Come poteva continuare a desiderare cose di tutti i giorni: pace e serenità, indipendenza e benessere, salute e amore? Non è più un fatto di buona educazione. Lei parla. È cresciuta col microfono per biberon, e dice che il suo vero desiderio è poter disporre di tutta se stessa al meglio, senza condizionamenti. Che follia! presumere l’assenza di condizionamenti è follia. Ma stato di grazia è dimenticarli e illudersi che quanto si persegua sia davvero puro e incontaminato atto di autodeterminazione. Io sono, e scelgo. Lei non sa che l’unico atto di volontà possibile è tirarsene fuori, biasimare, accusare, imprecare, voler prospettare una rivoluzione, emanare un’aura di cambiamento. Dire come sarà ad altissima voce. Solo in questo gesto artistico e retorico c’è la libertà di essere sogno.
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treno
“Si vide la notte biancheggiare di sassi, in una sua fenditura che si aprì e si richiuse in pochi secondi; e il treno rallentò di più, si videro di nuovo lucciole, di nuovo si udirono i grilli, si sentì il fresco odore dei monti coperti di carrubi”. Di queste descrizioni è ricca la scrittura di Vittorini. Si potrebbe leggere, rileggere più volte, col desiderio di cogliere quel di più che produce. Si immaginano carrubi, grilli, lucciole: il luccichio, il suono, l’odore. Mentre un treno rallenta. La carica poetica della descrizione è fortissima, come una metafora gigantesca di uno stato d’animo regressivo. Tornare indietro alla ricerca della verità. Viaggiare a ritroso per ritrovare una nuda verità. Come è difficile oggi poter scrivere una pagina simile. Non è più letteratura contemporanea questa. A noi è compito scoprire la nostra verità, e vestirla al suono dei grilli anzi, al lucore delle lucciole. Ma, dentro il nostro cuore, questo viaggio all’indietro, ha altro sapore, quello della sconfitta, non del ritrovamento. Tanto è difficile rientrare nel tempo della natura. Non svelamento, ma rassegnazione. Oppure non sarebbe un luogo di povertà ma di estremo privilegio. Il privilegio di vivere senza cemento è di pochi. Di pochissimi il privilegio di viaggiare in treno lontanissimi dal resto del mondo. Tanta poca letteratura contemporanea è da leggere oggi. Con le storie e le forme di un cinquantennio fa. Tentare di raccontarsi è una urgenza di chi scrive.
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elogio dell’oblio
Questa smemoratezza che si fa spettacolo, vorrà forse raccontare qualcosa che è davvero impalpabile. Questo bellissimo sogno, d’una collina piena di case, e di una casa di prete, inarrivabile e isolata, ma splendidamente aperta sulla valle. Tutti i balconi sulla valle. Un casa cadente, col ballatoio fragile, lontana dagli uomini civili. Questa smemoratezza che s’illumina nei casi in cui non si percepisce fondo di veritá. L’oblio del superfluo. Se non sono io, è l’altro me che gli dà udienza. Un’altra realtà, vera, parallela, in letargo.
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Elio Vittorini, e il traforo del Frejus come le Piramidi
Il Sempione strizza l’occhio al Frejus. Una storia di povertà e disoccupazione, intorno al tavolo della stanza da pranzo. Tensione formale, valenze astratte dei personaggi, forme narrative che disegnano condizioni mitiche. Un rigirìo di pensiero che rimanda antelitteram a Stefano D’Arrigo. È provincia il luogo del racconto, il ponte sul Lambro. Ma anche questo lungo e infaticabile interno è provincia, come dire è in ogni tempo. Questione antica, il nonno improduttivo. Chi mangia e pesa nell’economia della casa. La scomparsa eroica dentro il bosco, come gli elefanti che cercano il luogo dove morire. Togliersi dai pensieri quotidiani, morire con dignità. Sarebbe una storia di oggi, con la variante della tivù che racconta pensieri finti, il cibo in scatola già pronto, il benessere elettronico, e l’essenziale, la libertà di esistere diversamente, mangiato dalla noia, la disoccupazione materiale e sentimentale. Una descrizione di paesaggio industriale, diremmmo città. I treni immancabili che corrono sulle rotaie vicino a un bosco, che dà ricordo di cosa si sarebbe se fossimo natura. il binario sommerso dalle ortiche. Guancia appoggiata alla città. Uomini liberi, e non di qualcuno. Non prestidigitatori come nei nostri tempi. I tempi in cui si soffriva la fame, quelli del dopoguerra. I tempi oggi in cui si soffre d’altro.
Nel giro di certi dialoghi, nel cerchio ripetitivo del significato mi sembra rivedere l’ottusità essenziale di certi siciliani tutto dialetto e mani sporche, una ottusa genialità che così pare all’istruito filosofo, ma che non è altro che mente attorcigliata torno torno lo Abc della esistenza.
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zoologia
Attaccarsi alla vita come se vi fosse in essa una sorta di serenità e dolcezza naturale. Parlare di Zoe è come parlare della semplice vita naturale, non una vita qualificata, non un particolare modo di esistere.
