Una lettura di Zanzotto, dalle prime poesie di Dietro il paesaggio e Vocativo fino alle Ecloghe, non può non avere come sottinteso la frequentazione diretta — sul testo, non sulle dicerie da manuale o sul passaparola che, di generazione in generazione, stabilisce i canoni letterari — di Gabriele D’Annunzio, e in particolare dell’Alcyone.
Il dialogo con la natura, in D’Annunzio fervido di pose, miti, metamorfosi e trasfigurazioni, in Zanzotto — poeta di paesaggio, ma di un paesaggio già mentalmente ferito — si incrina. Prendiamo la parola “sole”: in D’Annunzio è ancora vettore poetico di energia, rinascita, forza; in Zanzotto, e non bisogna stupirsene, rastrella sogni, illusioni, pulsioni, fa man bassa d’aridità.
Se interroghi la terra, il ciel risponde: se favelli con l’acque, odono i fiori.
In Zanzotto questo dialogo con la natura non è più possibile nella sua innocenza. La natura non risponde più come totalità armonica; balbetta, devia, si deforma, oppure restituisce al soggetto la sua stessa frattura.
Fino al celebre componimento de La Beltà:
Mondo, sii, e buono; esisti buonamente.
È un vocativo scanzonato, quasi come quello di un padre rivolto a un bambino, che sa già di non essere ascoltato.
L’esperienza che Zanzotto ha del paesaggio è, in fondo, la nostra esperienza quando proviamo ancora a scriverlo. Per questo risultano spesso vuoti i versi dei poeti che continuano a cantare i muretti a secco, l’ulivo, il mare, senza prendere le distanze da queste parole belle, consunte e ormai quasi inutilizzabili. Sono versificatori che fanno parlare la bugia: il mare, l’ulivo, i muretti a secco diventano visioni pacificanti, immagini che allontanano il vuoto e declamano soltanto la speranza che esista ancora qualcosa di saldo, caldo, durevole.
Al mare, agli ulivi, ai muretti potremmo sostituire la parola “Dio”: non cambierebbe molto.
La poesia occasionale ha sostituito la messa domenicale.
La lirica di Giulia d’Anca (da Camminamento, Carabba, 2025) si sviluppa attorno al tema della febbre d’amore. Amore atopico è un’espressione intrigante. Presuppone, per inverso, la possibilità di una definizione ben precisa di questo sentimento: una regola che governi Eros; oppure rimanda a una reazione incontrollata e fuori norma. Ma la reciprocità del sentimento, pur accettata, subisce una deformazione.
In foto, la prima stanza della canzone CXXVII di Francesco Petrarca. Qui si intrecciano, come in un indice, i grandi temi dell’esperienza amorosa: l’ossessione del pensiero, la ricostruzione del passato, la rimembranza, la scrittura come rimedio dell’anima. L’amore è battaglia, il mondo si inclina nella direzione del volto di Eros, e l’amata, nel suo bel viso, è sovrana del corpo e dello spirito dell’amante.”
Il brano in foto tratto da Zagare e segreti di Enzo Cannizzo (Ensemble, 2024) ha un tono tragicomico e surreale. Ciccio Rambo Due è quasi una figura mitologica di provincia, tra il grottesco e il poetico. La scena è costruita con un crescendo teatrale. Ciccio Rambo Due trova finalmente il coraggio di farsi biondo, indossare la sottana della madre, i tacchi; si mette alla guida del suo trattore e raggiunge il palco in cui si esibisce Anna Oxa. Raggiunge il palco e strilla a squarciagola Non voglio mica la luna. Ciccio infine piange. Il gesto di Cicco è una performance pubblica ma anche un atto liberatorio che si scontra con la suscettibilità della cantante e gli interessi materiali della famiglia. Anna Oxa interrompe quindi il concerto, gelosa degli applausi, e pretende di essere ugualmente pagata. Il sindaco sconvolto è colpito da una colica renale. Ciccio Rambo trionfa e ci fa ridere. Ma il finale è amaro, ironico. Invece di essere riconosciuto per il suo momento di gloria, Ciccio viene dichiarato pazzo e i parenti si spartiscono i beni, riportando tutto a uno dimensione terrena e materiale.
Questa poesia di Pietro Russo (Tutte le ossa cantano la canzone d’amore, Pequod, 2024) intitolata Essere Roberto Baggio sembra riflettere sul concetto di perdita e redenzione, attraverso il simbolo di Roberto Baggio, una figura iconica non solo per il calcio, ma per la vulnerabilità umana che rappresenta.
