Un po’ di qualcosa

5 gennaio 2021

In ufficio alle diciotto stacca tutto, qualunque cosa, e ritorna a casa con la MG acquistata a rate: una dozzina di mensilità addebitate sul conto corrente. A Selma piace accelerare lungo la tangenziale. Con la mano destra stringe il cambio. C’è una curva a gomito e ogni volta che l’oltrepassa pensa che quella lì è proprio una curva stronza. È stronza perché la morte è in agguato. A lei piace la sfida: accelera e sente che la macchina  potrebbe sfuggirle, buttarsi dall’altra parte e volare. La strada è sopraelevata, da lassù si apre una vista sui tetti della città: i grandi palazzi e le terrazze coi panni stesi. Grande è Catania, un mare di case. Si vede anche Ognina e la scogliera. Ma è sempre troppo tardi per starci a pensare. 

Da qualche giorno ha cambiato pettinatura. Prima i capelli erano corvini, adesso hanno acquistato dei riflessi rossastri. Dal parrucchiere va una volta a settimana, preferisce il venerdì pomeriggio, dopo pranzo. Abita con la madre e tutt’e due si fanno compagnia.

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Lunedì mattina

4 gennaio 2021

Dario in macchina, la radio accesa, le luci rosse d’arresto, in colonna. Piove e il vapore sale dal muso dell’auto. I vetri appannati limitano la visuale, i tergicristalli scandiscono la monotonia di questo lunedì mattina. Sono le otto e trenta, ma è come si fosse d’inverno. Mattina bagnata. Ogni metro più avanti Dario sbircia dentro l’abitacolo degli altri, cerca gli altri. Se riconosce gli il volto. E prova imbarazzo.

Gli occhi degli estranei non ti devono fissare.

Gli occhi degli altri non esistono finché non ti guardano.

Qualche altro metro in più, e uno con l’ombrello corre saltando una pozzanghera. Impermeabile scuro. La sigaretta accesa. Uscire dalla pioggia e bagnarsi, scolarsi, trovare riparo sotto un albero.  L’acqua scende giù come un peso leggero, non puoi muoverti, piove fitto col vapore del rombo del motore e le luci rosse e i fari nell’alba delle otto del mattino. 

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La scuola capovolta

16 luglio 2017

 Non è più la scuola di una volta, un tempo si filava dritto. Non studia più nessuno, manco i professori. I ragazzi quando termineranno la scuola, rimarranno con le pezze al culo. A che serve la scuola? Se vai su youtube, trovi tutto, e questa non è un’iperbole.

La scuola serve a far mangiare soldi pubblici. Al massimo servirebbe per dare valore legale agli esami, ma lo studio se lo possono fare a casa, con il computer, comodi, tre ore al giorno concentrati davanti al monitor, secondo me funziona. Poi ogni fine mese si presentano a scuola e sostengono gli esami.

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Bacio

1 aprile 2017

Il dito tra le tue labbra
scorre liquido e
la breve via
da qui a lì
si bea d’un morso
d’usignolo tra i pini del Gianicolo.
E ridi, piccola,
ridi dei capricci della musica.


Sole

27 marzo 2017

“Fu acquistata una nuova 41Xew0YFCHL._UX250_apparecchiatura per la produzione di ‘sole artificiale d’alta quota’ poiché le due già disponibili non bastavano a coprire il fabbisogno di coloro che volevano abbronzarsi elettricamente, il che donava un bell’aspetto alle donne giovani non meno che a quelle più mature, e conferiva agli uomini, nonostante lo stile di vita orizzontale, una magnifica apparenza sportiva, da veri conquistatori”

(Thomas Mann, La montagna magica)


La più amata, Teresa Ciabatti

15 marzo 2017

IMG_0137Appunti di lettura del romanzo La più amata di Teresa Ciabatti.

