Nota di lettura sul romanzo “Le ripetizioni”

La padrona di casa fa accomodare il tecnico in salone: quando arriva lui, il tecnico, il tecnico non è mai un tecnico qualsiasi ma un misterioso tecnico che possiede abilità rare, anche invidiate, di sicuro preziose; il tecnico non ha un qualsiasi talento manuale, un mestiere come altri, ma il suo mestiere ha fama di trascendere il funzionamento meccanico delle cose di questo mondo, e attinge alle sfere intangibili e incommensurabili della sensibilità umana, questo tecnico è esperto nel penetrare la natura segreta delle cose, come quei medici metafisici che operano il corpo del paziente e sanno di curarne anche l’anima.

Il nostro tecnico dunque tralascia i convenevoli, chiede solo un bicchiere d’acqua per via del caldo, non conosce bene la padrona di casa, s’incontrano due volte l’anno, anche meno – lui di lei conosce solo la figura, il volto, la voce, i modi formali, la padrona di casa potrebbe dire lo stesso dell’esperto tecnico in materia metafisica, eppure la casa è sempre la stessa, le poltrone con la stoffa verde, le tende ricamate, la libreria in noce, tutto è intatto, anche lo strumento fermo nell’angolo di fronte la finestra, un mezza coda, un Boesendorfer, un bellissimo Boesendorfer nero. Chi ha suonato su un vero Boesendorfer sa quanto i Boesendorfer siano i principi degli strumenti a corde percosse: il suono è caldo; tanto è vellutato, tanto è profumato il suono del Boesendorfer che gli Steinway arrancano dietro; per non parlare dei Yamaha, che non ci siamo proprio, come paragonare un Maradona ad un Totó Schillaci, con tutto rispetto, non c’è partita. E cosi il nostro tecnico accordatore, fatte le lodi al dio dei pianoforti Messer Boesendorfer, spalanca la coda dello strumento, lo apre tutto, smonta il leggio, toglie il coperchio della tastiera, sistema gomma e feltri sul telaio, posiziona l’accordatore, prende in ultimo dalla valigia aperta sul pavimento, la chiave, e l’incastra sulla caviglia, in corrispondenza del La centrale, e così, dando le spalle alla padrona di casa, il tecnico esperto in accordatura martella il tasto sulla corda, prima il La, poi uno per uno, dalle note più acute a quelle più gravi, fino a quelle del registro centrale, ogni tasto (sono ottantotto i tasti del pianoforte, tasti neri inclusi) per mezzo di un martelletto batte perlopiù su tre corde, e il tecnico tira e accorcia la corda con la chiave sulla caviglia, e martella, per un’ora circa di lavoro il nostro tecnico ha percosso martellato accorciato e tirato le corde del corpo del principe Messer Boesendorfer di Baviera almeno 500 volte, e in virtù di una seconda ripassata di prassi, almeno 1000 colpi di martello, duri, secchi, sulle corde vibrate e auscultate, sulle corde del corpo martoriato del principe dei principi Messer Boesendorfer di Baviera, per ogni altezza, per ogni intonazione.

Sono partito un po’ da lontano. Il romanzo di Giulio Mozzi, Le Ripetizioni (2021) non parla di accordatori e Bosendorfer, ma del corpo martoriato alla corte del principe dei principi, il signor desiderio. Un romanzo originale per costruzione e pensiero, un saggio romanzo, un manuale di scrittura anche, elaborato e composto dal maestro dei maestri della scrittura creativa italiana. 

Ma continuiamo.

A lavoro terminato il tecnico esperto in accordatura si fa la sua sonatina di pochissimi minuti – raramente un brano di repertorio classico, piuttosto una canzone, un tema, un fraseggio jazz, cose ad orecchio, un po’ pestate, da estroso appassionato di musica. Poi finalmente chiama la padrona di casa che nel frattempo è andata in cucina a preparare il sugo. La signora si toglie il grembiule, è fuori esercizio. Dice di essere fuori esercizio, ma deve fare la prova dello strumento, così va a sedersi davanti alla tastiera e accenna con incertezza l’inizio della prima Ballata di Chopin, mette troppo pedale, ma poi ripete e a poco a poco la memoria torna, e lei rilassa le spalle, prova una certa voluttà, la stessa di cui la casa comincia a vibrare, inaspettatamente, dopo un’ora di battiti e ribattiti, chiave e caviglia, tasto e corda, adesso il Boesendorfer risponde al desiderio, l’impasto armonico è delicato, profondo. Adesso incomincia la musica.

Il corpo da solo non basta per fare musica (le ripetute e ossessionanti descrizioni d’uso della sessualità – come ossessiva è la ripetizione in una qualsiasi composizione ‘cellulare’ alla Einstein on the beach – potrebbero comunicare questo al lettore). Per quanto lo si colpisca, ferisca, aggiusti, medichi, stordisca, la musica sarebbe cosa di anima.

C’è stato un momento nella storia della musica (non solo) in cui sì è creata una separazione tra suono e natura, corpo e anima. Si è creduto che il corpo in sé, torturato e manipolato, potesse generare vita, crearla in qualche modo. Arnold Schöenberg nel 1923 abbandona l’atonalità e s’inventa la dodecafonia, un metodo di composizione per mezzo di dodici suoni in relazione unicamente tra di loro, l’anarchia organizzata. Il materiale sonoro vibra un colpo di scure sul capo del materiale armonico. Le note si svincolano dall’obbedienza a un ordine superiore e, diciamo, naturale, rigettano il Dio sopra di noi, per costruirsi la scatola delle dodici note sotto il letto. Una musica per tecnici che vagliano suono per suono la forma del corpo sonoro, toccano il corpo, entrano nel corpo, corpo strutturato e organizzato. Ma il corpo senza l’atto d’amore, senza anima, non genera, e se genera produce perversioni. Come i continui atti d’amore sfiniti tra le mani di Mario (il marchese De Sade, – che romanticone a confronto del nostro! – istruisce le donzelle al piacere: per non procreare bisogna saper usare la mano). Non c’è anima nel corpo. Le corde sono battute ripetutamente per centinaia di volte, il suono di ogni nota scomposto e analizzato, isolato, martellato.

C’è il suono, non c’è l’anima.

Nelle Ripetizioni di Giulio Mozzi (che scorra nel padovano sangue per metà austriaco?) i protagonisti suonano il corpo, prima o poi desiderano che nasca un fiore. E invece dalla natura del corpo nasce il male. Lucifero è conficcato nella parte più bassa dell’inferno, anche se il desiderio di obbedienza non è andato via. Essere nulla, e obbedire, come pensa Jacob Von Gunten di Robert Walser. Ma l’obbedienza al carnefice non è la via per la salvezza. Quindi, adesso basta.

A noi tocca vedere il feretro e sentirne la retorica della marcia funebre.

Dov’è l’anima? Dentro la crudeltà, dov’è l’anima?

Che l’anima sia una finzione? Un pensiero di secondo grado, un paravento della realtà? 

“Il mondo è perlopiù nauseabondo, se vi immergiamo lo sguardo, lo immergiamo in una cloaca” scrive Thomas Bhernard, quando il freddo lo teneva immobile sul letto del sanatorio. E combattendo contro il corpo malato, è nato nell’arte della scrittura, aggrappato ad un fuoco distruttore, ad un ordine, una memoria, un equilibrio superiore, armonico e umano.

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