Il mestiere del professore (10)

(Il coraggio)

‘Abbi il coraggio di essere te stesso, continua a scrivere’. Così un professore incoraggia un suo studente nel racconto di Marco Lodoli, Il maestro. E lo studente, infervorato da queste parole, si rovina l’esistenza inseguendo una vocazione letteraria che non gli appartiene.

Bisogna vigilare sulle parole. Le parole pronunciate in classe disegnano la mappa del futuro. Giunti al bivio ci fermiamo e nel dubbio ricordiamo il percorso ideale che qualcuno avrebbe tracciato per noi quando eravamo soltanto promesse.

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Il mestiere del professore (6)

(Il maestro del professore)

I professori non hanno avuto alcun maestro. Non come gli avvocati, i dottori, i falegnami, i musicisti e così via. Questi prima di svolgere la loro professione hanno conosciuto una persona che gli ha illuminati avviandoli al mestiere.  I professori della scuola invece hanno fatto un po’ come i calciatori. Tanti ragazzini hanno seguito la scuola calcio, hanno partecipato ai tornei, hanno esordito in promozione, altri poi sono passati al professionismo. Se chiedessimo a un calciatore chi sia stato il suo vero maestro, avrebbe difficoltà a rispondere. Messi era già Messi prima di giocare nel Barcellona. Chi ha insegnato a Maradona a tirare i calci di punizione? Anche il più scarso calciatore è già un calciatore nel momento in cui per la prima volta un allenatore lo ha inserito tra i titolari e ordina: corri e fai goal. 

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Il mestiere del professore (5)

(La prima lezione dell’anno)

Il primo giorno di scuola è un evento straordinario per tutti. Il docente riavvia la macchina dell’insegnamento rimasta inattiva per tre quattro mesi. Lo studente ritorna in classe, saluta i compagni e sta lì seduto con le vibrisse tremule, sensibilissimo. Gioca a guardie e ladri, e fa il palo: guarda, spia, pensa, ripensa ai buoni propositi. Si guarda intorno, in silenzio, cerca di capire come cavarsela anche quest’anno. Pertanto, la classe durante la prima lezione dell’anno ha un comportamento inattendibile, truccato dall’aspettativa e dalla simulazione: far bella figura, non mostrarsi per quanto si vale. Il silenzio in aula è irripetibile, memorabile. L’attenzione totale. Grande la suscettibilità. Quindi il primo giorno è il giorno in cui il docente dovrà lasciare un segno per farsi ricordare, e mostrare il proprio marchio di fabbrica: da qui in avanti la classe non sarà più la stessa.

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Il mestiere del professore (4)

(Il programma)

L’obiettivo principe di ogni professore è svolgere fino in fondo il programma come prescritto dalle indicazioni ministeriali. E premetto: i programmi intesi come un rigido elenco vincolante non esistono più da almeno venti anni.

Fare una lettura delle indicazioni ministeriali, anche se non si è del mestiere, aiuta a comprendere in cosa consiste la libertà d’insegnamento. Il docente non è libero nella scelta degli obiettivi formativi (il saper leggere scrivere e far di conto, per intenderci, variati con molteplici sfumature) ed è in parte costretto nella scelta dei contenuti (per esempio non potrebbe cambiare un certo ordine cronologico degli autori della letteratura italiana, anche se, seguendo una logica formativa e tematica, potrebbe presentare un po’ di Montale al terzo anno e riprendere un po’ di Cavalcanti al quinto); ma è libero di scegliere il modo con cui pervenire a un obiettivo disciplinare. Come una guida turistica, considerati gli strumenti a disposizione e soprattutto il divertimento da assicurare ai turisti, è libera di scegliere l’aereo, il treno, il cavallo oppure il cammello, la canoa, la nave, per raggiungere la meta; così Il professore decide il percorso: cosa far studiare, come far studiare, perché far studiare e quando far studiare un determinato argomento. Solo l’obiettivo rimane intatto, e lo raggiungerà seguendo una propria cognizione del mestiere del professore.

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Il mestiere del professore (3)

(Il rientro dalle vacanze)

Al rientro dalle vacanze i professori sono perlopiù abbronzati. Parlo di professori accordando il genere maschile solo per convenzione grammaticale: il discorso è rivolto indiscriminatamente a professori e professoresse che nel mondo della scuola sono numerosissime. La scuola è femminile, direi donna.

