora, così facilmente suggerito nell’illusione della natura sonora della musica, non c’è mai stato nella parola. Il morto sepolto – il porto sepolto – e dissepolto, marcio. Il biancomangiare nella clausura di mandorle è beatitudine da giuda. Nulla è, nulla si ripete, tutto è adesso, era adesso, già copia ricopiata. Il vizio intellettuale dei performer, la sindrome da Sergiu Celebidache che negava alla ripetizione registrazione la propria arte, quando Glenn Gould, viceversa, negava perfezione all’invasamento al gesto hic et nunc delle frecce di Apollo.
“la sbocciatura tra pachino e peloro / non contempla ipotesi evolutive / non è neppure una sottovariante / e se ne frega dell’impossibile / puoi ripetere? è il primo passo / falso verso l’eternità”
Ben strano – oggi non più – modo di fare poesia negando allo strumento – la parola – significato. Se l’operazione è condotta con arte, l’arte del metro e della tessitura sonora, il progetto concettuale suggerisce quanto meno un interrogativo: perché parlare di ciò di cui non si può parlare? Al silenzio è confinata l’epifania, anche se di essa rimangono i segni del tempo, le schegge di selce, i falsi paradiso del gusto, le visioni che non afferrano. La vita – la sua espressione – sciama a perdersi. La poesia, liberatasi da un io autobiografico vive nel suo pre-significato, come evocazione e negazione: quindi come momento performativo? La poesia si fa discorso musicale la cui semantica è l’impossibile significato. Cioè frustrazione da pentagramma, le cui note non significano nulla se non il loro ri-suonare nell’ascolto.
(Giulio Traversi)
