
In foto, la prima stanza della canzone CXXVII di Francesco Petrarca. Qui si intrecciano, come in un indice, i grandi temi dell’esperienza amorosa: l’ossessione del pensiero, la ricostruzione del passato, la rimembranza, la scrittura come rimedio dell’anima. L’amore è battaglia, il mondo si inclina nella direzione del volto di Eros, e l’amata, nel suo bel viso, è sovrana del corpo e dello spirito dell’amante.”
Mi è difficile pensare a un altro poeta che abbia saputo raccontare l’amore meglio di Petrarca. L’obiezione che qualcuno potrebbe muovere contro il primato dell’aretino è quella di sfrondare dall’albero dell’amore i rami del realismo, tanto che la donna amata, non meno dell’uomo che ama, risulta rappresentata senza ombra di quotidianità: sono assenti i contesti sociali, la realtà delle relazioni, le occasioni del vivere comune. Prevale la stilizzazione del sentimento e delle situazioni in cui aleggia Eros. E ciò che è stilizzato suonerebbe falso. La stilizzazione, direbbe qualcuno, tradisce il vero, allontanandosi dalla realtà concreta. Questa la critica che potrebbe muovere un lettore frettoloso.
L’obiezione tuttavia è fondata, ma forse si può rovesciare il ragionamento: proprio perché ha eliminato il quotidiano, Petrarca ha reso l’amore eterno. L’assenza di realtà sociale e di dettagli concreti ha trasformato Laura in un’idea capace di adattarsi a qualunque epoca e lettore: a qualsiasi situazione amorosa che, nella sua essenza, si nutre di quei motivi a cui Petrarca ha dedicato più di trecento componimenti lirici. Per noi, inoltre, avvicinarsi a una lingua e una sintassi congelata nel tempo ma ostili, potrebbe essere un’esperienza simile a entrare nudi in una sauna finlandese: sudare, sudare, liberarsi dal peso insensato delle parole di ogni giorno.
Laddove Dante, con la sua Beatrice, pur sublimandone l’esperienza e astraendola poeticamente, conserva ancora un legame con la vita vissuta (l’incontro da bambini, la morte reale di lei), Petrarca spinge oltre il discorso amoroso: cancella la realtà, analizza i moti del cuore. Questo porta inevitabilmente alla stilizzazione, alla creazione – ed è qui il genio di Petrarca – di un linguaggio stilizzato e letterario.
Ma sarebbe un errore considerare questa operazione un artifizio intellettuale o una falsificazione della vita vera: è piuttosto un raffinamento, un’essenza depurata dalla contingenza. La scrittura letteraria formula un codice che non è espressione spontanea di un sentire universale per tutti, pur dando voce a una condizione comune di tutti. Tuttavia l’idea che il realismo garantisca autenticità è un fraintendimento: anche chi pretende di parlare la lingua del quotidiano si affida a un codice, che pensa per lui e surfa il rumore contemporaneo. La letteratura non è mai una registrazione neutra della realtà, ma sempre un’elaborazione.
Per un pubblico più vasto, c’è chi affida le parole alla musica: male che vada, una progressione di quarte discendenti potrà rendere digeribile il dettato immediatamente incomprensibile di un poeta marcio di solitudine.
©Fgianino

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