Suite Etnapolis, Lanza

Nessuna 

storia fuori dalle celle dei numeri

Si conclude così il giovedì di Suite Etnapolis di Antonio Lanza, ed. Interlinea, 2019.

Poco prima: 

ti ricordi con un misto

di eroismo e malinconia

il cielo com’era chiaro

prima di entrare.

Tutti noi, che al centro commerciale abbiamo trascorso anche poco tempo di un tempo estivo, sappiamo quanto siano dissonanti il fuori e il dentro. Etnapolis sorge, come tanti centri omologhi, in una vasta zona confluente di strade, e tanto più queste si allontanano dal pachiderma mercato, quanto più le strade riprendono il volto solito – buche, strati irregolari d’asfalto, guardrail divelti – e di conseguenza col freddo c’è il freddo, e col caldo canicolare d’agosto puoi friggerci sull’arido suolo l’uovo e calare la pasta nell’acqua che bolle in pentola.

La suite poematica restituisce bene lo scarto identità: l’aridità della non-campagna è la povertà di un cuore attivissimo. Almeno questo è il giovedì di Etnapolis. La danza dell’utile e del necessario: se è vero che la suite, nella tradizione musicale, è una forma strumentale di sei danze, l’una diversa dall’altra, per intenzioni e ritmo, ma non per tonalità (minuetto, sarabanda eccetera). Il poeta afferma aver preso spunto dal progressive rock: il rock riprende la forma classica del viaggio nel tempo e del tema leitmotive: la suite insomma, un insieme di qualcosa che abbia anche compattezza e unità. E nell’idea della suite c’è anche la variazione, ma la variazione non è suite. Riprendo il discorso.

Il giovedì del poemetto commerciale lavora di montaggio: dialoghi, monologhi, pensieri, messaggi, telefonata, verso libero, prosa a capo, prosa senza a capo, corsivo, slancio lirico, registro linguistico per tutti i giorni, improvvisi innalzamenti metaforici (corpo… mio/cedevole fattosi recipiente informe/che accoglie), tono epico, lirico. Fare e parlare di figli diventa un discorso transazionale. Comincia col sesso e finisce sulla superficie del corpo. Il centro delle vendite, addensato metaforico di un discorso pubblico e semi privato degli anni duemila e per ora venti. 

Andiamo a venerdì: forme rapide, essenziali, tocca a noi ricostruire i legami, il poeta ci lascia in mano il quid. Quanto si potrebbe obiettare è un eccesso di zelo ovvero: il poema, la danza del contratto a tempo, è un movimento di morte o di non amore anche quando gli amori nascono: danza dell’utile, come una festa notturna intorno al sacro berbecù incensante sfizio equino (autocitazione). Ecco, questo assunto è un po’ troppo esibito (la coda dell’obbedienza, un pentolone prepara l’ipnosi, Etnapolis bussola e catena, nuvola e vuoto dell’euro, arca e fogna, sembrava che stava vestendo un morto). Non ce la faccio a vedermi nuda mi sale il vomito, dice una: il corpo senza l’eros è merce irriconoscibile. Anche colpi di ottimismo e sana allegria: Bedda, non è che ci sono novità, per caso? La complicità femminile. Un contro altare: i cani morti e quelli salvati. Poi le ferie forzate, dialoghi in terza persona riferiti da una prima persona (tipico incontro tra colleghi al bar: ha detto, ha risposto…): episodi di teatro e metanarrativa – una scrittura anche divertente – realismo o iperealismo? – Tutto sommato Walter Siti un po’ su questo versante – desiderio merce corpo – è un maestro oramai acclarato.

… ho un merdoso lavoro e odio il mio datore di lavoro

Concludo con questa confessione di Alfredo.

Dovrò dare da mangiare a mio figlio?

Ora, al di là delle circostanze, è pensiero di tutti: anche per sbaglio, anche in un momento di grande sconforto: odio il datore di lavoro, il lavoro è merdoso, ho da campare la famiglia. E diciamo, sarà pure una realtà. Però il realismo è mai possibile? Perché la poesia trovi una soluzione diciamo espressiva, non sarebbe giusto portare a processo, nell’aula degli imputati, un umanesimo alternativo? Quello che separa l’uomo politico da quello etico. E questa è la sfida che il lettore impone alla Suite. E allora, la morte è dentro Etnapolis e i pescecani di quell’oceano sono gli assassini? Ma dove si fa largo davvero il vuoto, se non, leopardianamente, sin dalla culla? E dove sta la felicità, in quale regione della mente?

©Francesco Gianino

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