Ogni romanzo è un destino. Il buon lettore, fattosi prima ingenuo come un pesce, viene catturato dalle esche, dai magli, dall’astuzia tecnica. Poi salta, sguiscia, e se non salta fuori in tempo, muore beato nella padella dello scrittore, quando lo scrittore è autore di mondi e di gesti estetici. Per cucinare il banchetto della felice illusione — per ingannare e al tempo stesso elevare, per seminare intelligenza e coltivare sensibilità per i comuni mortali — ci vuole arte, sapienza, cuore e ricerca di verità.
Le prime cento pagine – soprattutto le prime cento pagine – di Disìo (ripubblicato da Feltrinelli, e già Rizzoli, 2005) hanno un respiro epico-lirico, mescolato a grana mitica e memoria autobiografica. Eros è l’autore sotto le mentite spoglie della celebre scrittrice Silvana Grasso: Eros dalla capigliatura rosso fuoco.
La lirica di Giulia d’Anca (da Camminamento, Carabba, 2025) si sviluppa attorno al tema della febbre d’amore. Amore atopico è un’espressione intrigante. Presuppone, per inverso, la possibilità di una definizione ben precisa di questo sentimento: una regola che governi Eros; oppure rimanda a una reazione incontrollata e fuori norma. Ma la reciprocità del sentimento, pur accettata, subisce una deformazione.
In foto, la prima stanza della canzone CXXVII di Francesco Petrarca. Qui si intrecciano, come in un indice, i grandi temi dell’esperienza amorosa: l’ossessione del pensiero, la ricostruzione del passato, la rimembranza, la scrittura come rimedio dell’anima. L’amore è battaglia, il mondo si inclina nella direzione del volto di Eros, e l’amata, nel suo bel viso, è sovrana del corpo e dello spirito dell’amante.”
Il brano in foto tratto da Zagare e segreti di Enzo Cannizzo (Ensemble, 2024) ha un tono tragicomico e surreale. Ciccio Rambo Due è quasi una figura mitologica di provincia, tra il grottesco e il poetico. La scena è costruita con un crescendo teatrale. Ciccio Rambo Due trova finalmente il coraggio di farsi biondo, indossare la sottana della madre, i tacchi; si mette alla guida del suo trattore e raggiunge il palco in cui si esibisce Anna Oxa. Raggiunge il palco e strilla a squarciagola Non voglio mica la luna. Ciccio infine piange. Il gesto di Cicco è una performance pubblica ma anche un atto liberatorio che si scontra con la suscettibilità della cantante e gli interessi materiali della famiglia. Anna Oxa interrompe quindi il concerto, gelosa degli applausi, e pretende di essere ugualmente pagata. Il sindaco sconvolto è colpito da una colica renale. Ciccio Rambo trionfa e ci fa ridere. Ma il finale è amaro, ironico. Invece di essere riconosciuto per il suo momento di gloria, Ciccio viene dichiarato pazzo e i parenti si spartiscono i beni, riportando tutto a uno dimensione terrena e materiale.
In queste due pagine di Ho pisciato sui fiori (Eretica, 2024)Cateno Tempio sembra raccogliere e rilanciare una tradizione letteraria che attraversa secoli, riproponendola però attraverso una lente contemporanea. Il tema del passaggio dall’età giovanile a quella adulta, col suo bagaglio di disillusione e consapevolezze, viene affrontato con limpida chiarezza. Quello del fanciullo (puer) è tecnicamente uno dei temi più cari agli scrittori dell’Ottocento e primo Novecento. La natura — con il suo diluvio, i suoi tuoni, le sue nubi tempestose — diventa metafora di un conflitto interiore che non riguarda più solo l’individuo e il proprio ruolo nella società o nella famiglia, ma anche la tensione tra il bisogno di vivere pienamente e il peso della normalità. L’invocazione al desiderio — culmine di questa tensione — rappresenta il punto più alto del climax, dove il diluvio, lungi dall’essere distruzione, assume la funzione di elemento purificatore. La guarigione emotiva e spirituale, che unisce cuore e natura, trova un’eco universale, pur scontrandosi con dettagli quotidiani e apparentemente insignificanti, come i semafori che colorano le case di tristezza. La malinconia crepuscolare qui diventa più aspra, quasi impietosa, ma allo stesso tempo più vera, priva del filtro della nostalgia consolatoria. I versi — Cosa resta di tutta la bellezza / di tutto il buono che c’è stato — funzionano da spartiacque tra la rabbia giovanile e una maturità che non rinnega il desiderio ma lo reinventa, lo fa dialogare con la realtà. È qui che si inserisce la dichiarazione d’amore, che suggella una transizione: dai furori adolescenziali, esplosivi e incontenibili, alla costruzione di una relazione con il reale, e con l’amore stesso, non più idealizzato, ma concreto, fatto di fragilità, cura e scelte.
