Casa

luglio 12, 2019

“Nella pioggia sono andato a vedere la città morta, sotto l’argine verso il fiume. Case abbandonate dopo la grande piena del 1950, la città vecchia è ora tutta invasa dalla natura. Fronde di grandi alberi, cespugli di rovi, liane di vilucchio la avvolgono. Uno stretto sentiero porta ad un intrico di tetti sprofondati, muri su cui sono cresciuti arbusti e alberelli, persiane crollate e ricoperte di terriccio e papaveri. C’è un fico i cui rami sono diventati l’arco d’ingresso ad una casa crollata, e di lì si penetra in un antro buio che forse era un’altra casa, ma adesso sembra una grotta piena di arbusti e di merde.”

(Gianni Celati, Verso la foce, 1989)


Uomo

luglio 10, 2019

Nella hall del Sophitel, l’unica cosa che mi attira è una scultura indigena di legno a grandezza naturale, davanti alla porta del terrazzo. Bellissima scultura che viene dalla Cassamance, credo, e rappresenta l’uomo bianco come esploratore, dotato di cappello da esploratore, fucile da cacciatore, calzoni corti da vacanza turistica. È una figura che coglie l’essenza comica dell’uomo bianco. Perché i bianchi hanno sempre l’aria di dire: “Tutto sotto controllo, sono calmo, vedete?” Lo dicono con gli sguardi, con i vestiti, con le automobili, con i calzoni corti da vacanza, con tutti i segni della moda, oppure col fucile da cacciatore. Ma l’ansia di padroneggiare le stazioni li rende quasi tutti comici o scomposti, sempre col pensiero in una mappa, in un codice legale, nel progetto d’un futuro, nella nostalgia d’un passato, mai qui nell’indistinto presente dei momenti qualsiasi. Forse è la loro natura, come quella degli uccelli, alcuni più scomposti di altri, alcuni più leggeri o più pesanti, ma ognuno obbligato a fare quei voli come se andasse dietro alle sue chimere.

(Gianni Celati, Avventure in Africa, 1998)


Casa

luglio 10, 2019

L’impressione è di essere nei posti sperduti di montagna dove andavo da bambino. Anche da noi c’erano questi borghi silenziosi di vecchie case, con l’aria d’essere spuntati dalla terra assieme agli alberi e agli arbusti, nell’antica confusione delle cose.

(Gianni Celati, Avventure in Africa, 1998)


Incipit

luglio 8, 2019

Non si era mai visto, a casa mia, un autunno così smodato. Pareva che il mio giardino, mentre noi non c’eravamo, avesse fatto festa, ballato sino all’alba e vomitato (sentivo anche, ma forse era un’impressione, odore di cose scadute, vino acido, vermi schiacciati sotto i piedi). Scansai la pozzanghera su cui galleggiavano insetti e lunghi filamenti. Davanti a me l’edera del pergolato aveva raggiunto con un balzo la scala e si accoppiava coi petali della solandra, le piccole unghie affondate nel calice. Il giallo carnoso dei fiori e il verde mosso delle foglie brulicavano nell’incrocio, ed entrambi, fiori e foglie, soffocavano in un abbraccio che si smorzava esausto sul muro. Mi abbandonai sulla panca. Una foglia si staccò dal ramo e sibilò ai miei piedi. Le lingue rosa della buganvillea, dall’aiuola, si allungarono smaniose su quelle stanche del glicine, e foglie e foglie dappertutto, labbra di foglie screziate e lucide di ogni specie che s’infilavano tremule nei varchi disponibili, una crepa, un vaso rotto, una fessura tra i mattoni. E foglie coi denti che succhiavano il ferro delle sedie, si contraevano e si dilatavano. Ossa di foglie per terra, che gemevano sotto i passi. Foglie molli e sfinite, ridotte a fibre, nervi, polvere. Foglie bagnate e foglie irsute, che mugolavano nel vento e si umettavano i bordi, e poi i tentacoli dei rami neonati che si aggrappavano ad arbusti più forti. Pure un pezzo di tronco destinato al camino aveva messo radici e si era tramutato in albero. Un breve, deforme, trinchetto della felicità. Non riuscii a toccarlo. Si strofinavano sul muro anche i rampicanti del vicino, che scavalcate le recinzioni si erano lanciati sull’agave, in un groviglio che aveva qualcosa di terrifico. meraviglioso, anche. Il bello è che non ci eravamo mossi da casa. Quando era successo tutto questo? Il tramonto si era compiuto. Sentii lo sguardo strisciante dell’edera che guizzava sulla ringhiera. Sotto la gonna a fiori, un rampicante mi si avvitava addosso.

(Elvira Seminara, L’indecenza, 2008)


Incipit

luglio 8, 2019

A colpirlo soprattutto fu il fatto che, da lunedì in poi, sarebbe stato Luzhin. Suo padre – il vero Luzhin, l’anziano Luzhin, l’autore di libri – uscì dalla camera dei bambini con un sorriso, stropicciandosi le mani (già spalmate per la notte con cold cream trasparente) e, con l’andatura serale delle pantofole di camoscio, tornò a passi silenziosi nella camera da letto. Sua moglie era coricata. Si sollevò a mezzo e domandò: “Bene, come è andata?” Luzhin si tolse la vestaglia grigia e rispose: “Ci siamo riusciti. L’ha presa con calma. Auff... mi sono tolto dalle spalle un grosso fardello”. “Meno male…” disse la moglie, tirandosi addosso adagio la coperta di seta. “Dio sia ringraziato, Dio sia ringraziato…”.

(Vladimir Nabokov, The Defense [Zashchita Luzhina], 1930)

trad. Oggero


Rondine

luglio 6, 2019

“I grandi feudi intorno a Mazzara, la pistacchiera di Ravanusa, le piantagioni di gelsi a Oliveri, il palazzo di Palermo, tutto, tutto è andato via; voi lo sapete, don Calogero.” Don Calogero infatti lo sapeva: era stata la più grande migrazione di rondini della quale si avesse ricordo, e la memoria di essa incuteva ancora terrore, ma non prudenza, a tutta la nobiltà siciliana, mentre era fonte di delizia appunto per tutti i Sedàra.

(Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, 1958)


Vino

luglio 3, 2019

E ci saremmo rivisti il giorno dopo, domenica, per dare un colpo finale alla storia, che ora mi sembra buona, così articolata in racconti brevi e lunghi. Invece ha portato delle bistecche e del vino francese, che è l’oscuro simbolo del peccato. La cosa è cominciata nella cucinetta, dove le ho tolto i pantaloni, lei intenta alle bistecche e dicendo: No, please, no, ed è continuata sul divano, e poi sul letto, dove adesso dorme. Tutto si è svolto con semplicità un po’ comica e in piena luce, riprendendo i nostri abbracci tra un piatto e l’altro.

(Ennio Flaiano, Melampus, 1974)