Come essere un guerriero nella vita? Uno che non abbassa mai la testa, e che dice le cose a voce alta. Uno che si fa sentire anche nella confusione, e che difende i propri valori.
Combattere per qualcosa è un imperativo esistenziale. Nessuno ti è amico o alleato: tutti sono nemici. Senza attendere parole di conforto o incoraggiamento, si prende la spada e lo scudo, e si avanza in territorio sconosciuto. Non fidarsi mai. Strappare spazio vitale al nemico. Sopravvivere, non ascoltare pregiudizi. Rigenerarsi dagli errori. Avere sempre una mèta da raggiungere, infierire contro chi si oppone, moderarsi nella gioia. Vendicarsi. Non lasciare dietro di sè traccia di debolezza o sentimentalismo. Unire i simili, separare i dissimili. Uccidere. Bere. Amare con violenza. Scrivere ciò che si è agli occhi degli altri.Di Archiloco è stato tramandato un incontro significativo, una teofania. Era notte, al chiaro di luna. Ancora ragazzo tornava dalla campagna con una vacca, e sulla strada incontrò un gruppo di donne a cui rivolse parole di scherno. Le donne risposero con risa e lazzi giocosi, poi scomparvero, e con loro svanì anche la vacca. Il giovane Archiloco vide ai suoi piedi una lira, la raccolse e divenne poeta.
L’autobiografia si fa scrittura. Lui è un guerriero, forse mercenario, ma anche poeta. Il soldato poeta. Non alla Ungaretti. La poesia non rinnega la violenza, i toni sono epici (frammento 6: “Accogliendo i nemici con doni ospitali di morte”), benché il poeta sappia che non bisogna rischiare la vita per recuperare un scudo perso in battaglia (“Vada in malora: me ne comprerò subito un altro non peggiore”).
Archiloco, un poeta con poco ‘cuore’, e molto coraggio; uno che potrebbe massacrare il nemico, cercare la vendetta, anche nell’amore negato. Non è un eroe dei buoni sentimenti e della pace. Sa essere spietato con le parole che sono parole di tutta una comunità che vorrebbe affermarsi, vincere, espandersi.
E gli dedicarono nell’isola di Paros un santuario.

Lascia un commento