Del bestiale umano

25 dicembre 2020

Mi sono imbattuto in questi giorni in un racconto di Massimo Bontempelli, scritto nel 1940, dal titolo le Ali dell’Ippogrifo. Ruggiero, famoso paladino già nel Orlando furioso, cavalca l’Ippogrifo, o meglio è l’Ippogrifo, quadrupede augello con testa e ali d’aquila, che trasporta Ruggiero nelle superne sfere celesti. Ruggiero trasportato in cielo a piacere dell’Ippogrifo osserva dall’alto le terre emerse e l’oceano, finché non scorge un’isola. Parla col cavallo alato, pregandolo di terminare il volo sull’isola, che sembrerebbe abitata e anche ospitale. Allora l’Ippogrifo inizialmente fa di testa sua, cioè passa oltre, poi, soggiogato dalle carezze e dalle parole del padrone, volteggiando si abbassa di quota, raggiunge la terra. Ed ecco che gli abitanti non sono per nulla meravigliati nel vedere un animale volante, tanto sono impegnati nelle loro ripetitive faccende quotidiane. Solo una persona, solo una donna, strappa un ramo frondoso da una pianta, e incomincia a fare segni, e saluta da lontano. 

Questa donna dimenticherà le abitudini dell’isola, si legherà affettivamente a Ruggiero, e insieme cavalcheranno per le vie del cielo, finché una notte, l’uomo, volendo ritornare in patria, monta sull’Ippogrifo e abbandona la donna, la quale, esclusa dalla comunità in cui vive, deve fare i conti da sola col frutto dell’amore.

Si carezzò il ventre con le due mani e lo guardava a lungo sorridendo.

Termina così questo misterioso racconto.

Il sorriso di Argentina, così si chiama la donna dell’isola, mi ha ricordato quello della mia eroina, Concetta, che fattasi saggia, sorride perché il suo cavallo potrebbe aver spiccato un salto che è premessa per ogni cambiamento e libertà.

Il cavallo ha in sé una doppia natura: quella divina, che lo accomuna al vento e alla folgore; e un’altra terrestre: umile servitore degli interessi umani. E quindi l’invenzione di Ariosto – quella dell’Ippogrifo, cavalcato dal mago Atlante, poi da Ruggiero per raggiungere l’isola di Alcina, e ancora da Astolfo, in groppa del quale raggiunge la luna e l’Etiopia, regione che Diodoro siculo indicò come culla del primo uomo – questa invenzione contamina la terra col cielo. Il cavallo ha le ali, lega realtà al sogno. L’utile, il conveniente, sono circondati da un’aura di irrazionale, una misteriosa felicità dell’emozione.

E non dimentico quell’essere mitologico nato dalla terra insanguinata, quando Perseo, usando l’artifizio dello specchio, tagliò la testa a Medusa. La rappresentazione mediata della realtà, l’immaginazione e la fantasia, hanno partorito chi per eccellenza è il cavallo alato: Pegaso. Da un mostro nasce la bellezza e il sogno. Così anche il mio cavallo vive in una città tanto laboriosa quanto fittizia, cui unica occupazione – occupazione giornaliera, abitudine sostanziale – è quella di allevare quadrupedi e arrostirli, conditi con olio e salmoriglio. La passione vigente nella città dei mangiacavalli è il piacere della carne dalle virtù afrodisiache, nutre affari e gare ippiche. Lo scrittore e l’autore del racconto ha sfantasiato in questa rappresentazione, distorcendo l’ottima tradizione gastronomica, per poter realizzare un racconto e inseguire una narrazione che vorrebbe avere un’intonazione lirica. L’epica, pur nei colori marcati e contrastanti, nella vita dei suoi personaggi, che sono caratteri più che individui, esagera. L’iperbole potrebbe essere una chiave interpretativa della realtà. Pensiamo ad Achille, l’ira personificata. Ulisse, l’astuzia e la frode in carne ed ossa. Circe, il trionfo del piacere.

Thomas Bernhard, nel romanzo Estinzione, lui che di ripetizioni e di esagerazioni era esperto, scrive …

Per rendere comprensibile una cosa dobbiamo esagerare, solo l’esagerazione dà alle cose forma visibile, anche il pericolo di essere presi per pazzi non ci disturba più, a una certa età. Non c’è nulla di meglio, a una certa età, che essere dichiarati pazzi. La maggior felicità che io conosca è quella del vecchio pazzo che può dedicarsi alla sua pazzia in perfetta indipendenza.