Questa poesia di Pietro Russo (Tutte le ossa cantano la canzone d’amore, Pequod, 2024) intitolata Essere Roberto Baggio sembra riflettere sul concetto di perdita e redenzione, attraverso il simbolo di Roberto Baggio, una figura iconica non solo per il calcio, ma per la vulnerabilità umana che rappresenta.
L’incipit evoca l’idealizzazione di un uomo, un eroe sportivo, che poi si rivela fallibile. Roberto Baggio simboleggia la perfezione, ma anche il fallimento. La metafora della traiettoria (daPasadena al gelo del cosmo) richiama un evento specifico, il famoso rigore: la palla che vola ben oltre la traversa della porta. Il poeta sottolinea l’impatto emotivo di quel singolo gesto sportivo. Lo scarto tra questi due mondi – la terra da cui poter volare e le regioni artiche del fallimento – amplifica il senso di smarrimento e isolamento. Sono trascorsi trent’anni da quel rigore contro il Brasile, da quell’epocale goal mancato, che ha marcato l’esperienza del calciatore Roberto Baggio, ma anche dello spettatore italiano.
Nella seconda strofa il fallimento ha un sapore provvidenziale. Abbiamo provato a cercare un significato all’assurdo – un dio che sbaglia platealmente. Il processo di crescita e accettazione viene descritto attraverso un linguaggio intimo e corporeo. Abbassare gli occhi è forse un gesto di vergogna, ma anche di umiltà e introspezione. Ci vuole equilibrio tra gravità e stelle, scrive il poeta. È un’immagine potente, indicando la tensione tra la realtà tangibile e l’aspirazione al cielo, limite e infinito. Il verso conclusivo offre un senso di speranza e conforto. La rete inviolata ci fa sentire meno soli quando siamo noi dinanzi a un bivio temendo un passo falso. La rete può essere interpretata anche come una metafora di sostegno e accettazione; oppure una promessa di salvezza – resistenza, dopo la caduta.
La poesia unisce un’immagine iconica collettiva, Baggio e quel rigore a Pasadena, a un’esperienza personale di fallimento, crescita e redenzione. Nonostante le cadute, c’è una rete – la solidarietà e la pietà – pronta a sostenerci. Il poeta, all’età di otto anni, come tanti di noi, si è immedesimato in chi ha sbagliato. Il nostro gemello, riflesso atemporale di noi stessi, ci ha insegnato come perdere nell’umiltà.
La poesia è stata letta dall’autore la sera del 26 gennaio in occasione di un reading del Centro di poesia contemporanea di Catania. Tra i partecipanti, anche i poeti Sergio Cristaldi e Davide Rondoni.