La scrittura non si regge da sola. Provate a prendere una pagina a caso, leggerla, non ha presa. Difficile antologizzare. È necessario andare indietro o avanti, perché ciò che vale non è la SCRITTURA, ma la storia. La SCRITTURA, cioè la qualità delle immagini che la scrittura dipinge sono insipide e nominali (volutamente). Ma c’è un rapidissimo flusso narrativo, ovvero una storia che non distrae. Se il romanzo ha qualcosa che lo fa leggere, questa è la storia e un senso continuo di disillusione. La disillusione, e quindi un certo distacco emotivo dalla vita: e questo colora la storia di nero.
È un romanzo nero.

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Paradiso

23 febbraio 2017

Un pomeriggio

in paradiso sono stato

e poi sono ritornato tra i mortali.

 

Il cuore sa

dove martella illusione

abita felicità.


Finalmente

21 febbraio 2017

L’odontoiatra

di cavare disse

il dente rotto.

Al responso le parole solite

hanno corso,

il prima e il dopo,

come un sacco vuoto

gonfiato e trascinato dal vento

furioso, come una serpe

che striscia e sbuca

tra il verde:

qualcosa succederà

estirpato alla radice

finalmente scomparirà.


Bullmastiff

22 febbraio 2016

Denti stretti, arcuati sporgenti. Scalpo grigio, occhiali da sole, orecchini ad anello argentati (due orecchini). Volto rasato, un tatuaggio verde e circolare nel bicipite sinistro. Come un Bullmastiff. Cranio largo, quadrato, rugoso quando è in tensione, muso corto, tartufo largo, dentatura a tenaglia, torace ampio, coda forte alla radice, portata verticale nei momenti di eccitazione.

Il suo nome è Giovanni Palumbo, ma si fa chiamare Kristos.
Kristos era sdraiato sulla pietra nera della scogliera, per abbronzarsi, modellando la schiena alla spigolatura della lava solidificata da millenni. Da millenni si va a mare a prendere il sole, la tintarella, tutti sdraiati sulle stuoie, arrampicati tra il nero orizzontale dei crateri. Cicche di sigarette ficcate ovunque come stendardi, pozzanghere d’acqua salmastra, buste di plastica qua e là tra corpi stesi, che si tuffano e risalgono in equilibrio. I ricci pungono le palme dei piedi; dallo scoglio più alto si eseguono i tuffi a chiodo, le donne hanno la maschera da sub, gli occhialini e la cuffia gialla, tanga, seni e minchie tese, vento di bonaccia: mare pulito; oppure chiazze oleose, schiuma bianca e alghe che sono qualcos’altro, a seconda dei venti e dell’ora. Esco dal mare, m’asciugo a un soffio del vicino sconosciuto di tovaglia, mentre lui osserva fisso dietro gli occhiali da sole neri la paura cane d’essere sfiorato; poi ci sono gli abbronzanti a spruzzo e a spalmo e contro il caldo il contenitore del seltz.
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Libertà

14 novembre 2014

di Giulio Traversi

UnknownPrima che tu diventassi pazza, eri una ragazza semplice e graziosa.
Da quel momento in poi hai navigato. Tutto quello che hai incontrato: isole deserte, meravigliose terre ospitali e ricche di felici presagi, non ti hanno restituito la purezza della memoria, hai vissuto morsa da una tenaglia dove il cuore batte, fintantoché non sei ritornata ed è stato un posarti stanca nella freschezza di un letto luminoso. Perché hai viaggiato per ritornare. E fuggirai ancora per non ricordare e sapere che siamo già stati nella casa del padre. Non lo sai, infliggevi trame al tuo corpo, tu che non volevi essere l’incanto del tuo specchio, tu che amavi e ti odiavi profondamente. Quanti ti hanno desiderato, hanno studiato la delicata tua giovinezza; per quella parte del mondo che ha sezionato il tuo corpo, che non ha ascoltato il tuo sogno, la palude, coltivi ora la tua indifferenza.

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