Insegnare a scrivere

I professori si guardano a distanza tra di loro, per quella buona prassi per cui l’operato del collega è insindacabile, non si può criticare, non si può mettere becco sul lavoro dell’altro (poi in verità il becco lo si mette, in sala professori, in sordina, tra una cosa e l’altra, di nascosto). E sembra strano, spesso il collega x non sa proprio nulla del metodo di lavoro del collega y. Nessuno sa nulla ufficialmente (non se ne parla), se non per quello che, in forma di auto-celebrazione, si possa dire durante i consigli di classe. Perché il professore x sappia qualcosa del professore y è necessario un evento straordinario, una indagine del preside, lamentele dei genitori o studenti, una crisi d’identità, un’esplosione di collera, un elogio flautato per i corridoi, cose eccezionali quindi. Nella norma i professori tra loro sono omertosi, ma se vogliono sapere, sanno.

In questo recente dibattito sulle manchevolezze degli studenti in merito allo scrivere in lingua italiana (manchevolezze, lemma bruttissimo ma non lo cambio), io mi chiedo cosa si faccia nella scuola pubblica (e io non lo so, conosco cosa fa il qui scrivente) per insegnare la buona scrittura. Nella mia breve esperienza (sic) d’insegnante, per quello che ho potuto conoscere, ho contato pochissimi casi (uno solo) di impegno reale a favore della scrittura, tale da poter essere preso come esempio di buona ‘pratica’. E allora, quale metodo di insegnamento si usa per far scrivere bene? Credo che sia importante insegnare l’autocorrezione e l’autocorrezione si apprende se c’è stato mai qualcuno che abbia insegnato ad auto correggersi, correggendo in maniera ‘attiva’; cioè qualcuno (dovrebbe essere l’insegnante?) che abbia costantemente corretto e revisionato i riassunti e i temi di ciascun ragazzo, accompagnando lo studente ad una migliore formulazione delle idee. Pensiero e scrittura sono un tutt’uno. Se non si pensa ‘bene’, si scrive ‘male’.

Non basta segnare in rosso una volta, e apportare la soluzione su una metà del foglio piegato. Per raggiungere lo scopo prefissato bisognerebbe correggere (leggere e correggere) lo stesso scritto almeno tre volte, affiancando alle correzioni ‘attive’ altrettante riscritture o revisioni dello studente. Insomma è un lavoro quasi da correttore di bozze. E’ un lavoro valido, importante, oneroso (3×30=90 revisioni per un unico compito, cose da pazzi direbbero tutti gli insegnanti, cinque minuti a compito, vedi un po’!).
Credo che sia possibile, ma ha un prezzo.
Credo ancora che l’insegnamento tradizionale dell’italiano non insegni a scrivere, e questo lo sappiamo tutti. Si scrive più alle elementari che al liceo, e poi all’università … perché i Maestri insegnano a scrivere, e i Maestri, più grande si fa il ragazzo, più si fanno rari.

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