Nel Salto del Cavalloin uscita in libreria a gennaio – ho esagerato, distorto, ciò che è un sentito dire, aggiungerei una mitologia, la mitologia che veleggia tra giovani di provincia: qualcuno riferisce a qualcun altro di aver visto affacciarsi dal balcone di un palazzo, al decimo piano… è stato avvistato un cavallo. Inizia la mitologia metropolitana. È vero, non è vero. Non si saprà mai. È folclore. Ho raccolto la mitologia equina e l’ho elevata con ironica intonazione ad allegoria letteraria. Al desiderio che tutti avremmo, sia chi è nato a New York sia chi vive in una paesino al centro del Mediterraneo, di fare un salto d’immaginazione, mettere le ali, e raggiungere l’isola del cambiamento.

E allora prende forma quella che chiamo, insieme al romanzo Ippoparty e La morale del criceto, La trilogia equina (suscitando il riso degli amici): una narrazione che, girando intorno al cavallo e alla sua metafora, racconta la contemporaneità in cerca di un grado di felicità. L’anima dell’animale è la nostra, che sogna e vola alto, guarda la luce, punta verso il sole, e non vorrebbe mai abbassare la quota del rischio, se non per approdare nella propria isola, che è quella della realizzazione di un progetto di vita.

Intersecare il mio racconto con altri più autorevoli è un modo anche di estendere consigli di lettura o rilettura. E allora, nel 1965 Anna Maria Ortese scrive un romanzo filosofico, effettivamente di non semplice lettura, avvolto da un dolce e ironico velo di distrazione. Mi riferisco all’Iguana. L’Iguana è appunto una bestiola, ma parla e pensa e fa da servetta a don Ilario, un marchese, e con lui e la sua famiglia vive in un’isola lontana.

La relazione che abbiamo col mondo animale è ambigua, utilitaristica spesso (l’animale è merce), ma può essere anche affettiva e disinteressata: una relazione d’amore puro. Così come ambigua è la relazione tra il marchese e l’iguana. Se ne innamora, e quando lo sguardo da innamorato si posa sull’Iguana, questa non è più una bestiola rozza e selvaggia, ma è la sua Estrellina. L’Iguanuccia diventa una gentile e affascinante figliolina dell’uomo: il marchese passeggia con lei, la chiama “stellina mia”, promette il paradiso. Ma ad un certo punto intervengono altri interessi, la relazione si macchia di qualcos’altro che non è più affetto, ma utile e profitto. Il marchese la allontana, rinfacciandone la bestialità. Per l’Iguana incomincia l’inferno del sottoposto.

Così anche il nostro cavallo è un animale senz’anima, il cui destino è quello di tutti gli animali: l’inferno della padella. Ma quando nasce un disinteressato legame affettivo, quello appunto tra Concetta e il quadrupede, lui non è più una categoria vivente generica, ma rinasce con una individualità, diventa Geronimo, l’ultimo capo Apache che si è opposto all’invasione del profitto nelle terre del Far west.

Lo sguardo della donna, quello di Concetta, eleva l’animale a figlio dell’uomo, e farà di tutto per regalargli un paradiso possibile.


La regina degli scacchi, Walter Tevis

22 dicembre 2020

Da questa mossa, che è un sacrificio tattico, prende titolo il romanzo di Walter Tevis, Queen’s Gambit (1983), tradotto liberamente in Italia come La regina degli scacchi. Il titolo originale ha un significato ben più sottile di quello italiano che si propone di non spaventare il lettore. Tuttavia questo rimane un libro di tecnica scacchistica.


