Nevica e ho le prove, Franco Arminio

18 marzo 2017

“Nei libri si devono scrivere cose che ancora non abbiamo confidato a nessuno. Altrimenti si fanno ombrelli, merendine”. I giovani e i vecchi, le donne, i luoghi. Questi tempi che sono dell’accidia. Un gesto costa la fatica della rivoluzione, e si rimane in coda. Senza neppure scorgere l’ingresso alla vita. Una lunga attesa: del lavoro, dell’amore, della felicità. Non c’è neanche la sofferenza ribelle. C’è nebbia, senza poesia. Il mare, senza onde e rumore. Le case, concentrato della modernità sbilenca. Hanno tolto via lo spazio tra le persone. Si galleggia in uno strato di marmellata di albicocche, zuccherata. Il fondo della torta non c’è. L’equilibrio della pizza. L’evocazione di una serata felice. Sorrisi, comprensione, unione. Un’attesa. In questo tempo in cui i morti sono più vivi dei vivi; in cui i vivi attendono la vita e i morti scoperchiano le tombe e sono tra di noi, con l’ombra della felicità; in questi tempi i giorni sono pagine linde e immacolate. Non c’è niente. In giro, si va solo per dovere. Ci si spreca con le parole invisibili: ci si spreca coi fantasmi. E i vecchi diventano decrepiti, i giovani non diventano adulti.
Una panchina vuota. Un campo verde. Una nuvola, il cielo azzurro. Siamo già nel futuro. Nevica e ho le prove.