E dopo? Se qualche scrittore scrive frasi fatte, e c’è qualcun altro che nelle frasi fatte si rivede e si specchia, non credi che quella scrittura assolva un compito? Che abbia una funzione? Se ci sono 1,5 milioni di visualizzazioni per un solo pianoforte, non credi che chi ascolta quella musica non ne sia soddisfatto? Non è grande musica, non è grande letteratura, eppure quelle cose lì svolgono una funzione artistica innegabile. Tacciare di incompetenza chi ascolta o legge prodotti di serie B è cosa poco intelligente. Chi ascolta Pincopallo afferma lui stesso di essere un incompetente: e l’incompetenza non è un limite per leggere o ascoltare musica. L’arte non deve necessariamente rivolgersi ai competenti, anzi. Oggi siamo immersi in prodotti per incompetenti, e l’incompetenza è politica. Ribaltamento dei valori? Non c’entrano i valori. Nel momento in cui parliamo di valori (qualcosa uguale per tutti), parliamo di una società già vecchia. Esistono fasce di popolazione, che slittano nel tempo tra i prodotti culturali merce, dal basso a poco a poco verso l’alto, oppure rimangono sempre al piano terra. Ma anche il piano terra, per chi non conosce il grattacielo o soffre di vertigine, ha una sua funzionalità. Il raro e il raffinato, tutto ciò che ha un costo in gioielleria, necessita di qualcuno che possa acquistarlo, e fuor di metafora, chi può acquistare Horcynus Orca? Chi potrebbe acquistare La montagna magica? Con i mezzi di diffusione di massa si riesce a far acquistare a furia di parlarne un malloppazzo indigeribile pseudo-geniale come Infinite Jest, che non rimane nelle classifiche per più di mezza settimana!
Epperó epperó, la brutta letteratura svolge una sua funzione. E le crociate contro la brutta letteratura se svolte con tono saccente e offensivo (tu non capisci niente, tu non hai gusto, sei un ignorante perché leggi Pincopallo) vogliono cancellare uno dei divertimenti più significativi della società di massa: lo spettacolo. E poi, boicottati i romanzacci, cosa leggerò una fascia della popolazione? Cosa proporranno le case editrici al lettore annuale? Panem et Circenses sono sacri diritti.
Ogni qualvolta un letterato (Leopardi, per esempio) accusa il mondo a lui contemporaneo di sconoscere il vero valore della grande letteratura, o semplicemente fa una riflessione sul gusto della maggioranza che sconosce la ‘bellezza’, in quello stesso momento si comporta da saccente: vorrebbe il plauso, un applauso, da quella maggioranza che lui stesso disprezza. Oltretutto, il letterato in questione senza quel disprezzo non si sentirebbe Letterato (un genio). L’uno non esclude l’altro. Leopardi deve la propria gloria grazie a quella condizione di accademismo e cattolicesimo oppresivo che circolava nell’Italia centrale e Restaurata. Il suo è un giudizio petulante perché vorrebbe che la sua poesia occupi il gradino occupato dai propri avversari.
Chi si sente al di sopra del vile e zotico paese di nascita, il giudizio non gli cale. E invece a lui gli caleva. Era giovane, Leopardi; morì ancora giovane, benché credesse di aver vissuto l’unica felicità possibile, cioé l’illusione. Gli mancarono quei piaceri tutti umani (paternità, l’amore sincero, la famiglia, la serenità di una salute stabile, il benessere economico, l’indipendenza economica, la soddisfazione del lavoro nel riconoscimento unanime), e quindi ha cercato quanto (gli antichi lo sapevano) è fluttuante e davvero sfuggente: la gloria tra i contemporanei, cioé il riconoscimento della propria grandezza da parte dei miseri mortali disprezzati per la loro ottimistica ignoranza..
Tutto questo per dire che chi si erge a saggio o custode della VERA letteratura, è egli stesso un profanatore, uno perché spesso non è disinteressato nel giudizio; due, perché le Letterature non hanno padroni, e le etichette servono ad abbassare qualcuno per innalzare qualcun altro. A buon diritto, direbbe qualcuno. Non a buon diritto, aggiungo io, se non si riconoscono anche i meriti di chi occupa il posto agognato. Quando il letterato giudica i propri compaesani zotici e villani, pecca d’ingenuità, usando come metro di giudizio il sapere di latino, greco e humanae litterae e non altro per cui a ben pensare il Leopardi non seppe mai nulla se non filosofeggiando: come egli stesso potrebbe confessare: guardò la vita, la corteggiò, la bramò, la sognò, ma non ne ebbe mai tra le mani il corpo e il cadavere. Fu sempre sogno incompiuto, illusione alla prova del vero. E non mi dite che la vita è davvero illusione (magari finzione). La poesia stessa di Leopardi (tanto concreta e immortale) smentisce questa tesi.

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