Incipit

8 luglio 2019

Non si era mai visto, a casa mia, un autunno così smodato. Pareva che il mio giardino, mentre noi non c’eravamo, avesse fatto festa, ballato sino all’alba e vomitato (sentivo anche, ma forse era un’impressione, odore di cose scadute, vino acido, vermi schiacciati sotto i piedi). Scansai la pozzanghera su cui galleggiavano insetti e lunghi filamenti. Davanti a me l’edera del pergolato aveva raggiunto con un balzo la scala e si accoppiava coi petali della solandra, le piccole unghie affondate nel calice. Il giallo carnoso dei fiori e il verde mosso delle foglie brulicavano nell’incrocio, ed entrambi, fiori e foglie, soffocavano in un abbraccio che si smorzava esausto sul muro. Mi abbandonai sulla panca. Una foglia si staccò dal ramo e sibilò ai miei piedi. Le lingue rosa della buganvillea, dall’aiuola, si allungarono smaniose su quelle stanche del glicine, e foglie e foglie dappertutto, labbra di foglie screziate e lucide di ogni specie che s’infilavano tremule nei varchi disponibili, una crepa, un vaso rotto, una fessura tra i mattoni. E foglie coi denti che succhiavano il ferro delle sedie, si contraevano e si dilatavano. Ossa di foglie per terra, che gemevano sotto i passi. Foglie molli e sfinite, ridotte a fibre, nervi, polvere. Foglie bagnate e foglie irsute, che mugolavano nel vento e si umettavano i bordi, e poi i tentacoli dei rami neonati che si aggrappavano ad arbusti più forti. Pure un pezzo di tronco destinato al camino aveva messo radici e si era tramutato in albero. Un breve, deforme, trinchetto della felicità. Non riuscii a toccarlo. Si strofinavano sul muro anche i rampicanti del vicino, che scavalcate le recinzioni si erano lanciati sull’agave, in un groviglio che aveva qualcosa di terrifico. meraviglioso, anche. Il bello è che non ci eravamo mossi da casa. Quando era successo tutto questo? Il tramonto si era compiuto. Sentii lo sguardo strisciante dell’edera che guizzava sulla ringhiera. Sotto la gonna a fiori, un rampicante mi si avvitava addosso.

(Elvira Seminara, L’indecenza, 2008)


Incipit

8 luglio 2019

A colpirlo soprattutto fu il fatto che, da lunedì in poi, sarebbe stato Luzhin. Suo padre – il vero Luzhin, l’anziano Luzhin, l’autore di libri – uscì dalla camera dei bambini con un sorriso, stropicciandosi le mani (già spalmate per la notte con cold cream trasparente) e, con l’andatura serale delle pantofole di camoscio, tornò a passi silenziosi nella camera da letto. Sua moglie era coricata. Si sollevò a mezzo e domandò: “Bene, come è andata?” Luzhin si tolse la vestaglia grigia e rispose: “Ci siamo riusciti. L’ha presa con calma. Auff... mi sono tolto dalle spalle un grosso fardello”. “Meno male…” disse la moglie, tirandosi addosso adagio la coperta di seta. “Dio sia ringraziato, Dio sia ringraziato…”.

(Vladimir Nabokov, The Defense [Zashchita Luzhina], 1930)

trad. Oggero