L’incipit evoca l’idealizzazione di un uomo, un eroe sportivo, che poi si rivela fallibile. Roberto Baggio simboleggia la perfezione, ma anche il fallimento. La metafora della traiettoria (daPasadena al gelo del cosmo) richiama un evento specifico, il famoso rigore: la palla che vola ben oltre la traversa della porta. Il poeta sottolinea l’impatto emotivo di quel singolo gesto sportivo. Lo scarto tra questi due mondi – la terra da cui poter volare e le regioni artiche del fallimento – amplifica il senso di smarrimento e isolamento. Sono trascorsi trent’anni da quel rigore contro il Brasile, da quell’epocale goal mancato, che ha marcato l’esperienza del calciatore Roberto Baggio, ma anche dello spettatore italiano.
Nella seconda strofa il fallimento ha un sapore provvidenziale. Abbiamo provato a cercare un significato all’assurdo – un dio che sbaglia platealmente. Il processo di crescita e accettazione viene descritto attraverso un linguaggio intimo e corporeo. Abbassare gli occhi è forse un gesto di vergogna, ma anche di umiltà e introspezione. Ci vuole equilibrio tra gravità e stelle, scrive il poeta. È un’immagine potente, indicando la tensione tra la realtà tangibile e l’aspirazione al cielo, limite e infinito. Il verso conclusivo offre un senso di speranza e conforto. La rete inviolata ci fa sentire meno soli quando siamo noi dinanzi a un bivio temendo un passo falso. La rete può essere interpretata anche come una metafora di sostegno e accettazione; oppure una promessa di salvezza – resistenza, dopo la caduta.
La poesia unisce un’immagine iconica collettiva, Baggio e quel rigore a Pasadena, a un’esperienza personale di fallimento, crescita e redenzione. Nonostante le cadute, c’è una rete – la solidarietà e la pietà – pronta a sostenerci. Il poeta, all’età di otto anni, come tanti di noi, si è immedesimato in chi ha sbagliato. Il nostro gemello, riflesso atemporale di noi stessi, ci ha insegnato come perdere nell’umiltà.
La poesia è stata letta dall’autore la sera del 26 gennaio in occasione di un reading del Centro di poesia contemporanea di Catania. Tra i partecipanti, anche i poeti Sergio Cristaldi e Davide Rondoni.
L’ultimo componimento della silloge potrebbe offrirci una possibile chiave di lettura dell’opera che si colloca in continuità coi lavori precedenti della poetessa: il ricordo di un’età – chiamiamola antica – serve da uncino, arpione, quando il mondo va nella direzione opposta. Il ricordo però è inzuppato di qualcosa di inconsolabile. Scrive la poetessa: io sto / da adulta insonne / circondata da arredi / sempiterni (segue un piccolo elenco alla Gozzano). E poi: Tutto è qui dentro / tutto è stato / sempre /…/ … anima senza pace. Il finale è sconsolato: Anche senza guardarlo / tutto quello che adesso chiami “mondo” / ti sopravviverà. Il Commiato avviene nella stanza della casa del paese, ricordando un lutto familiare. La poetessa reduce; la poesia nasce dalla consapevolezza – che bussa sordamente – di una perdita. Pesca parole e immagini da un’epoca in cui le cose erano intatte, torbide chiassose ma intatte. In Quello che chiami mondo (il tu allocutorio rivolto alla sorella ma anche al proprio doppio) ti sopravviverà. Dormi tranquilla anima senza pace: sembra che vi sia un duplice augurio; pace e conciliazione col mondo che continua a vivere dopo lo svelamento. Da questo componimento funebre è possibile trovare una postura poetica: lo sguardo di Orfeo, quando il presente è stanchezza, palude.
Se c’è una ricerca, quando in prefazione si scomodano i presocratici e Ligeti, questa è rivolta ad una metafisica. Prima della voce, prima del ripetersi di qualunque fenomeno: il mare, il fuoco, l’acqua. Prima dell’ombra la luce. Ma tutto scorre e nulla è. Il sentimento equivalente è già un classico della filosofia greca e della fenomenologia. Archiviato dunque il supposto concettuale, è possibile cavare senso al solfeggio di fonemi a cui la poetessa affida la sintassi – l’elegante susseguirsi di misure ritmiche. L’attacco è il tema, l’impianto armonico da cui scheggiano i suoni parola. La voce non è monodica: c’è una posizione dell’io e c’è una realtà fenomenica per cui la parola ridisegna i confini: stare dentro e guardare da fuori. Almeno canone, a cui si aggiunge una terza voce, gli altri.
