I fantasmi di Librino, Spanò

Il primo dei cinque racconti che compongono la raccolta è un colpo di mortaretto: quel boom esploso in aria quando è ancora giorno, prima che la festa inizi. E basta quel fuoco, chiamiamolo, di cannone, perché tutto cambi: tutto ciò che prima era aria indifferente di giornate feriali, il cuore sente essere diventata qualcosa di non comune. Sentiamo l’odore della festa, la trasfigurazione delle ore.

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Ercole Patti visita la casa museo di Bellini

Dal Diario Siciliano di Ercole Patti le pagine datate al Settembre 1957 svolgono la cronaca di una visita al museo belliniano di Catania svoltasi in compagnia dello scrittore e amico Mario Soldati. A piedi, dopo aver percorso la via Crociferi, i due visitatori allungano fino al portone della Casa di Giovanni Verga, e poi ritornano alla palazzina settecentesca che si affaccia in via Vittorio Emanuele. La casa del musicista è diventata un piccolo museo che raccoglie piccoli oggetti, reliquie del padrone di casa, Vincenzo Bellini. Non c’è retorica, “il cortile settecentesco è zuppo di umidità”, “una donna in ciabatte indica familiarmente la scaletta che porta all’appartamento”. L’atmosfera dimessa di casa privata è la caratteristica del museo, senza i freddi tratti della celebrazione. Sembra un luogo della vecchia Catania abitata da piccoli impiegati, scrive Patti. Piccoli cimeli, segni d’una presenza invisibile (la tastiera del cembalo scoperta come se…). L’appartamento è “modesto”, pur conservando testimonianze di gloria artistica. Poi un “camerino piccolissimo”, un signore è seduto dietro la macchina da scrivere: il maestro Pastura, direttore del museo, appassionato e competente della musica di Bellini.

I visitatori si soffermano nella stanza degli autografi. Soldati canticchia qualche melodia leggendo dallo spartito. Il quaderno degli appunti musicali offre spunto per una conversazione sulla tecnica compositiva del musicista. L’unico documento che richiami un’idea di grandezza sembra essere una lettera di D’Annunzio, la sua calligrafia, una poesia dedicata a Bellini, un ampio, clamoroso e notissimo autografo.

Poi uno sgabuzzino in cui è riposta la bara con cui il corpo di Bellini nel 1876 fu riportato da Parigi a Catania. C’è spazio anche per la maschera funebre. Ma tutto questo ha piuttosto l’aria cordiale dei vecchi oggetti in disuso che si custodiscono affettuosamente nei solai di certe casa siciliane.

Questo piccolo museo custodisce una grande ma breve esistenza. Raccoglie con semplicità i resti mortali del tempo. Le analogie alla luce vivida e malinconica che invade la casa di Verga sono almeno due. Una volta fuori, la vita del Corso Vittorio Emanuele avvolge i due visitatori, un leggero odore di pesciolini fritti.

Una testimonianza malinconica e commossa. La visita al museo è ancora oggi possibile, e forse non è cambiato molto in questa piccola casa museo del 1957: piccoli oggetti, appunti musicali, manifesti teatrali, qualche lettera, dove sembra che si aggiri ancora oggi il fantasma poetico di Vincenzo Bellini.

I segreti del giovedì sera

Pietro “è stanco di questo capitalismo delle emozioni, quest’obbligo coatto alla felicità, che infatti è chiamata benessere, perché il benessere lo puoi vendere e la felicità no…”. E Mauro ” la notte dorme pochissimo, guarda in tv gli oceani che si asciugano e i pesci che nascono ermafroditi, e quando esagera con la grappa vede gli Ufo nel suo giardino”.

Come lettore ho subito percepito una catastrofe in corso, il capovolgimento dell’ordine. I gatti osservano divertiti l’affanno degli umani che incasellano, definiscono, trattengono come sanno fare, con parole e numeri, la vita. E tutto (relazioni, affetti, malattie, decadimento fisico, felicità, amore, dolore, tradimento) potrebbe essere incorniciato dentro una similitudine linguistica o una riparazione. Anche le cose inanimate abitano un funerale o un rito d’iniziazione. I romanzi, il cinema, la psicologia, il sapere tecnico e settoriale, l’informatica e il mondo delle Applicazioni, sono come manuali da cui tirare fuori i perché delle scelte, e quindi ammorbidire la caduta. L’ironia colta e raffinata di Elvira, protagonista e autrice, sa sempre trovare una via d’uscita, anche dall’imbarazzo.

La macchina del romanzo, in un lungo ed inesorabile crescendo, descrive le relazioni di un gruppo di quasi sessantenni professionalmente affermati con un presente affettivo ordinariamente in crisi. Quindi le discussioni su cosa sia l’amore, sul come gestire i rapporti, strategie di dialogo per mantenere viva l’amicizia tra donne, e le segrete confessioni tra amici e amiche. Ci si aspetterebbe uno spazio dedicato ai ricordi, al “come si era”, la celebrazione del passato. E invece nel tramonto dell’impero il riflettore è puntato sui desideri. Perché questi quasi sessantenni è come se avessero trent’anni, e il corpo ne insegue i salti mortali. Personaggi con la volontà di essere all’altezza dei tempi che corrono, e quindi ancora una volta contemporanei, molto più di quanto lo sarebbe un trentenne per anagrafica.

Non ci sono nonni. I figli vivono lontano e sono impegnati a cercare lavoro oppure a studiare. L’idea della fuga è coltivata dai padri e dalle madri che guardano al futuro. Verso la fine del romanzo, seduti al tavolo di un ristorante intorno al Castello Ursino, Elvira e Cesare sentono odore “di barbecue, di triglia bruciata. Olio caldo sulle bruschette”, in contraddizione con altri odori svaporanti che appartengono a quel quartiere della città, e che da sempre celebrano una gastronomia tipicamente etnea. È una rimozione oppure una semplice scelta narrativa?

Catania vive negli ultimi anni una forte divisione tra una parte della società colta, i professionisti, e quella più popolare, i commercianti. E l’identità della città dinamica e produttiva in senso tradizionale è spostata nel romanzo dentro un’economica globale. Catania, luogo dell’innovazione e della tradizione, si trasforma in una bizzarra capitale europea, dove i giovani e gli anziani vanno via, ma allo stesso tempo potrebbero ritornare dopo aver vissuto in Giappone.

Ma in questa Catania che è un Occidente di secondo grado, quasi un surrogato dell’originale smart, c’è anche un’unicità, un aspetto incomparabilmente proprio che è in tutto quanto non appartiene alla civiltà, all’umano. La forza vitale della natura. Il mistero e l’enigma della vita e della morte nel succedersi degli eventi atmosferici. Il caldo e il freddo, le fiamme e il gelo, la nebbia miracolosa, le piogge torrenziali, la pazzia del clima, il ciclone: il senso di una catastrofe che contravvenendo alle leggi della civiltà, spazzi via tutto questo festival dello ‘stare insieme’ codificato e mentalizzato, e ristabilisca il giusto equilibrio al battito del cuore. I gatti stanno a guardare, spiano sempre. E in attesa del disastro che riassesti gli astri (profeticamente e lentamente in corso in questi giorni di Covid), la protagonista ascolta i silenzi metafisici tra le pietre di un castello antico di fronte al mare. E poi fa la propria scelta.