La vita di chi vuole raggiungere obiettivi eccezionali, coltivando un proprio talento, è sempre bivalente, fatta di successi clamorosi e sacrifici letali. Chi vince, ha qualcosa da perdere. Oppure: proprio chi ha già perso tutto, ha bisogno di vincere. Il sacrificio è il pane quotidiano di chi vuole andare avanti nella vita.
Questo il nocciolo della storia, per dare senso alle cadute, agli stati d‘ansia, ai rimedi dell‘alcol, e anche a un’affettività ferita. Sarà pur vero che per giocare a scacchi bisogna essere calcolatori, e controllare le emozioni. Si gioca con regole e pezzi di legno. Chi non controlla l’emozione, perde. I russi sono i migliori, monaci della scacchiera in borghese
Nabokov, in La difesa Luzin (1964), aveva già scritto il romanzo di uno scacchista. Lì sono invisibili le partite sulla scacchiera. Anzi, per descrivere il movimento dei pezzi, si dice che il cavallo “galoppa”. Quello di Nabokov è un romanzo sul conflitto tra genio e normalità. Gli scacchi fanno da cornice. Differentemente in Tevis: la cornice, lineare e sottile, è il conflitto tra genio e normalità; il dipinto sono pagine e pagine di tecnicismi, come le perline di un rosario: tutta la faccenda (partite e tornei) sarebbe fin troppo didascalica, se non fosse valorizzata da una lingua filastrocca. Tevis trova un modo per evitare le lettere e numeri della codificazione scacchistica (Cavallo F6 per esempio) e descrive una continua litania di … pedone di alfiere di regina (che in inglese suona: queen bishop pawn) alternando per esempio con … pedone e4 (che in inglese suona pawn to king four, ovvero: pedone di re sulla casella quattro o non so come dire altrimenti), knight to king beshop three (che sarebbe Cavallo c3), cavallo di re che mangia il pedone della torre, e in questo vortice incantato, leggero e volubile, la partita ha un suono ipnotico, la scrittura trova una sua tensione di suono più che di senso. Dovremmo prendere una scacchiera, mettere su i pezzi e ricostruire tutto. Ma sarebbe un po’ troppo per i lettori di narrativa.


Come se uno scrittore raccontasse l’ascolto di un Notturno Chopin analizzando battute in tre quarti e tre sedicesimi. Insomma, un tecnicismo che potrebbe piacere agli specialisti, ma fin troppo inutile per chi vuole leggere, a meno che … le parole non siano già suono per creare tensione nello snocciolare un poema fatto di torri re alfieri pedoni e regina.

La serie televisiva che segue quasi fedelmente il romanzo (il cui finale è molto meno romantico, e più intenso) si è posto l’arcano: come raccontare una (decine) di partite di scacchi senza annoiare. Il regista s’inventa sempre un modo nuovo, usando ora l’inquadratura, ora la colonna sonora, ora un commento esterno, ora la voce di Beth, le facce, le mani appuntate sugli zigomi.

Piegarsi sulla scacchiera, tirarsi indietro, osservare increduli. Il romanzo è monocromo. Le relazioni umane rimangono nel filo del non dichiarato, sospese nell’incertezza di ogni definizione, essenziali e talvolta insipide. Ma ormai il motore della macchina narrativa è stato avviato e il lettore è dentro il giro vizioso di alcol, scacchi e tornei. Se nel film le pillole creano uno stato di illuminazione, nel romanzo servono a rilassare la ragazza che, altrimenti, non avrebbe la serenità per concentrarsi. Il tocco di fantastico è merito del regista che colorisce un personaggio un po’ piatto.
La lettura quindi scorre. E succede sempre qualcosa, anche se succedono sempre le solite cose: shopping, descrizioni di di abiti, partite amichevoli o partite con scommessa, alcol, sonno difficile, sguardi, hotel, studio, esercitazioni, le ampie sale degli alberghi, qualche slancio sentimentale subito riassorbito dagli impegni scacchistici. Per esempio: she went on winning, beating a Frenchman the next day and an Englishman on the day after. Borgov won his games also. On the next to the last day when she was playing anither Dutdhman – an older and more experienced one – she found herself at the table next to Borgov.

Tutto così, senza troppi giri di parole. Le reazioni emotive sono una scrollata di spalle, un accigliarsi, un guardare fisso. Non altro. E poi altre cose simili che si susseguono – partite, sguardi, sconfitte, ore che corrono, mosse. Tutto questo è inconcludente dal punto di visto letterario, mentre il lettore (o lo spettatore) si chiede: Beth ce la farà anche stavolta? L’impalcatura narrativa è davvero minimale, ovvero composta da poche tessere ben posizionate, che costruiscono uno spazio riconoscibile e mai contraddetto.