Ma dal tutto, da cui né storie né città si riflettono, galleggiano stupefazioni e rassegnazioni nel mare della natura.
“il carattere aggressivo per le scosse / continue le eruzioni sputata dritta / dritta dal camino centrale un delta / rovesciato senza acqua o troppa? / fiore rosso e tutti pallidi assorti / nell’indifferenza di fronte al sonno / come si dispone il buio in cielo è / una imposizione di tenerezza“
Il participio come nelle lingue antiche allunga il dettato, e l’attacco iniziale sciama, omette il predicato verbale fino alla cadenza sentenza: il buio è una imposizione.
Le sentenze ci sono. Un dire come è e cosa è, nonostante le premesse e la lontananza abissale tra voce e voce natale, tra dire ed emissione di fiato.
“Teniamoci leggeri teniamoci / al tuo capo santo rotoliamoci / la risposta è nessuna domanda: colonizzare la lingua devastarla /andare a sopravvivere su un altro / pianeta natale e devastarlo / e sciamare via e via così”
Ma anche esortazione, definizione, perdizione salvazione accalorata. Poesia che è gestualità di litania, implorazione, allocuzione eccetera, tutto quanto possa esserci di religioso verso un’entità, una oltre – natura definitiva, da cui si fiorisce o in cui marciamo. Poesia performativa che non sta più nella carta. È voce. Un solfeggio o salmodiare, sintassi ritmica procedendo per cumulo o sovrapposizioni. Il movimento attacca da un’inerte osservazione – il fenomeno – e sfora la comunicazione, s’impunta sullo scarto tra significato e significante, i gradienti dell’imbarazzo. Nulla è, tutto scorre. Posizione razionale nell’edificare l’architettura, ma istintiva nel dare voce all’insofferente nulla di cui si toccano fantasmi. La scrittura è moto – agogica – che cuce il prodigio detto male.
È anche verosimile che provare l’insignificanza col significante sarebbe un gesto da musicisti puri e convinti, oppure poeti arrabbiati per l’inerte spinta, spinta silenziosa inerte morta, delle parole. Le parole non sono tasti che suonano. Stanno ferme, non reagiscono. Le parole morte sono già sulla carta non pentagrammata appena dopo pronunciate in stato di panico abbandono. E questo oltre umano allora, così facilmente suggerito nell’illusione della natura sonora della musica, non c’è mai stato nella parola. Il morto sepolto – il porto sepolto – e dissepolto, marcio. Il biancomangiare nella clausura di mandorle è beatitudine da giuda. Nulla è, nulla si ripete, tutto è adesso, era adesso, già copia ricopiata. Il vizio intellettuale dei performer, la sindrome da Sergiu Celebidache che negava alla ripetizione registrazione la propria arte, quando Glenn Gould, viceversa, negava perfezione all’invasamento al gesto hic et nunc delle frecce di Apollo.
“la sbocciatura tra pachino e peloro / non contempla ipotesi evolutive / non è neppure una sottovariante / e se ne frega dell’impossibile / puoi ripetere? è il primo passo / falso verso l’eternità”
Ben strano – oggi non più – modo di fare poesia negando allo strumento – la parola – significato. Se l’operazione è condotta con arte, l’arte del metro e della tessitura sonora, il progetto concettuale suggerisce quanto meno un interrogativo: perché parlare di ciò di cui non si può parlare? Al silenzio è confinata l’epifania, anche se di essa rimangono i segni del tempo, le schegge di selce, i falsi paradiso del gusto, le visioni che non afferrano. La vita – la sua espressione – sciama a perdersi. La poesia, liberatasi da un io autobiografico vive nel suo pre-significato, come evocazione e negazione: quindi come momento performativo? La poesia si fa discorso musicale la cui semantica è l’impossibile significato. Cioè frustrazione da pentagramma, le cui note non significano nulla se non il loro ri-suonare nell’ascolto.
San Lorenzo, io lo so perché tanto / di stelle per l’aria tranquilla /arde e cade, perché sì gran pianto /nel concavo cielo sfavilla.
Pubblicata da Giovanni Pascoli nel 1896 sulla rivista Marzocco, la poesia X Agosto inizia col pianto più famoso della letteratura italiana. Cadono le stelle, il cielo piange l’ingiustizia degli umani. Il cielo cade e inonda la notte di quest’atomo opaco del Male.
Il tema della caduta emerge dal mare delle perdite. La mancanza di un bene posseduto o solo bramato brilla la scintilla della poesia. Senza perdita non vi sarebbe gesto poetico.
