Il freddo, Bernhard

marzo 9, 2020

Al terzo rigo della narrazione (Die Kalte. Eine Isolation) autobiografica emerge un nome scritto in corsivo: Grafenhof, il reclusorio per tubercolitici nei dintorni di Salisburgo. Insieme all’ospedale di Grossgmain, sono questi due i luoghi in cui l’autore trascorre più di un anno di vita. È una scrittura della testimonianza e della riappropriazione: descrizioni di pensieri e reazioni, una ferocissima accusa contro la sanità austriaca negli anni del dopoguerra. Lucido e tremendo, uno stile senza vezzi, di impressionante segmentazione. Thomas Bernhard parla di sè, della malattia, della crudeltà, del cinismo, con una distanza da far impallidire ogni altro tentativo di narrativa che, dal fatto di salute, ricava intrattenimento, consolazione, se non speranza. Qui leggiamo il disvelamento di un’umanità reale e crudele. Finché Bernhard arriverà a conclusioni estreme … “per questo dovevo avere la forza di infrangere le leggi che regnavano qui, e anzi regnavano sovrane, e dovevo vivere secondo le mie proprie leggi, sempre di più secondo leggi mie, sempre di meno secondo leggi che mi venivano imposte. Dovevo seguire il consiglio dei medici soltanto fino a un certo punto, fin dove poteva essermi utile, non oltre, ogni consiglio andava seguito soltanto fin dove poteva essere utile e dopo averlo valutato a fondo.”


A smile, not a smile

maggio 30, 2019

… a smile – not a smile – I remember it, but I can’t explain.

Così Marlow chiosa, ricostruendo il primo incontro con il direttore della spedizione. La costruzione retorica della narrazione risulta spesso sfuggente. Il cuore di tenebra cui la scrittura rimanda, è un mistero. Orientare la lettura in una duplice tensione: chiaroveggenza e mistero ineludibile: sarebbe la vanga adatta per disotterrare il pensiero dello scrittore. Il visibile dentro cui è rintanata una forza oscena, crea vibrazioni dissonanti; il timore che qualcosa di impressionante possa capitare in qualsiasi momento, aleggia come un avvoltoio sui residui di razionalità europea. Lo scontro tra ordine e disordine, organizzazione dei ruoli e irrazionale forza aggregativa: i figli della ragione sbattono la testa sul muro altissimo dell’incoerente vitalismo dell’esistenza.

“It is funny what some people will do for a few francs a month. I wonder what becomes of that kind when it goes up country?” É un domana retorica che lo svedese, sono sue le parole, rilancia a Marlow. “I said to him I expected to see that soon” risponde lui con curiosità. Cosa diventa l’uomo quando abbandona la civiltà? La risposta è nelle parole di Kurtz: qualcosa di bestialmente vorace e luminoso, un trionfo mistificatore – The horror! The horror! Kurtz è il mago stregone colonizzatore bianco, ha stretto patti di convivenza con il lato oscuro del modo, per soggiogarlo e trarne utile commerciale: l’avorio.

“The other day I took up a man who hanged himself on the road. He was Swede too. Hanged himself! Why, in God’s name? I cried. He kept on looking out watchfully. Who knows? The sun too much for him, or the country perhaps.” Così conclude lo svedese. Uno si è impiccato, non ce l’ha fatta a resistere al sole, troppo caldo, oppure è stata la violenza del paese, l’esaltazione bruta, in una parola: l’orrore.


Dolores è morta

maggio 29, 2019
Lolita, Nabokov

Humbert è come se avesse ucciso Charlotte, e con Charlotte è morta anche Dolores. Prende la macchina, lascia la casa in cui sono vissuti tutt’e tre per dieci settimane, e corre al college per coronare suo desiderio – vivere con Lolita. Ma Dolores è morta. Ce lo svela Nabokov nel ventiquattresimo capitolo del romanzo. Tutto in quel capitolo è funereo. Il cielo cupo tuona. La casa è una casa livida – the livid house -. Anche il bacio di Jean è tinto di nero, perché lei, Jean Farlow, morirà di cancro due anni dopo. Così Humbert va via, abbandona la realtà, e insegue la ninfa, e lascia sull’asfalto il ricordo di Charlotte, curled up, her eyes intact, their black lashes stil wet, matted, like yours, Lolita.


Socrate musicista

febbraio 13, 2018

“Καὶ ὑπὸ μὲν δὴ τῶν αὺλημάτων καὶ ἐγὼ καὶ ἄλλοι πολλοὶ τοιαῦτα πεπόνθασιν ὑπὸ τοῦδε τοῦ σατύρου”(Platone, Simposio, XXXIII).

Alcibiade si emoziona se ascolta i discorsi di Socrate: il cuore batte forte, piange, si commuove. Si sente come fosse impossibile continuare a vivere nel modo in cui vive. I discorsi di Socrate sconvolgono Alcibiade, e lo possiedono, rivelando il bisogno di Dio e del misteri dell’esistenza (δηλοῖ τοὺς τῶν θεῶν τε καὶ τελετῶν δεομένους). Leggi il seguito di questo post »


Qual è la gioia più grande per gli uomini?

agosto 23, 2017

In un opuscolo in greco antico datato nel II secolo d. C.IMG_0212 la tradizione manoscritta ha tramandato un testo anonimo, che narra della genealogia di Esiodo e di Omero, e di una loro gara poetica, un Certame svoltosi a Calcide, nell’Eubea, in occasione delle gare bandite per la morte di Anfidamante.
Il testo in poesia narra le varie fasi della gara poetica e infine l’incoronazione del vincitore, che risultò essere Esiodo. Il testo si conclude infine raccontando la morte dei due poeti. Leggi il seguito di questo post »


Fiore

marzo 22, 2017

IMG_3922-1Chissà da quanto tempo non vengono aperte queste imposte? Dentro è buio ancora, e fuori le ore hanno infuriato. Come un volto trasformato dagli anni, segnato da rughe; un corpo inclinato dalla malattia: le ossa lentamente si sono inclinate, la tessitura muscolare si sforza a mantenere diritta la struttura. Ma accanto a questo lento declino c’è un fiore spontaneo, che vorrebbe addolcire la rovina, e ferma il tempo, e pronuncia il suo per sempre.


Alfieri e l’amicizia.

marzo 19, 2017

vittorio_alfieri(Alfieri, Vita, II, cap. XV). Mi vengono delle domande, forse contorte. Alfieri ancora ventenne e ricco si è impelagato in una storia con una donna più grande (“attempatetta”), una storia contraddittoria da cui il futuro grande Alfieri non riesce a uscire fuori, pur essendo trattato, diremmo oggi, come un tappetino, da questa “odiosamata signora”, vicina di casa, a Torino. Quindi, giunto alla risoluzione di rompere siffatto legame, Vittorio decide di trovare un diversivo. Come dimenticarla? Cerca un diversivo che lo tenga impegnato mentalmente, ma anche fisicamente. Per tenere impegnata la mente decide di scrivere, anzi completare per bene quella che sarà la sua prima tragedia, la Cleopatra; per quanto riguarda il diversivo fisico, cioè per evitare di continuare a vederla, lei che abitava a due passi dalla sua porta di casa, Vittorio chiede aiuto a un amico. Non ad un amico qualsiasi, ma ad uno di cui si fida. E qui la mia riflessione.
Di chi si fida Alfieri? Leggi il seguito di questo post »