Ottimo esercizio per migliorare l’inglese senza tante complicazioni linguistiche (non è Nabokov, ovviamente).


Arpino, La suora giovane

1 dicembre 2020

Il romanzo è stato scritto nel 1959. La scrittura diaristica è ampiamente tradita da ampie sezione dialogate a ritmo serrato. La scelta di premettere per ogni capitolo l’indicazione del giorno mese e anno è conseguente al tono intimo da confessione. Del genere diaristico il romanzo raccoglie le potenzialità piuttosto che i limiti. Diaristico è il ripiegamento intimistico, le descrizioni. Torino sotto la pioggia, i portici, il tempo grigio, gli operai della fabbrica, la pensilina dell’autobus. Alla forma confessionale poi segue quella più narrativa che mette benzina al meccanismo della storia. Il lettore potrebbe averne troppo della sfigatagine di Antonio, ma c’è una sotto trama sentimentale. Il nostro s’innamora di una giovane suora adocchiata sotto la fermata dell’autobus, ma è già fidanzato con un’altra donna. Un storia sentimentale in declino e l’altra in crescendo.

Antonio si confessa perché vorrebbe trasgredire. È trasgressione l’amore per l’angelo. Antonio idealizza Serena. Con la donna angelo è possibile pensare un vero amore. Realizzarlo sarebbe trasgressione, l’uscita liberatrice dal dannato cerchio della società borghese. L’amore di Antonio è rifiuto della donna così come è.

La ragazza, al contrario, è tanto concreta da desiderare l’emancipazione attraverso il matrimonio. Serena vuole entrare nel cerchio magico della borghesia. Per fare questo è pronta a tutto. Ma Antonio quel treno per Ferrara non lo prenderà mai. Sarebbe una regressione. Il presunto angelo è tutt’altro che puro, porta con sé il desiderio di libertà.

Se sposi una donna più giovane di venti anni, consiglia il padre di Serena a questo Antonio maschilista e sognatore, non sarà la differenza d’età a smentire il vostro amore, ma la tua pazienza.


Ercole Patti visita la casa museo di Bellini

1 dicembre 2020

Dal Diario Siciliano di Ercole Patti le pagine datate al Settembre 1957 svolgono la cronaca di una visita al museo belliniano di Catania svoltasi in compagnia dello scrittore e amico Mario Soldati. A piedi, dopo aver percorso la via Crociferi, i due visitatori allungano fino al portone della Casa di Giovanni Verga, e poi ritornano alla palazzina settecentesca che si affaccia in via Vittorio Emanuele. La casa del musicista è diventata un piccolo museo che raccoglie piccoli oggetti, reliquie del padrone di casa, Vincenzo Bellini. Non c’è retorica, “il cortile settecentesco è zuppo di umidità”, “una donna in ciabatte indica familiarmente la scaletta che porta all’appartamento”. L’atmosfera dimessa di casa privata è la caratteristica del museo, senza i freddi tratti della celebrazione. Sembra un luogo della vecchia Catania abitata da piccoli impiegati, scrive Patti. Piccoli cimeli, segni d’una presenza invisibile (la tastiera del cembalo scoperta come se…). L’appartamento è “modesto”, pur conservando testimonianze di gloria artistica. Poi un “camerino piccolissimo”, un signore è seduto dietro la macchina da scrivere: il maestro Pastura, direttore del museo, appassionato e competente della musica di Bellini.

I visitatori si soffermano nella stanza degli autografi. Soldati canticchia qualche melodia leggendo dallo spartito. Il quaderno degli appunti musicali offre spunto per una conversazione sulla tecnica compositiva del musicista. L’unico documento che richiami un’idea di grandezza sembra essere una lettera di D’Annunzio, la sua calligrafia, una poesia dedicata a Bellini, un ampio, clamoroso e notissimo autografo.

Poi uno sgabuzzino in cui è riposta la bara con cui il corpo di Bellini nel 1876 fu riportato da Parigi a Catania. C’è spazio anche per la maschera funebre. Ma tutto questo ha piuttosto l’aria cordiale dei vecchi oggetti in disuso che si custodiscono affettuosamente nei solai di certe casa siciliane.

