Amur del temp, Franco Loi

 L’amore, come nella tradizione poetica del Duecento, dalla poesia provenzale al Dolce Stil Novo, è un’esperienza di passaggio che conduce verso le regioni della luce. Il mezzo, il tramite dell’esperienza, è la donna: la figura femminile simbolicamente o allegoricamente, quanto meno in certa esperienza stilnovista e in Dante, rappresenta la sapienza oppure la fede, la virtù della bellezza che nobilita il cuore, ma lo scuote fino a farlo morire. Ma la donna smaterializzata e angelo non è la donna di Franco Loi in Amur del temp (1999), ma intatta è la beatitudine carnale e spirituale che le regioni della luce d’amore promettono.

In Franco Loi il discorso poetico è un discorso intorno al passaggio fulmineo, dalla luce all’ombra e viceversa. La metafisica stilnovista ha forma immanente, ed è esperienza della memoria e di tutto ciò abbia le qualità intrinseche della tensione emotiva sentimentale suggerita non solo dalla donna, ma dalla luce del sole, dalle foglie, dagli alberi, da una sfera di significati che rimandano alla leggerezza, all’altezza, alla luce. L’amore come stato di grazia vitale e totalizzante vive nel ricordo di una ragazza corteggiata dai colori (bianch, negher blo, rosse), e si accompagna all’idea dell’effimero (nel pass me ciappa de tristessa), quindi un certo cer slentass de l’aria dré di tac (cereo rallentare). movimento e stasi: nel tempo si alternano amore e morte (murì del temp e amur del temp).

L’esperienza dell’amore (vivere nella luce) è presagio del suo negativo: estrema vitalità e deperire delle energie, la fine o il passaggio a una condizione di minor intesità: me ciappa de tristessa.

L’amore condizione di gioia investe il corpo e i sentimenti, convive dialetticamente con la morte, condizione di minorità e difetto, quindi poeticamente prendono forma le immagini della gioia e del vuoto.

L’immagine dei giovani che ascoltano la radio, la portano sull’orecchio come se portassero una cassa da morto, musica senza vita, ritmo ripetitivo, un certo rock sensa speransa, ombra, eppure nell’abbraccio qualcosa di agile, veloce, celeste si intravede, ‘na bran alegria nascosta nel vivere smorti nel vento …

Il defà, il daffare miseria senza amore, senza sapore (savur), introduce il tema della finzione, l’amore senza sapore.

Parlare di amore (bellessa e cor) vuol dire fare i conti anche con la morte con ciò che di inafferrabile è nella bellezza. La parola significa quel poco che la parola può dire di questa esperienza che è una esperienza fuori dall’ordinario, straordinaria.

©Fgianino

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