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Il mestiere del professore (2)

(Della solitudine)

 

Un’altra suddivisione più oggettiva è quella che considera il modo in cui il professore è riuscito a conquistarsi la cattedra. Quindi ci sono i supplenti, dunque i vincitori di concorso oppure i convocati  dal provveditorato su graduatoria. Il mantenimento della cattedra non dipende dal merito, anzi questo non è mai preso in considerazione. I professori, a tempo parziale o di ruolo, sono tutti sulla carta meritevoli e come tali termineranno la carriera. L’istituzione che arruola il personale è indifferente alla qualità, non chiede conto dell’operare, ma dei risultati. I risultati sono i numeri delle valutazioni. Neanche il cosiddetto anno di prova è una vera valutazione delle qualità dell’insegnamento. Se nella sostanza la richiesta di merito è sempre un atto formale, mai sostanziale, il professore, a qualsiasi categoria appartenga entra in classe e il suo operato ha un solo valutatore reale e informale: lo studente e i relativi genitori. E d’altra parte chiedere alla vittima di essere carnefice è una pratica masochista. 

Queste piccole distinzioni vogliono mettere in luce un fatto incontestabile: la solitudine del docente.

©fg

Il mestiere del professore (1)

(La prima volta)

La prima volta non si dovrebbe dimenticare. 

La prima volta quando si entra in classe, e ci si sente soli a combattere una guerra. 

L’iniziazione alla cattedra è una catena di prime volte: la prima volta che non sei più uno studente, la prima volta che ti chiamano professore, la prima volta che riceverai uno stipendio, e quindi la prima volta che sei responsabile per tutto quanto accada in un’aula di venticinque ventotto adolescenti, la prima volta in cui dài del tu a un collega più grande di te: la prima volta in cui sei il capitano di una nave e hai paura della tempesta.

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Incontro scuola famiglia

E sì, non è un derby calcistico. Ma potrebbe essere una partita annunciata per ogni inizio di campionato («Turi, se porti buoni voti t’accatto il motore!»; «se il professore al colloquio mi dice che ti comporti male ti taglio i viveri!», oppure «Mizzica, collega, tutti i pomeriggi a scuola, dieci classi duecentoventi alunni!»). È un incontro sportivo, una rivincita, rivalsa, riscossa, recupero, revanche, riscontro, discussione, soddisfazione, trionfo, corteggiamento … oppure un fastidioso e temuto confronto, per entrambi le squadre, durante il quale si rischia di subire una bruciante sconfitta. Si inizia con molta cautela. Continua a leggere

Insegnare a scrivere

I professori si guardano a distanza tra di loro, per quella buona prassi per cui l’operato del collega è insindacabile, non si può criticare, non si può mettere becco sul lavoro dell’altro (poi in verità il becco lo si mette, in sala professori, in sordina, tra una cosa e l’altra, di nascosto). E sembra strano, spesso il collega x non sa proprio nulla del metodo di lavoro del collega y. Nessuno sa nulla ufficialmente (non se ne parla), se non per quello che, in forma di auto-celebrazione, si possa dire durante i consigli di classe. Perché il professore x sappia qualcosa del professore y è necessario un evento straordinario, una indagine del preside, lamentele dei genitori o studenti, una crisi d’identità, un’esplosione di collera, un elogio flautato per i corridoi, cose eccezionali quindi. Nella norma i professori tra loro sono omertosi, ma se vogliono sapere, sanno. Continua a leggere

Alternanza scuola lavoro

L’azienda è un prototipo di luogo in cui l’impiegato si  busca il mensile standard come da contratto, stretta di mano, benvenuto nel mondo del lavoro. E qui mi alzo, e alzo il tono di voce, impossibile a non raccontare che la storia umana abbia un suo perché e studiarla è oltremodo necessario, un dovere che la vita impone a ogni sbarbatello, se di provincia non è un’attenuante, di modo che si abbia un sapere distinto su ciò che possa solo significare, ovvero che senso abbia trovare lavoro quando il lavoro lo offre generosamente la gente, l’amico, lo Stato, il caso, a fornirtelo su un piatto d’argento, come la testa di Pompeo a Cesare. Continua a leggere