La più amata, Teresa Ciabatti

IMG_0137Appunti di lettura del romanzo La più amata di Teresa Ciabatti.

La scrittura non si regge da sola. Provate a prendere una pagina a caso, leggerla, non ha presa. Difficile antologizzare. È necessario andare indietro o avanti, perché ciò che vale non è la SCRITTURA, ma la storia. La SCRITTURA, cioè la qualità delle immagini che la scrittura dipinge sono insipide e nominali (volutamente). Ma c’è un rapidissimo flusso narrativo, ovvero una storia che non distrae. Se il romanzo ha qualcosa che lo fa leggere, questa è la storia e un senso continuo di disillusione. La disillusione, e quindi un certo distacco emotivo dalla vita: e questo colora la storia di nero.
È un romanzo nero.

La scrittura, che dico non è scrittura letteraria, ma servizio alfabetico, svolge la sua buona funzione orizzontale, quella che appartiene alla parola detta al bar, sull’autobus, davanti a un boccale di birra, in un lungo e logorroico monologo. Più una abbondante retorica strategicamente usata (cosa che manca alla parola al bar eccetera). Presa diretta. Tutto orizzontale. La trama di un film di 290 pagine. Quindi è una scrittura non letteraria (non credo si possa estrapolare un passo e indicarlo come esemplare e significativo, tanto da poter essere letto e riletto per la qualità della scrittura, quanto invece per l’eccezionale semplicità del detto tragico. È scrittura prosaica. Ciò che illumina la storia è  il ritmo, almeno fino a pagina 100, dove ho terminato la mia lettura, distolto da altre cose. L’incastro dei fatti, il punto di osservazione, la voce fuori campo che dà voce a tutti, una assenza di diffuso sentimentalismo o affettività che fa presagire sempre qualcosa che prima o poi dovrà capitare. Una lunga sorsata d’acqua, che disseta.

Una scrittura che accelera continuamente. Una sintassi di virgole e punti. La voce continua, un accumulo. Più si avvicina il colpo finale, più si va di fretta. Non c’è bello stile. No. Tutto è piegato al ritmo. La scrittrice dice al lettore: quello che importa è che tu immagini una situazione al di là dei particolari e le parole diventeranno un’onda sempre più alta finché non ti sbatterà a riva.
Saviano è più elegante, più attento ai particolari stilistici (è tutto dire, certo non sono più i tempi di Verga, giustamente!). Ma il principio è lo stesso. Non staccare gli occhi dalla pagina.
E per far questo si bleffa con la retorica dappertutto. E va a puttane l’etica?
Saviano bleffa con la retorica, accumulando crimini e misfatti, da togliere il respiro. Il fine giustifica i mezzi. La Ciabatti esagera con l’apparente nulla di una vita piena, ma le cose della vita creano l’onda. E il lettore dice, ecco il lettore dice: mizzica che storia, ma solo alla fine, a metà, a tre quarti, solo in quei tre quattro punti strategicamente posizionati, io, lettore dico: mizzica che storia.
Suspense, bombe ad orologeria. Che poi sia falsa o vera la storia, autobiografica o no, credo che importi poco a chi non conosce l’autrice col suo nome e cognome e la sua realtà.
Ma per chi la conosce, nome e cognome e indirizzo, la storia ha un altro sapore, e forse questo stile sciatto e menefreghista ha un suo perché tangibile. Forse … o forse è un bluff …

IMG_0134.PNGMa a un certo punto …
Che noia leggere queste cose!
Che noia tanti elenchi ..
Ma è una discesa di parole verso, un climax pensato in grande, e il lettore quando imbocca la prima parola, nonostante tutta la noia dentro, scivola fino alla fine. È solo questione di tempo, finché si ha tempo. Io lettore non devo pensare altro. Mi chiedo sempre: ma che succede? cosa sta succedendo? Ma se comincio a non interessarmi più di come andrà a finire, il libro non lo termino.
Antiletteratura?

E quindi basta con questa scrittura fintamente dimessa, da amica della porta accanto con laurea segreta al Dams, basta con questi elenchi insipidi, basta con questa anti-letteratura, basta con la storia a tutti i costi, basta a dover leggere e leggere, attraversare un deserto per incontrare una tragedia di cui sono state disseminate indicazioni. Vorrei ritrovare la scrittura ardua di Stefano D’Arrigo. Il bicchiere di rum invecchiato. Eppure questa velocità di enunciato, voce narrante che riporta i propri pensieri, le proprie cose, anche i pensieri degli altri, li ascolta, tutto questo in un’unica linea narrativa … chissà, riprenderò da pagine 107 dopo una sorsata dissetante di acqua minerale naturale?

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