
L’ultimo componimento della silloge potrebbe offrirci una possibile chiave di lettura dell’opera che si colloca in continuità coi lavori precedenti della poetessa: il ricordo di un’età – chiamiamola antica – serve da uncino, arpione, quando il mondo va nella direzione opposta. Il ricordo però è inzuppato di qualcosa di inconsolabile. Scrive la poetessa: io sto / da adulta insonne / circondata da arredi / sempiterni (segue un piccolo elenco alla Gozzano). E poi: Tutto è qui dentro / tutto è stato / sempre /…/ … anima senza pace. Il finale è sconsolato: Anche senza guardarlo / tutto quello che adesso chiami “mondo” / ti sopravviverà. Il Commiato avviene nella stanza della casa del paese, ricordando un lutto familiare. La poetessa reduce; la poesia nasce dalla consapevolezza – che bussa sordamente – di una perdita. Pesca parole e immagini da un’epoca in cui le cose erano intatte, torbide chiassose ma intatte. In Quello che chiami mondo (il tu allocutorio rivolto alla sorella ma anche al proprio doppio) ti sopravviverà. Dormi tranquilla anima senza pace: sembra che vi sia un duplice augurio; pace e conciliazione col mondo che continua a vivere dopo lo svelamento. Da questo componimento funebre è possibile trovare una postura poetica: lo sguardo di Orfeo, quando il presente è stanchezza, palude.
La piazza del paese adesso, nell’ora del canto, è incomprensibile, le fontane dismesse. Nell’Epilogo la figlia ascolta una musica provenire dall’ipad montato nella bici di un ragazzo che schizza via: musica rock oppure passacaglia (a me lettore non basta che sia stata solennità di passacaglia da pubblicità o carosello). Il riesumare una marcia solenne sembrerebbe anche stratagemma linguistico, e ci restituisce un’immagine di processione di cose ultime, del tempo della poesia.
Andando a ritroso nella lettura trovo un gruppo di Adolescenti: sfasciavamo rose, quando la vita era un’età illusa: quella della giovinezza che sta al sole senza l’ombra di ciò che è stato o sarà. La poesia Orto, il tema funebre, la rosa che fiorisce e sfiorisce. Amarcord, nostalgia in modalità tragica, simil crepuscolare, e il buio di una tragicità inevitabile, ricamata dalla nascita sul rovescio del merletto.
Insomma, questa piazza, questo Sciott, non è un luogo da cui partire ed eventualmente tornare per ritrovarsi ed elencare fiori di vita; questo Sciott è il luogo della poesia della fine, senza più l’estetismo vitalistico e quel lume di passione incresciosa sotto le ali del Gabriele nazionale. La piazza di Linguaglossa è luogo della memoria in cui la vita fu, e da allora tutto è andato a perdersi in una lunga processione di passacaglia. E quella piazza era equilibrio, sicura armonia. Quindi: Troveremo una piazza / una Sciott / senza alcuna minaccia / dove, posati di scatto i bagagli / potremo abbracciarci / ormai salvi? La minaccia alla lettera sarebbe l’eruzione del vulcano, ma mi verrebbe da pensare che non sia altro che il vento del dolore, che gira e cambia direzione. E quindi il poemetto, così vorrei chiamarlo, non è solo un elenco di situazioni nostalgiche, realistiche e crepuscolari, ma vira verso una tensione simbolica, allusiva, indefinita, quindi religiosamente poetica, attraverso cui i fatti – riportati con parola controllata, armonica, in sintassi chiarissima – i fatti improvvisamente sono ombre e luce di un sentimento di perdita, vulnerabilità ma anche speranza e rinascita : La calura ci opprime / in questo piatto rotondo senza anfratti /… / con queste mani ho attinto dalla roccia / delle pareti chiare / gocce leggere / mentre le ossa accoglievano frescura / e le narici millenaria umidità. E ancora: L’acqua vogliamo // Vogliamo l’acqua.
©Francesco Gianino

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