Il giardino assente

Siamo della stirpe dei mistici, di quelli che vogliono dare forma, voce al mistero. Intorno all’assenza ricamiamo trine di gigli misti a viole. Scrive Gozzano:

Un bacio. Ed è lungi. Dispare

giù in fondo, là dove si perde

la strada boschiva

Riempiamo l’assenza con lo stupore, e segretamente speriamo che l’attesa sia infinita, sperdutamente infinita. Ricostruiamo l’Eden di un dio permanentemente atteso: non finiamo nell’imbuto del bosco infernale.

E non sono triste. Ma sono

stupito se guardo il giardino …

Il presente è ghiacciato, incombe, storce la luce. Il vuoto è la divinità del nostro tempo, osservare il vuoto, ascoltare il vuoto, parlare svuotando suoni, parlasi addosso, riempire le case di oggetti invisibili e bianchi, dematerializzare gli scaffali, svuotare le relazioni, prevedere un raffreddore, sedersi con uno sconosciuto e raccontargli una vita mai vissuta, inventarsi un’esistenza sulle palafitte della carta d’identità, fotografarsi come uno dello spettacolo, specchiarsi di controluce, impaludarsi nel non detto e nei ricordi dei nostri miti.

Carlo Bordini in Un vuoto d’aria scrive:

Provavo per te come una specie di nostalgia

come se tu non ci fossi

e questa mancanza era più dolce della presenza

un ricordo può darsi.

La stirpe dei poeti, di chi ricorda anche se non ha ricordi; di chi svuota anche se non ha mai colmato nulla. Viviamo un giardino senza giardino, fiori mai riconosciuti. Il loro profumo oggi è già sul tavolo da cucina, in vaso.

Resta se tu m’ami (ancora Gozzano)

E sullo specchio subdolo e deserto

soli restammo, in largo volo aperto

e trasparire vidi i nostri volti

già risupini lividi sepolti

L’amore toccato è già morto; l’assenza del soggetto amato rinascita: il giardino della nostra figurata mente sembra voler aprire nuovi piccoli / orizzonti alla mia gioia dopo la tempesta /di ieri notte, questo giardino è bianco / un poco e forse verde se lo voglio colorare / ed attende che vi si metta piede, senza / fascino la sua pacificità. Un angolo morto … (Amelia Rosselli).

La musica è un nostro giardino. La musica ricordata, quella che sarà, la sua assenza nel momento del farsi: la musica è un corpo interrato per troppa luce, il timore della presenza storta che ghiaccia, ammazza. L’assenza di un giardino mai coltivato, selvaggio, il ricordo di un amore neanche imbalsamato da foto o video sbilenchi. La musica (la grande musica – sopravvive come fatto sonoro solo la canzone, la song, io brano rock) è solo una parola, eventualmente un movimento di archi e di mani. E quando c’è, ci bacia e sparisce, va lontano, si perde nella strada boschiva. Se vogliamo fermarla, ghiaccia tra le mani, si liquefà, e tra i piedi la terra la inghiotte.

©fg

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