Questo piccolo museo custodisce una grande ma breve esistenza. Raccoglie con semplicità i resti mortali del tempo. Le analogie alla luce vivida e malinconica che invade la casa di Verga sono almeno due. Una volta fuori, la vita del Corso Vittorio Emanuele avvolge i due visitatori, un leggero odore di pesciolini fritti.

Una testimonianza malinconica e commossa. La visita al museo è ancora oggi possibile, e forse non è cambiato molto in questa piccola casa museo del 1957: piccoli oggetti, appunti musicali, manifesti teatrali, qualche lettera, dove sembra che si aggiri ancora oggi il fantasma poetico di Vincenzo Bellini.


La rovina dell’amore, su Petrarca e Franco Arminio

16 settembre 2020

Francesco Petrarca si stringe nel ricordo di Laura, quand’anche la donna sia lontanissima e pure non più giovane. Il tempo fugge, e raspa l’avvenenza. Ma il poeta s’avvolge nell’immagine di quella Laura che aveva acceso l’incendio della passione. Il sonetto XC del Canzoniere è dedicato alla rovina della bellezza (così scrive Santagata nel suo L’amoroso pensiero), presentimento dell’inverno dell’età morta. Un sonetto sulla fine, che è invece celebrazione della bellezza divina: aura e lauro, natura, paesaggio, campagna, dolci e fresche acque, e azzurra vibrazione luminosa.

Quindi: Erano i capei d’oro a l’aura sparsi/ che ‘n mille dolci nodi gli avvolgea,/ e ‘l vago lume oltra misura ardea/ di quei begli occhi ch’or ne son sì scarsi … (I biondi capelli erano sparsi al vento, che li avvolgeva in mille dolci nodi, e ben oltre le umane qualità sfolgorava la luce scintillante di quegli occhi, che ora ne sono così poveri …). Laura è luce, vento, sole, amoroso raggio. Notte e pioggia scende e cade di contro alla solitudine, quando sconforto e rifiuto congela il cuore di Petrarca.

Franco Arminio sembrerebbe che costruisca visioni poetiche assommando ombra e luce. Rovina della carne e luce dell’estasi che lavorano sull’assolato mistero della bellezza. Rovina ed eternità amorosa, registrati con sensibilità contemporanea. Un ritrarsi e credere alla folgore. Scrive: Ora che non posso vederti/ mi piace immaginarti mentre guardi/ una vacca, un cane, un cardo./ Non so se lo ricordi/ il ramo storto dei miei sguardi. Come gran parte della tradizione lirica d’amore, pure classica, di ogni tempo, l’amore ha bisogno di rivelarsi in continuità con la natura, le leggi misteriose della vita. Anzi, toccando la natura il sentimento (passione e comunità) trova la Bella d’erbe famiglia e d’animali. Il ricordo dell’amata si rinforza accanto a un cardo, un cane, una vacca. Cose alte, altissime, e cose basse, di poco conto e impoetiche: la vacca e il cardo. La bellezza del sentimento e la rovina verso il basso, il ramo storto. L’aura che è Laura.

Ma a differenza dei tempi di Petrarca e Foscolo, non c’è natura oggi che non sia lontana da noi, qualora occidentali inurbati al novanta per cento. L’amore, che nell’artifizio intelligente e utilitaristico della città è fatto di carne, giuramenti sottoscritti e festeggiamenti, ha bisogno, per essere posseduto nell’espressione linguistica e poetica, di succhiare luce da un ramo storto, la cui incongruenza per noi è miracolosa, dai fiordi e dal grano, ma il grano il fiordo e il ramo storto non cambiano natura, a differenza del lauro e dell’aura. C’è una separazione tra noi e loro, gli extra umani.

E quindi: Non me lo scordo/ il tuo sesso profondo/come un fiordo. (da Cedi la strada agli alberi)

Separazione (noi e la natura) e mistero. La carne, chiamata per nome e cognome, e la natura così com’è. In mezzo, il legame sentimentale, il salto dell’immaginazione: la luce, che non è persona, ma stato di grazia.


