Il mestiere del professore (18)

(La cagnolina Bibì entra a scuola)

Uno degli ultimi capitoli di Uno, nessuno e centomila, Pirandello ovviamente. Il paragrafo s’intitola Il Dio di dentro e il Dio di fuori. Che sarebbe come dire: le forme visibili e invisibili del sentimento religioso. L’andamento rapsodico del romanzo raccoglie un ampio repertorio d’immagini e riflessioni sulle forme dell’io che si rivela molteplice quanto le sue rappresentazioni. Nel finale Vitaliano Moscarda rinuncia anche al proprio nome, per vivere fuori dalle costruzioni umane, lontano dalla città, in un ospizio di campagna, in un luogo amenissimo. Osserva il paesaggio e vi si immerge per ciò che di indefinito e vago suggerisce: all’alba, quando le cose appena si scoprono […] Impedire che il pensiero si metta in me di nuovo a lavorare, e dentro mi rifaccia il vuoto delle vane costruzioni.

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Il mestiere del professore (15)

(A cosa servono gli esercizi?)

Gli studenti si chiedono spesso a che serva svolgere un copiato, un esercizio di traduzione o parafrasi, quando già tutto è stato tradotto o riscritto; che senso avrebbe ricopiare cinquanta versi di Dante oppure riassumere un racconto. A cosa serve rifare quanto appartiene al passato e non ha utilità. non dico pratica, ma neanche teorica? L’unico copiato utile allo studente sarebbe quello che eviterebbe di impiegare tempo e sforzo intellettuale nello svolgere un compito.

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Fiore

Questo piccolo giallo fiore è un fiore filosofo: sceglie per sua abitazione i luoghi dove la famiglia umana è meno frequente e non si lascia addomesticare nei giardini al servizio delle dame: a coglierlo si ribella, perché i forti alti aculei verdi su cui cresce, a fatica si spezzano e il fiorellino antepone di cadere e morire all’essere divelto dal suo stelo: la sua anima esala più odorosa quando più caldo è il sole. La “rosa”, la “viola”, il “gelsomino” sono titoli per poeti soavi: “La Ginestra” è il titolo di un grande canto del penultimo nostro poeta profeta. Questo umile fiore poté a lui inspirare un testamento di verità e di fede a beneficio dell’uomo. Ed era in fin di vita, il nobile, il grande profeta, ed era ammalato senza speranza! E i libri dei letterati dicono che Giacomo Leopardi fu misantropo, scettico, e pessimista. No, egli fu un santo! Crede il volgo che i santi siano soltanto quelli che portarono la tonaca del fraticello e subirono la tonsura. Che errore! Anche San Francesco era morente, sparuto, esangue, quando fra gli olivi soleggiati di San Damiano compose il suo Cantico al Sole. Cantano i cigni più dolcemente quando la morte s’appressa. Oh, siate laudate anche voi, anime grandi, e laudano sia il popolo d’Italia quando spezzerà i sigilli degli evangelici che i suoi santi a lui lasciarono per testamento!

(Alfredo Panzini, La lanterna di Diogene, 1907)

De disputatione litteraturae (sulla letteratura di serie A e di serie B)

urlE dopo? Se qualche scrittore scrive frasi fatte, e c’è qualcun altro che nelle frasi fatte si rivede e si specchia, non credi che quella scrittura assolva un compito? Che abbia una funzione? Se ci sono 1,5 milioni di visualizzazioni per un solo pianoforte, non credi che chi ascolta quella musica non ne sia soddisfatto? Non è grande musica, non è grande letteratura, eppure quelle cose lì svolgono una funzione artistica innegabile. Tacciare di incompetenza chi ascolta o legge prodotti di serie B è cosa poco intelligente. Chi ascolta Pincopallo afferma lui stesso di essere un incompetente: e l’incompetenza non è un limite per leggere o ascoltare musica. L’arte non deve necessariamente rivolgersi ai competenti, anzi. Oggi siamo immersi in prodotti per incompetenti, e l’incompetenza è politica. Ribaltamento dei valori? Non c’entrano i valori. Nel momento in cui parliamo di valori (qualcosa uguale per tutti), parliamo di una società già vecchia. Esistono fasce di popolazione, che slittano nel tempo tra i prodotti culturali merce, dal basso a poco a poco verso l’alto, oppure rimangono sempre al piano terra. Ma anche il piano terra, per chi non conosce il grattacielo o soffre di vertigine, ha una sua funzionalità. Il raro e il raffinato, tutto ciò che ha un costo in gioielleria, necessita di qualcuno che possa acquistarlo, e fuor di metafora, chi può acquistare Horcynus Orca? Chi potrebbe acquistare La montagna magica? Con i mezzi di diffusione di massa si riesce a far acquistare a furia di parlarne un malloppazzo indigeribile pseudo-geniale come Infinite Jest, che non rimane nelle classifiche per più di mezza settimana!

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Leopardi, sulla bellezza.

Leggo il p. 1318 dallo Zibaldone. Leopardi non definisce cosa sia la “bellezza”, (probabilmente l’avrà già fatto o non lo farà mai) bensì afferma che “intorno al giudizio del bello, non opera tanto l’assuefazione, quanto l’opinione”. In breve, un libro, una donna, un quadro, una poesia è giudicata tanto più bella quanto maggiore è la sua notorietà. Dal giudizio all’assuefazione, il passo è breve. Per dimostrare quanto affermato Leopardi chiama in causa l’esperienza quotidiana: “Chi non sa che una bellezza mediocre, ci par grande s’ella ha gran fama?”. Poi parla degli scrittori e dice: “il formare il gusto, in grandissima parte non è altro che il contrarre un’opinione… se tu cambi opinione, ecco che quella stessa opera ti dà sommo piacere, e ci trovi infinite bellezze di cui prima sospettavi.”

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