
Variazioni sul tema della “perdita”
di Giulio Traversi
San Lorenzo, io lo so perché tanto / di stelle per l’aria tranquilla /arde e cade, perché sì gran pianto /nel concavo cielo sfavilla.
Pubblicata da Giovanni Pascoli nel 1896 sulla rivista Marzocco, la poesia X Agosto inizia col pianto più famoso della letteratura italiana. Cadono le stelle, il cielo piange l’ingiustizia degli umani. Il cielo cade e inonda la notte di quest’atomo opaco del Male.
Il tema della caduta emerge dal mare delle perdite. La mancanza di un bene posseduto o solo bramato brilla la scintilla della poesia. Senza perdita non vi sarebbe gesto poetico.
L’amore innalza. L’assenza dell’amore fa cadere i corpi: all’illusione la delusione. Amelia Rosselli in Variazioni belliche del 1960 scrive:
Se non è noia è amore. L’intero mondo carpiva da me i suoi /sensi cari. Se per la notte che mi porta il tuo oblio /io dimentico di frenarmi, se per le tue evanescenti braccia /io cerco un’altra foreste, un parco, o un’avventura: – /se per le strade che conducono al paradiso io perdo la / tua bellezza: se per i canili ed i vescovadi del prato / della grande città io cerco la tua ombra: – se per tutto/ questo io cerco ancora e ancora: – non è per la tua fierezza, /non è per la mia povertà: – è per il tuo sorriso obliquo / è per la tua maniera di amare. Entro della grande città / cadevano oblique ancora e ancora le maniere di amare/ le delusioni amare
Cadere obliquamente. La caduta in volo. Fetonte guida spericolatamente il carro del sole fino a incendiare regioni di terra, aggiungere fuoco su fuoco al monte Etna. La caduta mortale nelle acque dell’Eridano.
La caduta obliqua degli atomi di Lucrezio garantiscono l’irripetibilità di ogni esperienza, che è un mescolarsi e un abbattersi dalle sfere del cielo.
Nunc locus est, ut opinor, in his illud quoque rebus/ confirmari tibi, nullam rem posse sua vi / corpoream sursum ferri sursumque meare
(De Rerum natura, I, vv 184 e seguenti)
Nessuna cosa corporea è capace con la propria forza di innalzarsi e dirigersi verso l’alto, non bisogna pensare che, se ciò avvenga, non vi sia una forza che la alimenta. Tutti i corpi lasciati a se stessi precipitano nel vuoto.
Non cadere in terram stellas et sidera cernis?
Dalla perdita alla caduta oppure dalla caduta alla perdita. Narciso si getta disteso sull’erba (aestu / procubuit faciemque loci fonemque secutus) spossato dal caldo e attratto dalla bellezza del luogo e dalla fonte. Mentre beve appare il riflesso ingannatore. Incapace di impossessarsi della propria immagine, Narciso si colpisce il corpo, il petto, e sono colpi mortali (Ovidio, Met. III, 473 e seg.).
Ma in due ce ne andiamo a morire, con un cuore e in un’anima sola
Il Locus amoenus è luogo di cadute e perdizioni. L’amore e la morte, coppia tragica. La ninfolepsia, la misteriosa possessione legata alle fonti e al culto delle ninfe con fenomeni di allucinazione erotica, è nella vicenda di Ila rapito dalle Ninfe. La storia è narrata da Apollonio Rodio (I, 1172) e in Teocrito (Id. XIII):
Il giovinetto avvicinò all’acqua la capace brocca, volendo immergerla, e le ninfe tutte lo afferrarono per la mano, perché di tutte il tenero animo fu colpito dall’amore per il fulgido ragazzo; nell’acqua scura precipitò d’un colpo, come quando una rossa stella d’un tratto dal cielo precipita nel mare … (XIII, v. 49-50)
Ritornano le stelle che cadono, presagio funesto di perdite.
Ma l’acquisto, il guadagno è nel dio Dioniso, fiorito d’edera. Questo uno dei tanti epiteti del dio dell’irrazionale, dell’invasamento.
L’edera che si arrampica per i muri, ma anche l’edera che appassisce d’inverno e mostra la sostanza delle cose quando non brillano della lucentezza divina.
Scrive Iolanda Cuscunà in Tace l’umano:
Mi sono fatta muro
perché potessi rampicarti
e ricoprire
ogni crepa, ogni lesione.
Le foglie hanno reso verde
lo squarcio grigio
ma appassite presto
sono cadute ai miei piedi
lasciandomi nuda.
©fg

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