La scuola che stanca

12 settembre 2020

Thomas Bernhard e Peter Handke potrebbero avere più cose in comune, ma almeno due sono certe. Entrambi austriaci, tutt’e due poi non sono teneri nei confronti delle istituzioni culturali del loro paese. In Bernhard si leggono parole incendiarie verso la scuola. In Estinzione lo zio Georg confida al nipote che in Austria ho l’impressione, quando sono in treno, che nello scompartimento siedano solo titoli di professore e di dottore, non persone, che per le strade camminino solo orde di diplomi, non giovani, solo consiglieri di corte, non vecchi. Come mio padre aveva fatto con il diploma di licenza della scuola professionale per i lavoratori del legno, anche mio fratello aveva appeso alla parete sopra la sua scrivania il diploma di licenza della scuola forestale di Gmunden, in una spessa cornice, come se si trattasse di pale d’altare. la conclusione di quelle loro scuola, senza dubbio necessarie ma in tutto e per tutto ridicole, la sentivano come il culmine della loro vita. Tutto il mondo soffre della malattia dei diplomi e dei titoli, che rende impossibile una vita naturale. Ma nei paesi latini non si sono ancora raggiunte in questo campo, assolutamente, le estreme, deprimenti condizioni austriache e tedesche, diceva mio zio Georg (trad. Lavagetto).

La sensazione o la condizione di stanchezza per il premio nobel Peter Handke ci mette dinanzi ad un bivio che conduce in luoghi fertili e luminosi oppure territori incolti e inospitali. La scuola, naturalmente, rientra tra le esperienze più deprimenti. La stanchezza nelle aule con il passare delle ore mi faceva anzi al contrario diventare riottoso o arrabbiato. Era in genere meno l’aria viziata e lo stare stipati degli studenti a centinaia, quanto piuttosto la non partecipazione degli insegnanti alla materia che pure avrebbe dovuto essere loro. Mai più ho visto gente così inerte (trad. Picco). L’esperienza scolastica svilisce la vitalità dello studente.

A sentire parlar male della scuola, si finisce per crederci. Chiunque sia stato studente, ha avuto tra i tanti suoi insegnanti, due tre che esprimevano inerzia o apatia. E seppure da punti di osservazione e contesti culturali diversi, denigrare l’insegnamento è uno sport che viene bene a tutti. È divertente, vendicativo e innocuo, ma non fa bene alla professione. Ricordo un passo di Cicerone tratto dalle Tusculanae Disputationes (I,4). L’oratore difende la filosofia e il valore della cultura (a quei tempi prevalentemente in lingua greca) dal disprezzo che godevano presso le famiglie più aristocratiche di Roma. Non la poesia o la filosofia, ma i valori tradizionali formavano il giovane romano, futuro soldato e pater familias. I Catoni contro gli Scipioni. Philosophia iacuit usque ad hanc aetatem nec ullum habuit lumen litterarum latinarum […] Honos alit artes, omnesque incenduntur ad studia gloria, iacent ea semper quae apud quosque improbantur (La filosofia fino ad oggi è stata trascurata né ha mai ricevuto alcun lume dalla letteratura latina. Il prestigio è l’alimento delle arti, ed è il desiderio di gloria che spinge a praticarle, mentre sono abbandonate le attività in discredito presso le varie genti).


Come non dimenticare un amore

26 agosto 2020

Una visita alla città di Roma rinnova l’ardore per le cose sante e sacre, la magnificenza della religione, le bellezza delle chiese e degli arredi, le cerimonie, il volto severo del Cristianesimo. A metà Trecento, Roma non era la Roma dei papi rinascimentali. Il poeta osserva le manifestazioni della santità e vorrebbe imitare lo spirito. Ma quello, nella finzione poetica e nella sostanza, è stato solo un viaggio per fuggire da altri pensieri, più per distrazione che per vocazione, e il mondo fa guerra nel cuore di Petrarca, ben schierato sotto l’insegna della sua Donna: Laura. Fare esperienza che la fuga, questa fuga, da un nemico (Laura) all’altro (Dio), non è il miglior modo per vincere un nemico amato, mette il poeta in agitazione. Impallidisce, s’agghiaccia dentro, trema e brucia, il ghiaccio della ragione morale e il fuoco del desiderio. Due forze opposte che si fanno battaglia, senza che vi sia vincitore.

L’aspetto sacro della terra vostra

mi fa del mal passato tragger guai,

gridando: sta su, misero: che fai?

E la via di salir al ciel mi mostra.

Ma con questo pensier un altro giostra,

e dice a me: perché fuggendo vai?

Se ti rimembra, il tempo passa omai

Di tornar a veder la Donna nostra.

