alla Guido Gozzano

Non sono uno studioso di Gozzano, il poeta dell’Amica di nonna Speranza. Non so farne un discorso critico. Quello che scrivo lo scrivo per moto di commozione. Le poesie di Gozzano – poeta da me amato – hanno il tono pentito dell’esteta per sbaglio, un esteta al contrario, quello della non esibizione, che fa poesia alla Leopardi, ricordando i ricordi, senza azione.

Guido ha memoria di qualcosa che non ha mai vissuto: vita sentimentale e romantica. Il suo mondo interiore nasce coi quadri, le stampe, gli oggettini d’arte, poesia e letteratura. Uno di noi, insomma, che conosce attraverso specchi e rappresentazioni. Uno che ha capito dove la natura lo porta –  una semplicità ammazzata dalla macchina. Memoria di un Ottocento da salotto bonario e basico, la borghesia che legge i romanzi del D’Azeglio sul comò, l’epoca del sentimento ingenuo e della musica: poesia di un facsimile. Gozzano ama ciò che non è, e favoleggia alla vista delle rovine delle ville abbandonate, dentro case di signore garibaldine e nipoti vergini.

 Gozzano depone le armi dell’esteta: sulla sconfitta costruisce la malinconia delle parole. Questa debolezza nel dire ‘io’ in minuscolo è commovente. Si è ripulito di tutto il rimbambimento alcionesco, diventato poeta per amici, svelando con ironia giovanile la malattia, senza aule e senza allori (ma fu poeta di successo promettente tra i lettori torinesi e genovesi). La sua è finzione al contrario: l’uomo dimezzato. Erano i tempi dell’io – divenuto gaddianamente il peggiore dei pronomi dopo la dittatura dei pochi.

E anche oggi. Siamo nel tempo dell’io. Chi non dice ‘io’ non conta.

Se non che capisco che Gozzano ci ha preso in giro. E non c’è verso più artificioso del suo; lui che quanto desidera davvero sconosce, forse impoetico e banale. L’unica poesia possibile è la dolce rimembranza acerba. E c’è da credergli quando scrive alla Guglielminetti: io non sono un amico spirituale, sono  tutt’al più un mediocre interlocutore cerebrale.

©fg

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