L’ultimo componimento della silloge potrebbe offrirci una possibile chiave di lettura dell’opera che si colloca in continuità coi lavori precedenti della poetessa: il ricordo di un’età – chiamiamola antica – serve da uncino, arpione, quando il mondo va nella direzione opposta. Il ricordo però è inzuppato di qualcosa di inconsolabile. Scrive la poetessa: io sto / da adulta insonne / circondata da arredi / sempiterni (segue un piccolo elenco alla Gozzano). E poi: Tutto è qui dentro / tutto è stato / sempre /…/ … anima senza pace. Il finale è sconsolato: Anche senza guardarlo / tutto quello che adesso chiami “mondo” / ti sopravviverà. Il Commiato avviene nella stanza della casa del paese, ricordando un lutto familiare. La poetessa reduce; la poesia nasce dalla consapevolezza – che bussa sordamente – di una perdita. Pesca parole e immagini da un’epoca in cui le cose erano intatte, torbide chiassose ma intatte. In Quello che chiami mondo (il tu allocutorio rivolto alla sorella ma anche al proprio doppio) ti sopravviverà. Dormi tranquilla anima senza pace: sembra che vi sia un duplice augurio; pace e conciliazione col mondo che continua a vivere dopo lo svelamento. Da questo componimento funebre è possibile trovare una postura poetica: lo sguardo di Orfeo, quando il presente è stanchezza, palude.
Se c’è una ricerca, quando in prefazione si scomodano i presocratici e Ligeti, questa è rivolta ad una metafisica. Prima della voce, prima del ripetersi di qualunque fenomeno: il mare, il fuoco, l’acqua. Prima dell’ombra la luce. Ma tutto scorre e nulla è. Il sentimento equivalente è già un classico della filosofia greca e della fenomenologia. Archiviato dunque il supposto concettuale, è possibile cavare senso al solfeggio di fonemi a cui la poetessa affida la sintassi – l’elegante susseguirsi di misure ritmiche. L’attacco è il tema, l’impianto armonico da cui scheggiano i suoni parola. La voce non è monodica: c’è una posizione dell’io e c’è una realtà fenomenica per cui la parola ridisegna i confini: stare dentro e guardare da fuori. Almeno canone, a cui si aggiunge una terza voce, gli altri.
Ma dal tutto, da cui né storie né città si riflettono, galleggiano stupefazioni e rassegnazioni nel mare della natura.
“il carattere aggressivo per le scosse / continue le eruzioni sputata dritta / dritta dal camino centrale un delta / rovesciato senza acqua o troppa? / fiore rosso e tutti pallidi assorti / nell’indifferenza di fronte al sonno / come si dispone il buio in cielo è / una imposizione di tenerezza“
Il participio come nelle lingue antiche allunga il dettato, e l’attacco iniziale sciama, omette il predicato verbale fino alla cadenza sentenza: il buio è una imposizione.
Le sentenze ci sono. Un dire come è e cosa è, nonostante le premesse e la lontananza abissale tra voce e voce natale, tra dire ed emissione di fiato.
“Teniamoci leggeri teniamoci / al tuo capo santo rotoliamoci / la risposta è nessuna domanda: colonizzare la lingua devastarla /andare a sopravvivere su un altro / pianeta natale e devastarlo / e sciamare via e via così”
Ma anche esortazione, definizione, perdizione salvazione accalorata. Poesia che è gestualità di litania, implorazione, allocuzione eccetera, tutto quanto possa esserci di religioso verso un’entità, una oltre – natura definitiva, da cui si fiorisce o in cui marciamo. Poesia performativa che non sta più nella carta. È voce. Un solfeggio o salmodiare, sintassi ritmica procedendo per cumulo o sovrapposizioni. Il movimento attacca da un’inerte osservazione – il fenomeno – e sfora la comunicazione, s’impunta sullo scarto tra significato e significante, i gradienti dell’imbarazzo. Nulla è, tutto scorre. Posizione razionale nell’edificare l’architettura, ma istintiva nel dare voce all’insofferente nulla di cui si toccano fantasmi. La scrittura è moto – agogica – che cuce il prodigio detto male.