I’, che ‘l suo ragionar intendo allora,

m’agghiaccio dentro in guisa d’uomo ch’ascolta

novella che di subito l’accora.

Poi torna il primo, e questo dà la volta.

Qual vincerà, non so; ma infino ad ora

Combattut’hanno, e non pur una volta.

(Francesco Petrarca, Sonetto XLIV)

La fuga non è sempre il miglior modo per sconfiggere un amore sgradito. Quia malum suum circumferenti locorum mutatio laborem cumulat, non tribuit sanitatem. A chi porta con sè il male, mutare luogo aumenta il travaglio, non dà la salute, dice Agostino nel Secretum. Qualche pagina avanti offre un consiglio pratico. Se fuga dev’esserci, deve avvenire senza la speranza del ritorno cosicché le difficoltà di una nuova vita avranno la forza di ridimensionare e sconfiggere il ricordo dell’amata. È un consiglio estremo. C’è stato un tempo chi, per affari di cuore, si arruolava nella Legione straniera oppure faceva biglietto solo andata per un’isola dei Caraibi. Ma Agostino afferma che chi fugge, se fuggire deve, è bene che scelga luoghi affollati. Tam diu cavendam tibi solitudinem scito, donec sentias morbi tui nullas superesse reliquias. Ubi enim rusticationes nichil tibi profuisse memorasti, minime mirari decuit. Sappi che per dimenticare un amore bisogna evitare la solitudine finché non si guarisce. Andare a vivere in campagna è servito a poco. Per fuggire dal male sei corso verso la morte! Morbum fugiens currit ad mortem!

Quisquis amas, loca sola nocent, loca sola caveto

Quo fugis? In populo tutior esse potes.

Ha scritto Ovidio nei Remedia amoris: nella folla, tra le pesone, potrai essere più sicuro. E ancora Petrarca in CCXXXIV: e ‘l vulgo a me nemico et odioso/ (ch ‘l pensò mai?) per mio refugio chero: / tal paura ho di ritrovarmi solo.

Un viaggio a Roma non è servito a cancellare la memoria di Laura.


Sulla meditazione.

24 agosto 2020

Nel secondo libro del Secretum di Francesco Petrarca, Agostino ribadisce il proprio ruolo di guida spirituale, e si appresta a fare l’elenco dei comportamenti che sono d’ostacolo ad una vita serena. Così come aveva fatto Virgilio con Dante, pur in modalità differente, anche Agostino guida Francesco attraverso i suoi peccati. Ma prima d’iniziare è fatta una premessa. Il nemico è invisibile, come un esercito la cui forza è sottostimata, eppure circonda e smantella a poco a poco le difese. La metafora bellica serve a mostrare quale sarà il compito della guida spirituale. Prima che ci sia la sconfitta, Agostino svelerà la natura del nemico in modo che il discepolo potrà essere iniziato alla filosofia etica. Videbis profecto cogitatio illa salubris, ad quam te nitor attollere, quot adversantibus cogitationibus victa sit. La meditazione capace di dare salute (cogitatio illa salubris) è disabilitata da un nemico subdolo e mascherato, che promette felicità ma produce infelicità. Il nucleo di tutto il dialogo che segue si può sintetizzare nella stigmatizzazione di ogni gesto o pensiero che ha come oggetto un bene materiale o anche un’abilità intellettuale come l’eloquenza o la scienza, lontane dalla luce della meditazione sulla morte.

L’iniziazione alla felicità è iniziazione alla filosofia etica. Memento moriri, dice il filosofo etico. È questa la pietra di paragone. Recto tibi invictoque moriendum est, scrive Seneca (ep. 37). Orgoglio e fierezza. Effugere non potest necessitates, potest vincere. La filosofia etica, anche quando non è intimamente ispirata da una teologia, è rinuncia delle passioni terrestri, come nel modello oraziano dell’aurea mediocritas. Affidare troppi pensieri alle cose della vita quotidiana, non ci solleverebbe dalle preoccupazioni e farebbe nascere inutili tensioni. Un pensare, invece, sotto l’ala protettrice della signora morte, è come volgere uno sguardo pacificato al mondo. Vide quos tibi mundus laqueos tendit, quot inanes spes circumvolant, quot supervacue premunt cure, dice Agostino. E Seneca aggiungerebbe: nascimur sine missione.