L’amore innalza. L’assenza dell’amore fa cadere i corpi: all’illusione la delusione. Amelia Rosselli in Variazioni belliche del 1960 scrive:
Il poeta mette in guardia l’uomo: i mister, i master, i maestri sono ovunque a impartire una lezione di vita sociale. Ludwig ebbe la forza d’animo di fottersene radicalmente. Con stetoscopio sulla cassa auscultava i battiti azzurri sulla corda di rame, ma conosceva la sintassi del suono meglio di quanto un rabbino conosca il Talmud. Il mister è un corvo, solitamente le vene emergono in risalto, mette a bollire fino all’esasperazione il corpo dell’allievo, finché, tolta la curiosità di pronunciare la sentenza – sì, il giovane è dotato, oppure: non ne mangia – riconsegna all’inutile fiera del buon senso civile il desiderio: il master scarta caramelle. La cinghia di trasmissione, tra cielo e terra, si spezza, si spezzerà: si celebrano ricordi malsani ad ogni compleanno, oscillando il turibolo del destino. Ho studiato musica, ripete l’amica quarantenne, poi ho abbandonato. La fantasia partorisce possibili stami, una specie di vanto del fallimento, un ripiegamento nel sogno del sogno tra i sogni. Lo stesso capitava giocando a pallone: la combriccola faceva la squadra, fuori dal cerchio magico si era niente, in panchina, incompresi. La guerra contro le istituzioni – gli istituti consolidati da una sana vitalità e regolare minzione mattutina – è cominciata a scuola, in Istituti liceali del perbenismo. Lì la saggia misantropia del cattolicesimo ortodosso ha sferzato al corpo un definitivo veto: si educava alla missione sovra individuale.
La poesia non ha bisogno di musica, immagini e invenzioni armoniche: canta senza accompagnamento perché alla parola è affidato un percorso stretto, arrabbiato, stupefatto, passionale, insanabilmente malinconico, aggressivo e carnivoro. Offro all’udito non vellutate d’archi, ma significanti intersecati conditi sbollentiti e infiammati dalla visione: il sistema modale della mia povera, scarna e comunissima esistenza terrena. Lode alla semantica e alla cadenza nominale: parole dentro parole frullate dall’ingerenza di una incerta memoria. La vocazione, il talento, la rivelazione, la maestranza, l’amore, la carne, i desideri, la menzogna e l’identità. Sono queste le tematiche che luccicano tra rime e autobiologia. Campeggia l’ombra di Ludwig, seduto in un pub, l’orecchio appiccicato al woofer dell’altoparlante, quando beve un gin tonic alla menta in compagnia di una giovane ammiratrice. Solo per questa assurda barzelletta – un musicista sordo totale che impartisce lezioni di musica – ci sarebbe da invocare perdono per le tante menzogne umane, e lode per le infinite vie del Signore.
Sono versi collocati in una narrazione lunga, anche piuttosto personale. racconto le mie lezioni di musica, il mio pianoforte, la vita in condominio, le partite a calcio, la movida catanese, i cavalli al barbecù, la vita di città, i miei desideri. ma tutto questo, che è mio, è girato come la frittata in padella, perché non si bruci e questo mio e anche un ‘questo nostro o vostro’: il linguaggio poetico vorrebbe trasfigurare il privato e il meschinamente proprio, in esperienza comune. Ci provo, almeno. e quindi la poesia diventa una finestra da cui osservare l’autore ma, perfidamente, anche il lettore.
Ogni grande amore si trascina un certo odio. nel poemetto il pronome ‘io’ è piuttosto scoperto, anche se, riflettevo, non è mai quello che sembra. i primi versi del libro dichiarano una identità: eppure è una identità quanto meno triplice. C’è l’io che si guarda allo specchio, poi l’immagine allo specchio che è rivelatrice; poi ancora la dissimulazione di una vocazione, e ancora, quell’io che racconta l’imbroglio del disordine e della coscienza. Siamo almeno in quattro, e poi, infine in cinque, con me che commento!
Ogni rivelazione (folgore) sul proprio conto riporta una cifra a credito. Si paga subito oppure la cifra sarà salata, si preferisce dilazionare. Si ripone il conto nel cassetto, e si continua. Il creditore busserà alla porta, prima o poi. Chi era il nemico, che sembrava condurre verso la via torta e storta della povertà, è invece il proprio destino o carattere. Si pone quindi il problema di come fare, della propria rivelazione storta e infame, strumento di gloria e riconoscimento, integrazione. Il povero cavallo in bocca agli avventori; lo studente sognatore malmenato sulla via della scienza dal maestro. Un pianoforte che dovrebbe alitare allori, e non meccaniche aderenze.