La rovina dell’amore, su Petrarca e Franco Arminio

16 settembre 2020

Francesco Petrarca si stringe nel ricordo di Laura, quand’anche la donna sia lontanissima e pure non più giovane. Il tempo fugge, e raspa l’avvenenza. Ma il poeta s’avvolge nell’immagine di quella Laura che aveva acceso l’incendio della passione. Il sonetto XC del Canzoniere è dedicato alla rovina della bellezza (così scrive Santagata nel suo L’amoroso pensiero), presentimento dell’inverno dell’età morta. Un sonetto sulla fine, che è invece celebrazione della bellezza divina: aura e lauro, natura, paesaggio, campagna, dolci e fresche acque, e azzurra vibrazione luminosa.

Quindi: Erano i capei d’oro a l’aura sparsi/ che ‘n mille dolci nodi gli avvolgea,/ e ‘l vago lume oltra misura ardea/ di quei begli occhi ch’or ne son sì scarsi … (I biondi capelli erano sparsi al vento, che li avvolgeva in mille dolci nodi, e ben oltre le umane qualità sfolgorava la luce scintillante di quegli occhi, che ora ne sono così poveri …). Laura è luce, vento, sole, amoroso raggio. Notte e pioggia scende e cade di contro alla solitudine, quando sconforto e rifiuto congela il cuore di Petrarca.

Franco Arminio sembrerebbe che costruisca visioni poetiche assommando ombra e luce. Rovina della carne e luce dell’estasi che lavorano sull’assolato mistero della bellezza. Rovina ed eternità amorosa, registrati con sensibilità contemporanea. Un ritrarsi e credere alla folgore. Scrive: Ora che non posso vederti/ mi piace immaginarti mentre guardi/ una vacca, un cane, un cardo./ Non so se lo ricordi/ il ramo storto dei miei sguardi. Come gran parte della tradizione lirica d’amore, pure classica, di ogni tempo, l’amore ha bisogno di rivelarsi in continuità con la natura, le leggi misteriose della vita. Anzi, toccando la natura il sentimento (passione e comunità) trova la Bella d’erbe famiglia e d’animali. Il ricordo dell’amata si rinforza accanto a un cardo, un cane, una vacca. Cose alte, altissime, e cose basse, di poco conto e impoetiche: la vacca e il cardo. La bellezza del sentimento e la rovina verso il basso, il ramo storto. L’aura che è Laura.

Ma a differenza dei tempi di Petrarca e Foscolo, non c’è natura oggi che non sia lontana da noi, qualora occidentali inurbati al novanta per cento. L’amore, che nell’artifizio intelligente e utilitaristico della città è fatto di carne, giuramenti sottoscritti e festeggiamenti, ha bisogno, per essere posseduto nell’espressione linguistica e poetica, di succhiare luce da un ramo storto, la cui incongruenza per noi è miracolosa, dai fiordi e dal grano, ma il grano il fiordo e il ramo storto non cambiano natura, a differenza del lauro e dell’aura. C’è una separazione tra noi e loro, gli extra umani.

E quindi: Non me lo scordo/ il tuo sesso profondo/come un fiordo. (da Cedi la strada agli alberi)

Separazione (noi e la natura) e mistero. La carne, chiamata per nome e cognome, e la natura così com’è. In mezzo, il legame sentimentale, il salto dell’immaginazione: la luce, che non è persona, ma stato di grazia.


Nevica e ho le prove, Franco Arminio

18 marzo 2017

“Nei libri si devono scrivere cose che ancora non abbiamo confidato a nessuno. Altrimenti si fanno ombrelli, merendine”. I giovani e i vecchi, le donne, i luoghi. Questi tempi che sono dell’accidia. Un gesto costa la fatica della rivoluzione, e si rimane in coda. Senza neppure scorgere l’ingresso alla vita. Una lunga attesa: del lavoro, dell’amore, della felicità. Non c’è neanche la sofferenza ribelle. C’è nebbia, senza poesia. Il mare, senza onde e rumore. Le case, concentrato della modernità sbilenca. Hanno tolto via lo spazio tra le persone. Si galleggia in uno strato di marmellata di albicocche, zuccherata. Il fondo della torta non c’è. L’equilibrio della pizza. L’evocazione di una serata felice. Sorrisi, comprensione, unione. Un’attesa. In questo tempo in cui i morti sono più vivi dei vivi; in cui i vivi attendono la vita e i morti scoperchiano le tombe e sono tra di noi, con l’ombra della felicità; in questi tempi i giorni sono pagine linde e immacolate. Non c’è niente. In giro, si va solo per dovere. Ci si spreca con le parole invisibili: ci si spreca coi fantasmi. E i vecchi diventano decrepiti, i giovani non diventano adulti.
Una panchina vuota. Un campo verde. Una nuvola, il cielo azzurro. Siamo già nel futuro. Nevica e ho le prove.


Viaggio nel cratere, Franco Arminio

18 marzo 2017

IMG_0139“Credo che stare in un paese aiuti a capire come va il mondo o come non va”. È bizzarro, eppure credo che potrebbe essere proprio così. Nelle città non accade più nulla, dicono (ma non ci credo al cento per cento). Nei paesi è lo stesso, eppure il nulla si può osservare, perché si può respirare ancora un’aria dimenticata d’umanità. Diciamo le pietre. C’è paese e paese. Il tempo lento combatte l’accumulo dei desideri. La stasi infligge i suoi dubbi alla noia delle storie e delle parole che non appartengono a nessuno.
I paesi dell’Irpinia, dice Arminio, non sono più come una volta. Il terremoto dell’ottanta li ha modificati. È arrivata la ricostruzione, i contributi e gli scempi architettonici. L’emigrazione aveva prima fatto abbandonare i centri storici e chi ritorna ormai vive nelle case con garage e cancello automatico.
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