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il polacco Maciej della Tomassini
Che bisognerebbe avere il tono, la voce che racconta sarebbe da immaginarsela. In Sangue di cane la protagonista la sentivamo al nostro fianco che ci soffiava un’epica della marginalità, ed era bello, ed era tremendo. Ora il breve racconto è lucido, controllato, parola scritta per bene, pulita pulita. Distacco narrativo. E no, così non piace leggere di marginalitá, vorrei sentire la puzza di alcol e vedere le gambe smagrite di una puttana slava, perché le parole possano essere quelle sbagliate al posto giusto, storpie e muscolose. Questo stare all’erta abbaglia la scrittrice di luce artificiale. La provincia allora si era confusa con capitale d’impero. Preferiamo sempre il sangue e la puzza di sbornia.
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Il cavallo salato di Ippolito Nievo
Alessandro piega l’avambraccio e fa dimostrazione a Carlino del proprio tenore muscolare, al punto che per poco non fa scoppiare la cucitura della camicia, e aggiunge: «Io, vedi, mi son mantenuto così grazie alla mia previdenza. Ho ammazzato i miei due cavalli, li ho fatti salare e me li pappo a quattro libbre il giorno. Dopo sarà quel che sarà. Ma se vuoi entrar a parte della cuccagna…» Carlino fa presente che alla propria donna, La Pisana, il cavallo salato “non le conviene”, dunque convincerà l’amico a impossessarsi del gatto d’Angora, grasso e morbido, della padrona di casa, per cucinarlo e farlo passare per pollo d’India, aggiustandone il sapore con “sedani e cipolline”. Il gatto viene sgozzato con le forbici che rimanendo insanguinate producono agitazione tra la portinaia, la cameriera e la padrona di casa, poiché probabilmente più che da affetto sono mosse dallo stomaco, pregando inutilmente di aver anche loro una porzione del piatto prelibato. Col tempo, poi, una volta che non è possibile reperire altri gatti o piccioni, Ippolito Nievo dice, con la voce di Carlino, che fu “ben fortunato di ricorrere al cavallo salato di Alessandro. Ma dàlli e dàlli, non ne rimasero che le ossa; e allora ci convenne far come tutti; vivere di pesce marcio, di fieno bollito e di zuccherini, dei quali era in Genova grande abbondanza”. Tuttavia, notasi bene, La Pisana, si ciberà solo di zuccherini, cosa che le donerà un certo buon colorito di viso, e rimpiangerà eufemisticamente parlando il buon pollo d’India, ben sapendo che carne di gatto era stato e non altro.
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uno
non è sicuro che abbia qualcosa da dire, ma la mia ragazza è davvero logorroica. per cominciare è lenta. Racconta quello che le capita giornalmente, niente di importante o di straordinario, cose da tutti i giorni, e lo fa con una lentezza snervante per chi ascolta, soffermandosi su particolari più inutili. Lo so,, adesso sto esagerando: esprimo giudizi, solo giudizi. Vorreste sapere cosa le sia capitato?Non è poi tanto importante, l’ho già dimenticato; ma quello che non dimentico è la sensazione snervante di lentezza, qualcosa di poco piacevole, e davvero ricordarlo è penoso per me.
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primo maggio
Ci sono certuni, una maggioranza anagraficamente giovane, che annovera una vita vissuta ancora breve, a malapena un lustro di autonomia e indipendenza, ragionevolezza e sbagli. La conoscono l’esistenza a parole, in particolare le parole degli altri, quelle che accarezzano i loro stati d’animo e con sillabe e suoni. La vita che vivono non la conoscono, non è teoria o conversazione, ma pratica e corpo. Osservare un tale sopra un palco che canta cose già vecchie, e la sua posa è la più grande forma di vanità. E quindi stare dinanzi all’impostura delle imposture. Le menzogne più grandi appartengono ai coetanei, e il vento della moda del pensiero tira solo da una parte, un vento falso che fa stare fermi oppure sul precipizio. Non è un bel primo maggio, per alcuni. La nazione sta crescendo, è già in piena adolescenza, ci ha i brufoli e le crisi esistenziali. Le cose non si possono indicare come sono, parole parole come dire parola che è un fatto. Adesso, come i cantanti, anche gli scrittori e i parlatori hanno pose menzogne: è ora di cambiare marcia, impossibile trovare un futuro, questione insanabile, peggio di così non si può, mio figlio cerca lavoro, stanco di pagare le tasse, i giovani dei centri sociali, dare battaglia al governo, rivolta fiscale …
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Spelonca
Corteggiando un’idea disdicevole allo scrittore, questa potrebbe apparire come confessione; la mente vaga tra prurigine e incanto. Di questi tempi è incantesimo sorbire immagini da scatola magica. Un ozio di febbre assale il comodo divano e smorza la lampadina di luce. Quel parto astratto, afasia di vergogna, sarebbe la libertà? Che sia anche quest’ombra di caverna che imbambola e sana ogni interstizio di esistenza?
