Una raggiante Catania, Trischitta

Questa non è una recensione. A pagina 137 l’autore scrive che due checche di Enna “si presentarono con un ragazzo arabo. Mi chiesero una tripla. Erano raggianti e profumati”. È l’unica occorrenza dell’aggettivo raggiante. Viene usato in senso figurato, per descrivere chi nell’atteggiamento mostra una intensità di sentimento e una felice esaltazione, in questo caso sessuale.

L’aggettivo che ritrovo nel titolo al fianco della denominazione della città siciliana avrebbe però anche un senso antifrastico. Amaro e ironico. Certo, potrebbe riempire d’orgoglio il provincialismo etneo: la convinzione, radicata come fosse l’amore per la madre, che non esistano città più belle e vivibili della nostra. Anche se motivi che gonfiano la superbia ce ne sarebbero, a buon diritto; a libro concluso invece, nella storia raccontata, di raggiante non c’è nulla. O meglio, ci sarebbe un’illusione figlia di altre illusioni o effervescenze. Pietra lavica e barocco nero a parte, unico bagliore è stato quel quinquennio, più o meno al tempo di Bianco, Sgalambro (filosofo inceneritore di pratiche sociali comunitarie) e Battiato: per il resto è raccontata una ‘educazione sentimentale’ sullo sfondo di crimini, uccisioni di mafia, operazioni edilizie, comunità sradicate e l’abbattimento della vita del quartiere di San Berillo (come fosse l’abbattimento di un cattivo cavallo, aggiungo metaforicamente, da cui trarre altro profitto).

Se l’aggettivo raggiante lo si vuole intendere nel suo senso letterale, dovremmo scomodare Leopardi (l’autore lo cita ripetutamente) e la sua luminosa illusione giovanile. In assenza di una forte appartenenza comunitaria, una risposta alle aspirazioni esistenziali (la ricerca dell’identità o felicità) vengono raccolte dalla musica: la musica rock. Questa offre un modello esistenziale che proietta i sogni in uno spazio ideale e ambiguo, ma avulso dalla bella Catania nera, santa e mafiosa.

Chi non ha santi protettori deve fuggire, fugge per lavorare e vivere, fugge per amare, fugge per cercarsi e realizzarsi, fugge per non perdersi. Insomma, la Catania di Trischitta sembrerebbe un luogo da cui bisogna andare via: prima con la testa, poi col corpo.

E questo è, questo è stato e continua ad essere, (non nascondiamolo: lo racconta bene per certi versi Elvira Seminara in I segreti del giovedì sera, e, si parva licet, questo dice il Salto del Cavallo) per quella borghesia che non è legata ai quartieri popolari e non si è mai intimamente identificata nei suoi usi e costumi.

Il romanzo scritto nel 2008 porta con sé un discorso su Catania. Tutta la bella e originale descrizione della festa di Sant’Agata “montata” attraverso gli occhi di un professore di liceo, sovrapposizione autobiografica dell’autore protagonista, sembra che suggerisca la chiave di lettura di un qualcosa che ha del brancatiano, dove ci si stima vittima di un’identità abortita, tranciata in questo caso da un piano edilizio strafottente, un altro fascismo: un’estraneità alla vita “vera” (religione, malaffare, vitalità e violenza inclusi), sentirsene esclusi, ma desiderarne in qualche modo l’appartenenza, o sentirsene ancora parte esclusa. Viene il dubbio che questa nostalgia di identità popolare sia anch’essa illusoria come la raggiante esperienza del delirio psichedelico degli anni settanta. E poi l’illusione politica, la contrapposizione tra sinistra e destra, gli scontri, frutto di strumentalizzazioni e mode ideologiche, quelle che usavano l’esuberanza giovanile per interessi elettorali più spicci, mentre la vera lotta ammazzava per strada

La mia educazione sentimentale, chiamiamola così, anche se opposta a quella dell’io narrante, credo abbia sorto gli stessi effetti: la scuola privata dei salesiani, ai Rolling Stones ho sempre preferito Miles Davis e Glenn Gould. Niente Rock, in caso Glass o Reich. Del successo del rock catanese mi è arrivata eco attraverso Sanremo, e ai concerti andavo, ma di musica colta, pure tre volte la settimana, tra Conservatorio, Teatro Massimo e Metropolitan. Ma allo stesso modo da questa città (forse da tutte le città, per quanti la vera anima è inafferrabile) non si può che fuggire. L’ho fatto e lo faccio alla mia maniera; e la fuga, come quella del protagonista di Una Raggiante Catania, mi sembra sempre avere la forma di una ricerca, la ricerca di un’illusione perduta.

©FrancescoGianino

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