a morte il postmoderno

Tu che fai cose, per cui la volontà è innocente e vittima; tu che desideri cose che non sono mai state al mondo, cose di uomini; tu che lavori in un centro commerciale e incassi la tua percentuale di pane quotidiano; tu che la mattina ti vesti da professoressa e impartisci la preghiera laica dei manuali e delle tabelline, per non credere a nulla e non sapere niente al di fuori del vano; tu che sorridi per strada e vorresti aprire una porta alla vita, dentro la vita di qualcun altro; tu che cambi amici come se cambiassi i calzini d’inverno, pur mantenendo fede nominale all’amico di sempre, se amica fosse, sarebbero due piccioni con una fava; tu che suoni dentro i teatri capolavoro e intendi per esperienza cosa sia musica e cosa rumore, che significhi avere udito oppure essere sordi per cerume addensato; tu che pubblichi libri, fai l’editore, e sai quanto sia culturalmente ignobile questo mestiere da stampante copertina e registro contabile, fabbrica di parole sugli scaffali; tu che impazzisci, hai qualcosa da dire quando vai a vedere un film di Tarantino; tu che hai perso o che hai vinto, tu che viaggi, tu che credi alla nicchia, tu che ti scopri individuo solo in bagno; tu che soffri perché hai smarrito la password del tuo social profilo; tu che della vita conosci escrementi su scaffali dorati; tu che dopo tanti anni non hai saputo dire nulla che non ti fosse già suggerito dalla moda, dalle abitudini, dalla maggioranza degli amici, da un cantante o scrittore o saggio o conduttore radiotelevisivo o filosofo calciatore opinionista barbiere professore presidente uomo d’affari santo impostore malvivente sapiente; tu che vivi come vedi vivere, adattando il tuoi dolori e il bancomat alle circostanze, c’è un prezzo differente per tutto; tu che credi di sapere e non sai e ti giustifichi col sentito dire. Tu che per il sentito dire imposti la tua esistenze in comunione con altri uomini macchina che per sentito dire programmano il fine settimana …

Tu, infine, che leggi, e sei del numero dei pochissimi, e il tuo tempo non è mai prezioso per due tre parole che smuovono il meccanismo cerebrale all’indietro, sei ancora in tempo per fare le valigie, e cercarti un buco di natura, un angolo discreto, dove stanare insetti e coltivare pomodori di stagione, sentire la connessione del verde e dell’azzurro, la molteplice famiglia degli animali, il senso pieno del nulla mercantilistico; un luogo lontano dove i ruderi s’inerpicano nell’immaginazione e la notte è un batticuore di suoni, dove posare il tuo lamento e la tua voce di felicità, come una rima al mezzo; sempre tu, spera un giorno che le nostre città diventino cenere, e l’uomo ricostruisca le caverne e le pietre di case; spera che un’epidemia salvi pochi, e nullifichi i sorrisi prestampati, una palingenesi dello spazio, l’uomo asociale platonico, la condanna a morte del postmoderno.

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