Due tre chiodi, conficcati a colpi di martello sulla parete, per farne una croce e appendervi un corpo che al terzo giorno si risveglia. È un romanzo musicale nella struttura e nella retorica, quindi poetico. Un’opera post minimalista. Materiale linguistico come lenti per osservare uno spazio e plasmare il proprio immaginario. Più che nell’intreccio e nella trama la storia si fa concreta per un accumulo ripetitivo e variato di un’unica tensione ossessione tematica: il corpo e la sua sopravvivenza. Un horror abitato da zombie e sostanze artificiali. I pochi angoli di luce che la dinamica della relazione sentimentale regala – lo scintillio della lotta d’amore – sono rabbuiati dalla compresenza di oggetti ed esistenze spente: cose che stanno dove stanno inerti per essere consumate, usate, sfruttate, svuotate di vuoto. Il cibo non restituisce più energia e vita, ma malessere e gonfiori. Tutto questo è quello che rimane dopo il trauma, dopo l’evento catastrofico.
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