Alfieri e l’amicizia.

vittorio_alfieri(Alfieri, Vita, II, cap. XV). Mi vengono delle domande, forse contorte. Alfieri ancora ventenne e ricco si è impelagato in una storia con una donna più grande (“attempatetta”), una storia contraddittoria da cui il futuro grande Alfieri non riesce a uscire fuori, pur essendo trattato, diremmo oggi, come un tappetino, da questa “odiosamata signora”, vicina di casa, a Torino. Quindi, giunto alla risoluzione di rompere siffatto legame, Vittorio decide di trovare un diversivo. Come dimenticarla? Cerca un diversivo che lo tenga impegnato mentalmente, ma anche fisicamente. Per tenere impegnata la mente decide di scrivere, anzi completare per bene quella che sarà la sua prima tragedia, la Cleopatra; per quanto riguarda il diversivo fisico, cioè per evitare di continuare a vederla, lei che abitava a due passi dalla sua porta di casa, Vittorio chiede aiuto a un amico. Non ad un amico qualsiasi, ma ad uno di cui si fida. E qui la mia riflessione.
Di chi si fida Alfieri?
Si fida di un “amico mio coetaneo, che molto mi amava, con chi s’era fatta l’adolescenza, e che allora da parecchi mesi non mi vedea più, compiangendomi molto di esser naufragato in quella Cariddi …” Grazie a lui inizia l’isolamento del poeta sensibile al canto delle Sirene: viene addirittura legato alla “seggiola per impedire in tal modo me stesso dal poter fuggire di casa, e ritornare al mio carcere” (ma a legarlo sarà il suo servo fedele, Elia).
Ho sentito tante volte dire che le vere amicizie sono quelle che nascono durante l’adolescenza. Nei banchi di scuola, quindi; tra vicini di casa e amici di famiglia. Sono quelle amicizie più vere perché disinteressate, il cui vero legame è costituito da valori condivisi e dalla condivisione di comuni esperienze significative. Nei romanzi di Hermann Hesse le migliori amicizie sono quelle nate tra coetanei che nel tempo crescono e non si perdono.

Alfieri poteva nominare proprio carceriere un parente, una serva, avrebbe addirittura potuto pagare una specie di guardia del corpo (Elia lo è in effetti in quanto servo del padrone, e sarà lui a legarlo alla sedia, e non l’amico di gioventù, chissà perché, sarebbe troppo vergognoso chiedere all’amico un gesto di tale violenza? sarebbe come dichiarare la propria debolezza a se stesso?). Chiama questo anonimo amico, che abitava pure lontano. Alfieri dice: “Formato in me un tal proponimento (cioè lasciare la donna), per legarmivi contraendo con una qualche persona come un obbligo di vergogna, scrissi un bigliettino ad un amico mio coetaneo eccetera eccetera” Nel bigliettino egli allega la lunga treccia rossiccia dei propri capelli come pegno della serietà della richiesta, mostrando appunto che non sarebbe davvero uscito di casa tosato come un marinaio!
Che significa “contrarre un obbligo di vergogna”? Con l’amico si sarebbe vergognato davvero se avesse disatteso il proponimento, se fosse tornato dalla donna? Perché questo obbligo di vergogna non potrebbe tenere legato Vittorio a un qualsiasi altro carceriere?

È come se Vittorio dovesse mantenere intatta una propria “immagine”, e mostrarsi forte, comunque, anche nella caduta. Come se Elia fosse uno specchio su cui si riflette la dignità di Vittorio. Uno specchio che dice come si è fatti, a cui non si possono più raccontare stupidaggini (un amico, appunto, è vero per l’immagine che restituisce all’amico dell’amico stesso), ma la verità di un “passato” e un sincero “sentimento della giovinezza” da mantenere vivo. Scegliere l’amico dei tempi dell’adolescenza significa scegliere scegliere un’idea di “se stesso” obnubilata dalla passione? Non  credo che nel testo ci sia una risposta a questa domanda. Non si approfondisce il perché di questa scelta.

Io, così, come considerazione pratica, protendo a pensare che Vittorio scelga l’anonimo amico non tanto perché si fida di lui (anche, volendo), quanto perché non si fida di sè. Alfieri avrebbe potuto mandarlo a fanculo quando voleva, se avesse potuto. Non lo fa, perché non vuole tradire se stesso, una propria fierezza, una idea di uomo e di libertà. E questo, l’amico dei tempi andati, la sua sola presenza, glielo ricorda.

One Response to Alfieri e l’amicizia.

  1. Alfieri e l ha detto:

    il migliore biagio antonacci

    (Alfieri, Vita, II, cap. XV). Mi vengono delle domande, forse contorte. Alfieri ancora ventenne e ricco si è impelagato in una storia con una donna più grande (

    "Mi piace"

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