Ercole Patti visita la casa museo di Bellini

1 dicembre 2020

Dal Diario Siciliano di Ercole Patti le pagine datate al Settembre 1957 svolgono la cronaca di una visita al museo belliniano di Catania svoltasi in compagnia dello scrittore e amico Mario Soldati. A piedi, dopo aver percorso la via Crociferi, i due visitatori allungano fino al portone della Casa di Giovanni Verga, e poi ritornano alla palazzina settecentesca che si affaccia in via Vittorio Emanuele. La casa del musicista è diventata un piccolo museo che raccoglie piccoli oggetti, reliquie del padrone di casa, Vincenzo Bellini. Non c’è retorica, “il cortile settecentesco è zuppo di umidità”, “una donna in ciabatte indica familiarmente la scaletta che porta all’appartamento”. L’atmosfera dimessa di casa privata è la caratteristica del museo, senza i freddi tratti della celebrazione. Sembra un luogo della vecchia Catania abitata da piccoli impiegati, scrive Patti. Piccoli cimeli, segni d’una presenza invisibile (la tastiera del cembalo scoperta come se…). L’appartamento è “modesto”, pur conservando testimonianze di gloria artistica. Poi un “camerino piccolissimo”, un signore è seduto dietro la macchina da scrivere: il maestro Pastura, direttore del museo, appassionato e competente della musica di Bellini.

I visitatori si soffermano nella stanza degli autografi. Soldati canticchia qualche melodia leggendo dallo spartito. Il quaderno degli appunti musicali offre spunto per una conversazione sulla tecnica compositiva del musicista. L’unico documento che richiami un’idea di grandezza sembra essere una lettera di D’Annunzio, la sua calligrafia, una poesia dedicata a Bellini, un ampio, clamoroso e notissimo autografo.

Poi uno sgabuzzino in cui è riposta la bara con cui il corpo di Bellini nel 1876 fu riportato da Parigi a Catania. C’è spazio anche per la maschera funebre. Ma tutto questo ha piuttosto l’aria cordiale dei vecchi oggetti in disuso che si custodiscono affettuosamente nei solai di certe casa siciliane.

Questo piccolo museo custodisce una grande ma breve esistenza. Raccoglie con semplicità i resti mortali del tempo. Le analogie alla luce vivida e malinconica che invade la casa di Verga sono almeno due. Una volta fuori, la vita del Corso Vittorio Emanuele avvolge i due visitatori, un leggero odore di pesciolini fritti.

Una testimonianza malinconica e commossa. La visita al museo è ancora oggi possibile, e forse non è cambiato molto in questa piccola casa museo del 1957: piccoli oggetti, appunti musicali, manifesti teatrali, qualche lettera, dove sembra che si aggiri ancora oggi il fantasma poetico di Vincenzo Bellini.