È anche verosimile che provare l’insignificanza col significante sarebbe un gesto da musicisti puri e convinti, oppure poeti arrabbiati per l’inerte spinta, spinta silenziosa inerte morta, delle parole. Le parole non sono tasti che suonano. Stanno ferme, non reagiscono. Le parole morte sono già sulla carta non pentagrammata appena dopo pronunciate in stato di panico abbandono. E questo oltre umano allora, così facilmente suggerito nell’illusione della natura sonora della musica, non c’è mai stato nella parola. Il morto sepolto – il porto sepolto – e dissepolto, marcio. Il biancomangiare nella clausura di mandorle è beatitudine da giuda. Nulla è, nulla si ripete, tutto è adesso, era adesso, già copia ricopiata. Il vizio intellettuale dei performer, la sindrome da Sergiu Celebidache che negava alla ripetizione registrazione la propria arte, quando Glenn Gould, viceversa, negava perfezione all’invasamento al gesto hic et nunc delle frecce di Apollo.
“la sbocciatura tra pachino e peloro / non contempla ipotesi evolutive / non è neppure una sottovariante / e se ne frega dell’impossibile / puoi ripetere? è il primo passo / falso verso l’eternità”
Ben strano – oggi non più – modo di fare poesia negando allo strumento – la parola – significato. Se l’operazione è condotta con arte, l’arte del metro e della tessitura sonora, il progetto concettuale suggerisce quanto meno un interrogativo: perché parlare di ciò di cui non si può parlare? Al silenzio è confinata l’epifania, anche se di essa rimangono i segni del tempo, le schegge di selce, i falsi paradiso del gusto, le visioni che non afferrano. La vita – la sua espressione – sciama a perdersi. La poesia, liberatasi da un io autobiografico vive nel suo pre-significato, come evocazione e negazione: quindi come momento performativo? La poesia si fa discorso musicale la cui semantica è l’impossibile significato. Cioè frustrazione da pentagramma, le cui note non significano nulla se non il loro ri-suonare nell’ascolto.
San Lorenzo, io lo so perché tanto / di stelle per l’aria tranquilla /arde e cade, perché sì gran pianto /nel concavo cielo sfavilla.
Pubblicata da Giovanni Pascoli nel 1896 sulla rivista Marzocco, la poesia X Agosto inizia col pianto più famoso della letteratura italiana. Cadono le stelle, il cielo piange l’ingiustizia degli umani. Il cielo cade e inonda la notte di quest’atomo opaco del Male.
Il tema della caduta emerge dal mare delle perdite. La mancanza di un bene posseduto o solo bramato brilla la scintilla della poesia. Senza perdita non vi sarebbe gesto poetico.
L’amore innalza. L’assenza dell’amore fa cadere i corpi: all’illusione la delusione. Amelia Rosselli in Variazioni belliche del 1960 scrive:
Il poeta mette in guardia l’uomo: i mister, i master, i maestri sono ovunque a impartire una lezione di vita sociale. Ludwig ebbe la forza d’animo di fottersene radicalmente. Con stetoscopio sulla cassa auscultava i battiti azzurri sulla corda di rame, ma conosceva la sintassi del suono meglio di quanto un rabbino conosca il Talmud. Il mister è un corvo, solitamente le vene emergono in risalto, mette a bollire fino all’esasperazione il corpo dell’allievo, finché, tolta la curiosità di pronunciare la sentenza – sì, il giovane è dotato, oppure: non ne mangia – riconsegna all’inutile fiera del buon senso civile il desiderio: il master scarta caramelle. La cinghia di trasmissione, tra cielo e terra, si spezza, si spezzerà: si celebrano ricordi malsani ad ogni compleanno, oscillando il turibolo del destino. Ho studiato musica, ripete l’amica quarantenne, poi ho abbandonato. La fantasia partorisce possibili stami, una specie di vanto del fallimento, un ripiegamento nel sogno del sogno tra i sogni. Lo stesso capitava giocando a pallone: la combriccola faceva la squadra, fuori dal cerchio magico si era niente, in panchina, incompresi. La guerra contro le istituzioni – gli istituti consolidati da una sana vitalità e regolare minzione mattutina – è cominciata a scuola, in Istituti liceali del perbenismo. Lì la saggia misantropia del cattolicesimo ortodosso ha sferzato al corpo un definitivo veto: si educava alla missione sovra individuale.