Come non dimenticare un amore

26 agosto 2020

Una visita alla città di Roma rinnova l’ardore per le cose sante e sacre, la magnificenza della religione, le bellezza delle chiese e degli arredi, le cerimonie, il volto severo del Cristianesimo. A metà Trecento, Roma non era la Roma dei papi rinascimentali. Il poeta osserva le manifestazioni della santità e vorrebbe imitare lo spirito. Ma quello, nella finzione poetica e nella sostanza, è stato solo un viaggio per fuggire da altri pensieri, più per distrazione che per vocazione, e il mondo fa guerra nel cuore di Petrarca, ben schierato sotto l’insegna della sua Donna: Laura. Fare esperienza che la fuga, questa fuga, da un nemico (Laura) all’altro (Dio), non è il miglior modo per vincere un nemico amato, mette il poeta in agitazione. Impallidisce, s’agghiaccia dentro, trema e brucia, il ghiaccio della ragione morale e il fuoco del desiderio. Due forze opposte che si fanno battaglia, senza che vi sia vincitore.

L’aspetto sacro della terra vostra

mi fa del mal passato tragger guai,

gridando: sta su, misero: che fai?

E la via di salir al ciel mi mostra.

Ma con questo pensier un altro giostra,

e dice a me: perché fuggendo vai?

Se ti rimembra, il tempo passa omai

Di tornar a veder la Donna nostra.

I’, che ‘l suo ragionar intendo allora,

m’agghiaccio dentro in guisa d’uomo ch’ascolta

novella che di subito l’accora.

Poi torna il primo, e questo dà la volta.

Qual vincerà, non so; ma infino ad ora

Combattut’hanno, e non pur una volta.

(Francesco Petrarca, Sonetto XLIV)

La fuga non è sempre il miglior modo per sconfiggere un amore sgradito. Quia malum suum circumferenti locorum mutatio laborem cumulat, non tribuit sanitatem. A chi porta con sè il male, mutare luogo aumenta il travaglio, non dà la salute, dice Agostino nel Secretum. Qualche pagina avanti offre un consiglio pratico. Se fuga dev’esserci, deve avvenire senza la speranza del ritorno cosicché le difficoltà di una nuova vita avranno la forza di ridimensionare e sconfiggere il ricordo dell’amata. È un consiglio estremo. C’è stato un tempo chi, per affari di cuore, si arruolava nella Legione straniera oppure faceva biglietto solo andata per un’isola dei Caraibi. Ma Agostino afferma che chi fugge, se fuggire deve, è bene che scelga luoghi affollati. Tam diu cavendam tibi solitudinem scito, donec sentias morbi tui nullas superesse reliquias. Ubi enim rusticationes nichil tibi profuisse memorasti, minime mirari decuit. Sappi che per dimenticare un amore bisogna evitare la solitudine finché non si guarisce. Andare a vivere in campagna è servito a poco. Per fuggire dal male sei corso verso la morte! Morbum fugiens currit ad mortem!

Quisquis amas, loca sola nocent, loca sola caveto

Quo fugis? In populo tutior esse potes.

Ha scritto Ovidio nei Remedia amoris: nella folla, tra le pesone, potrai essere più sicuro. E ancora Petrarca in CCXXXIV: e ‘l vulgo a me nemico et odioso/ (ch ‘l pensò mai?) per mio refugio chero: / tal paura ho di ritrovarmi solo.

Un viaggio a Roma non è servito a cancellare la memoria di Laura.


Sulla meditazione.

24 agosto 2020

Nel secondo libro del Secretum di Francesco Petrarca, Agostino ribadisce il proprio ruolo di guida spirituale, e si appresta a fare l’elenco dei comportamenti che sono d’ostacolo ad una vita serena. Così come aveva fatto Virgilio con Dante, pur in modalità differente, anche Agostino guida Francesco attraverso i suoi peccati. Ma prima d’iniziare è fatta una premessa. Il nemico è invisibile, come un esercito la cui forza è sottostimata, eppure circonda e smantella a poco a poco le difese. La metafora bellica serve a mostrare quale sarà il compito della guida spirituale. Prima che ci sia la sconfitta, Agostino svelerà la natura del nemico in modo che il discepolo potrà essere iniziato alla filosofia etica. Videbis profecto cogitatio illa salubris, ad quam te nitor attollere, quot adversantibus cogitationibus victa sit. La meditazione capace di dare salute (cogitatio illa salubris) è disabilitata da un nemico subdolo e mascherato, che promette felicità ma produce infelicità. Il nucleo di tutto il dialogo che segue si può sintetizzare nella stigmatizzazione di ogni gesto o pensiero che ha come oggetto un bene materiale o anche un’abilità intellettuale come l’eloquenza o la scienza, lontane dalla luce della meditazione sulla morte.

L’iniziazione alla felicità è iniziazione alla filosofia etica. Memento moriri, dice il filosofo etico. È questa la pietra di paragone. Recto tibi invictoque moriendum est, scrive Seneca (ep. 37). Orgoglio e fierezza. Effugere non potest necessitates, potest vincere. La filosofia etica, anche quando non è intimamente ispirata da una teologia, è rinuncia delle passioni terrestri, come nel modello oraziano dell’aurea mediocritas. Affidare troppi pensieri alle cose della vita quotidiana, non ci solleverebbe dalle preoccupazioni e farebbe nascere inutili tensioni. Un pensare, invece, sotto l’ala protettrice della signora morte, è come volgere uno sguardo pacificato al mondo. Vide quos tibi mundus laqueos tendit, quot inanes spes circumvolant, quot supervacue premunt cure, dice Agostino. E Seneca aggiungerebbe: nascimur sine missione.

Petrarca non mette mai in dubbio la teologia cristiana. La fede cattolica del Petrarca è purissima, non veramente incrinata da alcun dubbio: talvolta si direbbe perfino più sicura di quella del teologo Dante, una verità interamente accolta e tranquilla. La sofferenza di Petrarca è nel dover riconoscere come male e come peccato ciò che alla sua terrestrità sensibile è più caro: nel dover sentire il male di amare Laura. (Flora).

E nei fatti, sapere che ciò che è nel mondo non dura, non abbatte o innalza Petrarca a una forma di misticismo religioso, se non si stima frutto di radicale spiritualità la cattedrale che Petrarca ha edificato usando il volgare fiorentino. Il discorso sull’eternità risulta sempre essere un po’ sbiadito e l’infelicità non nasce tanto dalla lontananza da Dio, quanto dalla difficile realizzazione di un mistico desiderio di esaltazione della dimensione terrestre. La gloria che varca i secoli è postuma, e Laura è stata un imperativo poetico. E il compromesso tra morte e immortalità ha prodotto la teologia del Canzoniere.