Questo, per intenderci subito, non è un romanzo su Catania, ma la città etnea è presenza invisibile. Nel Tornello dei dileggi (Salvatore Massimo Fazio, Il tornello dei dileggi, arkadia, 2021) il nome della città etnea è citato parecchie volte. Come l’apparizione della Madonna. Lei si fa vedere una volta sola: poi resta tra le mani la toponomastica, l’assenza e i desideri. Catania non si vede, ma è un nome: direi che sarebbe persino veramente innominabile in quanto indescrivibile, e per questo mille volte invocata. Un’assenza continua, come nelle migliori liriche. Silvia, Lesbia, Laura, Beatrice. Nominate, invocate, fantasmatiche. Il nome (le lettere del nome) abbracciano tutto quanto è di lei rintracciabile. Il nome desiderato, assente ed inconoscibile, oggetto di celebrazione o bestemmia.
Questa non è una recensione. A pagina 137 l’autore scrive che due checche di Enna “si presentarono con un ragazzo arabo. Mi chiesero una tripla. Erano raggianti e profumati”. È l’unica occorrenza dell’aggettivo raggiante. Viene usato in senso figurato, per descrivere chi nell’atteggiamento mostra una intensità di sentimento e una felice esaltazione, in questo caso sessuale.
L’aggettivo che ritrovo nel titolo al fianco della denominazione della città siciliana avrebbe però anche un senso antifrastico. Amaro e ironico. Certo, potrebbe riempire d’orgoglio il provincialismo etneo: la convinzione, radicata come fosse l’amore per la madre, che non esistano città più belle e vivibili della nostra. Anche se motivi che gonfiano la superbia ce ne sarebbero, a buon diritto; a libro concluso invece, nella storia raccontata, di raggiante non c’è nulla. O meglio, ci sarebbe un’illusione figlia di altre illusioni o effervescenze. Pietra lavica e barocco nero a parte, unico bagliore è stato quel quinquennio, più o meno al tempo di Bianco, Sgalambro (filosofo inceneritore di pratiche sociali comunitarie) e Battiato: per il resto è raccontata una ‘educazione sentimentale’ sullo sfondo di crimini, uccisioni di mafia, operazioni edilizie, comunità sradicate e l’abbattimento della vita del quartiere di San Berillo (come fosse l’abbattimento di un cattivo cavallo, aggiungo metaforicamente, da cui trarre altro profitto).
Il celebre poeta di età augustea nato in quella che oggi sarebbe la profonda e abbandonata provincia interna meridionale, il poeta di Venosa, Quinto Orazio Flacco, alla fine della vita scrisse una lettera, la terza del secondo libro delle Epistole, denominata da Quintiliano Ars poetica.
L’Ars poetica è un manuale in versi di scrittura. Tra le tante cose delinea quelle che dovrebbero essere le caratteristiche dei personaggi di un’opera in base all’età. Delinea gli attributi del tipo puer, adulescens, vir e senex. Quindi, ed è questo che ci interessa, chiediamoci quali siano le caratteristiche del tipo adulescens. Com’era un giovane di non più di sedici anni al tempo dei romani?
L’adulescens (cfr. vv. 153 – 165) è imberbe, cade (cereus) facilmente nel vizio, è insofferente verso chi lo riprende (asper monitoribus), non si dà cura del futuro, getta via i soldi (prodigus), ha manie di grandezza, si appassiona facilmente, anche se con altrettanta facilità tralascia ciò che ama e poi … (ci siamo) gaudet equis canibusque. Si diverte della compagnia dei cani e dei cavalli, e quindi presumibilmente trae piacere da questi animali, come fossero entrambi animali domestici, e certamente, nello specifico, con i cani va a caccia e con i cavalli va al galoppo.