L’inferno dei vivi

18 dicembre 2020

La ricostruzione del fatto di cronaca è esemplare. La strategia di narrazione – ellissi, reticenze, riprese, sospensioni, descrizioni, confessioni, autobiografia, intrecci di voci, un crescendo turbinoso a due voci proprio quando il turpe fattaccio criminale si rivela – è ritmo, agogica, per servire al lettore una ricca cena piccante. Il fatto di cronaca e l’iter giudiziario diventano narrazione.

I precedenti letterari, dove la narrazione è impalcatura di fatti di cronaca o storia accertati, sarebbero diversi. Dal Manzoni della Colonna Infame alla novella di Verga sui fatti di Bronte, Libertà, ricorderei pur nelle differenze I racconti di Ferrara di Bassani, e Primo Levi. Gomorra. Non vorrei sbagliarmi citando un altro Premio Strega: Albinati e La Scuola Cattolica. La narrazione della realtà entro cui si muove l’autore personaggio. E, il primo di tutti, Dante. Pure lì c’è storia, cronaca e autobiografia. Poi Sciascia, chiaramente, Le Parrocchie di Regalpetra. Un io dentro la cronaca documentata. Il romanzo della realtà. La vita che supera in eccezionalità l’immaginazione. L’impegno dell’intellettuale. E non si può non tracciare una linea di continuità: Pasolini – Siti- Lagioia, il racconto del vitalismo di una certa gioventù romana, dal dopoguerra alla società dell’immagine. Il contagio tra i livelli di società, l’alto e l’abbietto. Ma era già il citato Giovenale che riferiva di ricchi scostumati, e Petronio, benché abbia fatto muovere i suoi in città di matrice ellenica, fa ricco e osceno chi imita l’immagine dei nobili senatori di Roma, e fa parodia della morte stoica, da Seneca a Dalida. I soldi (il benessere) non sono mai stati garanzia di integrità morale. Anche i figli di papà non sono immuni da perversioni. In Giovenale e Petronio c’era però del moralismo. Qui no. L’autore vuole solo capire il perché e il come.

Ridurre un crimine così efferato e gratuito (la sentenza è chiara e inequivocabile) a una colpa di cui chiunque, per una serie di coincidenze, potrebbe macchiarsi, vorrei credere sia un modo semplicistico per avvicinare il libro al lettore. Gli individui prima di essere fenomeni di un contesto sociale ed economico, come barche in tempesta, hanno un marchio di fabbrica donato a loro dal maestro d’ascia (educazione), ed esercitano il libero arbitrio (cultura). L’inferno di Dante è popolato da anime che dell’arbitrio non seppero che farsene. Oppure di quanti, malamente servendosene, hanno lavorato per la città di Dite, quella delle anime infernali .

La città dei vivi di Lagioia è l’antifrasi del luogo della pace e del bene (Civitas Dei), anche se (o forse proprio per questo) a Roma abitano due papi. Uno sconvolgimento dell’ordine. Anche Dante percepì lo sconvolgimento dell’ordine universale al trasferimento della sede papale da Roma ad Avignone. E poi negli anni quaranta ci fu la peste a Firenze, e Boccaccio che restituì al caos ordine, usando tutta l’ingegneria del Decameron. Oggi l’epidemia del virus. E vorremmo che tanta stupidità umana, esercitata dalla malizia contro il prossimo, possa non rigenerarsi nei nuovi e migliori tempi che verranno. Stolta utopia.

Poi c’è un discorso sul cieco egoismo (narcisismo). Tutti pensano a sfangarla o dare un’immagine di sé positiva, anche quando parlano e straparlano della vita degli altri. E dal romanzo cronaca è immediato per il lettore curioso virare alle pagine Facebook di oggi, quelle al di qua del romanzo, googlare nomi e cognomi, percepire sempre quella stessa malattia dei tempi del farsi vedere e farsi sentire (a torto o a ragione). Essere attori di se stessi dinanzi alla platea dei like, foto e commenti. Inseguire l’immaginazione.
Ma cos’è la realtà a venti quasi trent’anni?
Senza un ideale, uno di quelli che è fatica e scintilla, luce e sacrificio, cos’è la realtà?