Contro di noi

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di Giulio Traversi

Il poeta mette in guardia l’uomo: i mister, i master, i maestri sono ovunque a impartire una lezione di vita sociale. Ludwig ebbe la forza d’animo di fottersene radicalmente. Con stetoscopio sulla cassa auscultava i battiti azzurri sulla corda di rame, ma conosceva la sintassi del suono meglio di quanto un rabbino conosca il Talmud. Il mister è un corvo, solitamente le vene emergono in risalto, mette a bollire fino all’esasperazione il corpo dell’allievo, finché, tolta la curiosità di pronunciare la sentenza – sì, il giovane è dotato, oppure: non ne mangia – riconsegna all’inutile fiera del buon senso civile il desiderio: il master scarta caramelle. La cinghia di trasmissione, tra cielo e terra, si spezza, si spezzerà: si celebrano ricordi malsani ad ogni compleanno, oscillando il turibolo del destino. Ho studiato musica, ripete l’amica quarantenne, poi ho abbandonato. La fantasia partorisce possibili stami, una specie di vanto del fallimento, un ripiegamento nel sogno del sogno tra i sogni. Lo stesso capitava giocando a pallone: la combriccola faceva la squadra, fuori dal cerchio magico si era niente, in panchina, incompresi. La guerra contro le istituzioni – gli istituti consolidati da una sana vitalità e regolare minzione mattutina – è cominciata a scuola, in Istituti liceali del perbenismo. Lì la saggia misantropia del cattolicesimo ortodosso ha sferzato al corpo un definitivo veto: si educava alla missione sovra individuale.

La riesumazione del cadavere in vita – unico nostro possesso – non è priva di complicazioni; in esso s’incrostano ricordi di genere diverso: quelli dell’ultimo anno, l’infezione dell’aria, il pudore, il raziocinio, una dimensione vegetativa che continua ad infoltire le guance, le strade metropolitane, l’odore di carne arrostita i venerdì sera, la lotta in mischia tra coscienza incoscienza e disseminazione di senso. Le note esplicative di questi cortocircuiti sono ulteriori mappe dissociative.

Due ragazze al bar ordinano un negroni a testa. Erano le 20,00 circa. E se cominciamo così, stasera … con due negroni per ouverture i maestri dell’ordine hanno fallito, anche quelli della stravaganza: i maestri stanno fuori dal bosco: la selva delle delusioni a cui consacriamo un accanito ritornare sulle orme di una volta, e ci si impasta di fango e more, ortiche e funghi: si va. Scendete, verso il centro della disidentificazione, via dal deserto dei sapienti, dei comportamenti adesivi: si va verso quel corpo tolto storto rifiutato ghermito eruttato dal codice civile, per cui la città è violento altare: quale santa puledra disarcionata dalla fame, gli umani impietriti fanno vanto d’impugnare il marrancio per la mattanza delle dita, delle gambe, pur anche del cazzo. Mattanza di taglio, e i membri per voto al potere, al dovere, al riconosciuto dio dell’ordine e del trionfo tronfio: la pecunia, il pelo, la panza. Al gorgo dei piaceri, quattro cinque negroni sono il biglietto da pagare: la porta della pelle – ora, orgasmo et labora – la meditatio sull’emozione, la regione della marmellata gioiosa via alla vita tellurica. Ecco, il coraggio al femminile di un’anima che alla musica emersa in segni astuti e furbeschi, scava fossa di sortilegi, baleni, allucinazioni per assassinare il mediocre cannibalismo rituale di massa: la società dello sputo in provetta.

Contro la musica è contro di noi, esseri occidentalizzati dalla dottrina del perbenismo e della regola.

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    Anonimo

    Condivido quanto ho letto con notevole interesse!

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