Incontro scuola famiglia

E sì, non è un derby calcistico. Ma potrebbe essere una partita annunciata per ogni inizio di campionato («Turi, se porti buoni voti t’accatto il motore!»; «se il professore al colloquio mi dice che ti comporti male ti taglio i viveri!», oppure «Mizzica, collega, tutti i pomeriggi a scuola, dieci classi duecentoventi alunni!»). È un incontro sportivo, una rivincita, rivalsa, riscossa, recupero, revanche, riscontro, discussione, soddisfazione, trionfo, corteggiamento … oppure un fastidioso e temuto confronto, per entrambi le squadre, durante il quale si rischia di subire una bruciante sconfitta. Si inizia con molta cautela. Tutto il gergo calcistico potrebbe essere dispiegato nel descrivere il momento in cui la squadra dei prof incontra la squadra dei genitori. Chi sarebbe dovuto esserci, purtroppo è assente per infortunio. I primi minuti ci si ascolta, si dialoga, ma soprattutto non si dice subito quello che si deve dire: si studia l’avversario. Poi un attacco fulmìnio («Turiddu è incostante, rischia la bocciatura»). Fuori gioco. Interviene l’arbitro, e palla all’avversario. Ma il possesso palla è sempre dei professori. I genitori giocano di contropiede, «Turiddu però è un bravo ragazzo», oppure «A certo, lo vedo a casa, sempre cu ‘sti cosi, ca ciatta, mi dica lei, professore, che debbo fare?»; e i professori si difendono con ricette da ambulatorio «legga di più, si concentri, mezzoretta di matematica al giorno leva il medico di torno». È capitato che un genitore, per un’evidenza numerica, abbia mollato, partita in corso, un ceffone al figlio. Autogol. Poi «Turiddu aveva fatto un compito …» e il centravanti calcia la palla facendo un numero inaspettato. Il professore para il colpo, più o meno, non si ricordava quanto fosse stato bravo quel tipo lì la settimana scorsa… calcio d’angolo. «Professore, non sono d’accordo, lei è così ingiusto».

Il professore, quando si parla di giustizia, si potrebbe trovare in difficoltà.

Palo, e  goal.

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