
Non saprei se in assoluto Pascoli sia sempre stato così avverso alla vita cittadina. Nei suoi versi non è rara la contrapposizione tra la voce della città e quella della campagna. La presenza di una voce presuppone un dialogo oppure un monologo. Ecco, in campagna avviene un dialogo strano; in città invece monologhi o, eventualmente, ci si scambiano informazioni a distanza, usando il telegrafo. La città è univoca, sorda, la campagna invece crea corrispondenze. I fili tremuli di rame, le rote ferree, le querule campane (in Solitudine, da Myricae), sono un repertorio di suoni cittadini o comunque una modernità caotica. La natura è una patria, la città un’avventura senza ritorno.
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