Petrarca non mette mai in dubbio la teologia cristiana. La fede cattolica del Petrarca è purissima, non veramente incrinata da alcun dubbio: talvolta si direbbe perfino più sicura di quella del teologo Dante, una verità interamente accolta e tranquilla. La sofferenza di Petrarca è nel dover riconoscere come male e come peccato ciò che alla sua terrestrità sensibile è più caro: nel dover sentire il male di amare Laura. (Flora).

E nei fatti, sapere che ciò che è nel mondo non dura, non abbatte o innalza Petrarca a una forma di misticismo religioso, se non si stima frutto di radicale spiritualità la cattedrale che Petrarca ha edificato usando il volgare fiorentino. Il discorso sull’eternità risulta sempre essere un po’ sbiadito e l’infelicità non nasce tanto dalla lontananza da Dio, quanto dalla difficile realizzazione di un mistico desiderio di esaltazione della dimensione terrestre. La gloria che varca i secoli è postuma, e Laura è stata un imperativo poetico. E il compromesso tra morte e immortalità ha prodotto la teologia del Canzoniere.


Crooner

21 agosto 2020

Anche nel breve racconto Crooner di Kazuo Ishiguro, una vicenda privata si articola nei confini delle dinamiche politiche di una società. L’assetto culturale ed economico di un luogo influenza i sentimenti e la felicità del singolo individuo. E il ripiegamento nostalgico verso un mondo che non c’è più non sopravvive in una società in cui la libera circolazione di merci ed idee provoca continui cambiamenti dello stile di vita. In Ishiguro emerge un’incompatibilità sentimentale con il cambiamento. I suoi personaggi non vogliono sradicarsi, perché nel passato, benché autoritario e inclemente, ritrovano l’essenza di un’autenticità. Il cantante confidenziale Tony Gardner in crisi professionale ha messo sul conto della rinascita artistica anche la separazione dalla moglie. Look at the other guys, the guys who came back successfully. Every single one of them, they’ve remarried. Twice, sometimes three times. Every one of them, young wives on their arms. E rivolgendosi all’interlocutore, un musicista dell’est europa, dice: My friend, you come from a communist country. That’s why you don’t realise how these things work. Non c’è moralismo, ma contrapposizione tra una società in cui si cambiano le cose che si amano (You change the way you are. You even change some things you love) e la confortante rigidità delle dittature.


Da Carver a Sgalambro

19 agosto 2020

Il racconto Blackbird pie di Raymond Carver rappresenta il momento esatto in cui una donna dice addio al proprio marito. Scrive una lettera e, mentre lui la legge nella propria stanza, lei, ben vestita, con la valigia pronta, esce di casa e lo pianta. Fuori c’è la nebbia e un insieme di altre cose che non sto qui a riassumere. Il perché della separazione non è ben chiaro, sembrerebbe che il marito sia sempre stato un po’ distratto. La solitudine, come un’infida malattia, ha fatto il suo corso.

My wife had non friends here in the contry, and non one came to visit. Franckly, I was glad for the solitude. But she was used to having friends, used to dealing with shepkeiper and tradesman. Once upon a time a house in the country would have been our ideal – we would covetedsuch an management. Now I can see it wasn’t such a good idea. No, it wasn’t. La vita solitaria è stato un errore.

Alla fine del racconto, la voce narrante dichiara: to take a wife is to take a history. I understand that I’m outside history now. Autobiografy is the poor men’s history. L’autobiografia è la storia dei poveri. Ricordo un passo di Manlio Sgalambro (non saprei riportare adesso la citazione con maggior cura), ma la sostanza del contenuto è un elogio della vita matrimoniale, come unica occasione per essere in relazione con l’altro e fare esperienza della realtà. Prendere moglie è come entrare nella storia a testa alta. Perdere la moglie significa trovarsi improvvisamente a giocare in panchina, fuori dalla storia (I’m outside history now). Chi vuole ripercorrere le fasi del matrimonio, andrà a leggere ciò che è rimasto scritto, its scraps and tirades, its silence and innuendos. Ma senza moglie non ci sono litigi e notizie frammentarie da ricostruire. C’è solo quello che ci raccontiamo da soli, l’autobiografia: e l’autobiografia è appunto la storia dei poveri.