Vic, Francesco Cusa

Uno, Vic (Algra, 2021), fa la sua vita, e se la fa da solo soprattutto quando è in relazione con gli altri; nella solitudine rafforza il proprio ego anche quando l’altro va via o muore: per lui è un’opportunità per riprogrammare l’esistenza. E tutto questo è eticamente scorrettissimo, ma Vic esiste per dare mazzate sulla gobba dei sentimentalismi e delle pratiche morali comunitarie, mazzate ai costruttori di storie politicamente corrette, mazzate al lettore standard di sentimenti depurati. Vic è uno che quando si racconta fa satira, invettiva, sarcasmo. Troppo odioso, ma troppo infelice. Sessista, vero nazista del buonismo, disumano a parole. Non si riconosce nella città di provincia in cui vive (l’incipit del romanzo è un omaggio pirandelliano), e poiché non può sfuggire al proprio destino, si fa personaggio di se stesso.

Vic è una persona di cultura, legge filosofia orientale, vive di rendita, vuole fare lo scrittore. Nel film Sogni D’oro di Nanni Moretti c’è una famosa scena in cui il protagonista parla con la propria ex e dice, seduto al tavolo di un caffè, “Sono un mostro, sì sono un mostro e io ti amo”. Lei, una giovanissima Laura Morante, confessa la volontà di riprendere la relazione, lui invece, diventato una specie di dottor Jekil, non si riconosce in quei sentimenti, fa spaventare la donna e la insegue gridando: “Non voglio morire, non voglio morire!”.  Il film è in qualche modo suggerito dalla parodia che ne fa l’autore di Vic dove si racconta la relazione con Lidia, la travolgente Fisioterapista, che entra nel romanzo dalla porta di casa come in un video youporn. L’autore innesta deformando anche un’altra scena tratta da “Ecce Bombo” in cui Moretti al telefono vorrebbe che “ci innamoriamo di me”. Nella smania egocentrica (parlare sempre e comunque, bene e male, di sé riducendo gli altri a una appendice della propria necessità), Vic stesso rimane prigioniero: (come anche il lettore) non distingue il piano della vita da quello della finzione fertilissima. Il lettore cerca una realtà, ma il romanzo non è sulla realtà di Vic, bensì sul ciclopico tentativo di uscire fuori dal narcisismo, dall’amore subdolo per se stesso e per il proprio corpo, ed espletare un parto che non si realizzi sul piano della Storia, ma in quello della creazione di un’opera che per Vic, solo per Vic, sarebbe un riconoscimento di status sociale (il Contratto, l’editore). L’opera è un prodotto narcisistico dove specchiarsi nell’altro equivale a mangiare e digerirne la carne. E se l’altro non è del tutto digeribile (la madre, la libertà delle fidanzate), la morte è un sollievo benefico che permette di riprogettare l’estensione del proprio ego. 

Vic estende una volontá sarcastica e fa banchetto carnivoro. In questo barbecù in cui la carne vaporizza l’anima aria al vento, i sentimenti (amore, fedeltà, amicizia) sono l’orrido, orrido perché prodotto, nella visione narcotizzata dal fallimento esistenziale, di un falso umano: le ipocrisie del festival dell’utile.

Eppure non è tutto qui. Una regione che i poeti chiamerebbero di amorevole luce, l’idea e la percezione che esista un banchetto celeste, senza guadagno o profumata costata di cavallo, senza allestire festa d’arrusti e mangia; un valore spirituale che è, in un attimo epifania d’assoluto, c’è, e l’ho ritrovato nel sorriso del jazzista. Nella mezza pagina dedicata al sorriso del jazzista c’è finalmente uno squarcio di luce metafisica, verità e realtà, non più climax euforico satireggiante, laddove tutta la vita di Vic sia un’esplosione di irreali menate giustificatorie della propria marginalità;  e invece in questo musicista che inveisce contro le cricche dei festival jazz, c’è un sorriso hessianamente orientale rischiarante il flagello infernale della vita scopereccia o mangereccia. Ma dura troppo poco per Vic: lui indossa subito l’abito del Giovenale sarcastico: lancia e scudo contro il vuoto nel cuoricino del cuore del mondo di Cotrone.

Vic, che sta per Vittorio, o meglio per Victorio, italo vero-nazista americano, ama il gusto per il pastiche, il tono apocalittico, lo stile debordante, lo humor nero, e imbastisce un vero corpo a corpo contro le consolatorie convinzioni di ogni buon cittadino nostrano, piomba come un kamikaze sullo smanioso piacere onanista occidentale. Una Vittoria intellettuale che vale una sadica sconfitta esistenziale. Sarebbe bastato rubare quell’immensa umanità che trasuda dal sorriso jazz, costruirvi un tempio di salvezza, per spostare il sarcasmo in dolce pietas. E Vic alla fine della storia forse potrebbe averlo capito: più semplice riappropriarsi del proprio misero vissuto, anziché farsi abitare dalla folla di esistenze possibili partorite da film erotici alla fu Lino Banfi anni ottanta rivissuti xxx.net nella fantasia presente assente oppure un turbinio riprodotto lynchiano tarantiniano pynchoniano senza droghe …

Vic, vero romanzo d’autore, come solo tra i piccoli editori è possibile ancora trovare.

©Fgianino

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