Tu che fai cose, per cui la volontà è innocente e vittima; tu che desideri cose che non sono mai state al mondo, cose di uomini; tu che lavori in un centro commerciale e incassi la tua percentuale di pane quotidiano; tu che la mattina ti vesti da professoressa e impartisci la preghiera laica dei manuali e delle tabelline, per non credere a nulla e non sapere niente al di fuori del vano; tu che sorridi per strada e vorresti aprire una porta alla vita, dentro la vita di qualcun altro; tu che cambi amici come se cambiassi i calzini d’inverno, pur mantenendo fede nominale all’amico di sempre, se amica fosse, sarebbero due piccioni con una fava; tu che suoni dentro i teatri capolavoro e intendi per esperienza cosa sia musica e cosa rumore, che significhi avere udito oppure essere sordi per cerume addensato; tu che pubblichi libri, fai l’editore, (altro…)
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un gomitolo di cause
Dall’espressione gaddiana a descrivere la testa del Ciccio Ingravallo, dalla capigliatura corvina nera di pece e crespa quasi riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d’Italia, intravedo una sofferenza, che è poi un leitmotiv nazionale, da intellettuale un tempo di sinistra sinistra, senza il senso delle cose reali e senza rivoluzione, oggi non so più di quale parte o patria: secondo cui la propensione loica abbia a soffrire il caldo della latitudine: e nella nostra bella penisola chi pensa e pensa metafisco, debba nascondere le corna dalla vista altrui, prezzo l’incomprensione, se non l’opinione da passaparola che lo farebbe addummisciuto e spratico (aveva l’aria un po’ assonnata, un’andatura greve e dinoccolata, un fare un po’ tonto come di persona che combatte con laboriosa digestione, descrive Gadda). Del bernoccolo metafisico viene data subito prova, rigo cinquantuno e seguenti: tutta la questione della causa prima o della concausa, gomitolo o napoletano gnommero, conseguente d’effetti o effetto. E Gadda si tira una pagina intera quasi pensiero fondante di una coscienza da investigatore a trecentosessanta gradi. (altro…)
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Pavese sulla spiaggia
E anche Stefano, benché certe mattine uscisse all’alba e andasse da solo sulla sabbia umida a vedere il mare, cominciò, quando sentiva all’osteria che nessuno sarebbe venuto quel giorno con lui, a temere la solitudine e ci andava soltanto per bagnarsi e passare mezz’ora. Da Cesare Pavese, Il carcere. Chi abita un paese di mare, e conosce l’onda meglio di qualunque altro, il mare non vuol dire nulla o soltanto refrigerio. La moda, perché moda è costume abitudine consuetudine, del nostro mezzo secolo trascorso, è il ritiro balneare e l’affaccio all’orizzonte e la casa con veduta blu. Un sovrapprezzo ai sogni, un simbolico pensare gratis. Un orlo indefinito, il vago attendere. Un precipizio sfumato a colori. Chi il mare lo conosce, nel mare trova invece attività pratica, diventa lupo, riconosce i venti. Aspettare che l’infinito dia pace, è un pensiero leopardiano, si fa poesia. La vita è Robinson Crusoe, che accerchiato dal mare trova salvezza in terra.
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Trimalchione e Seneca.
Dissacrante Petronio. Ascilto ride spettatore del cattivo gusto degli invitati a casa di Trimalchione, in 57, ceterum Ascyltos, intemperantis licentiae, cum omnia sublatis manibus eluderet et usque ad lavrimas rideret, attirandosi un appassionato rimbrotto da parte di Ermerote. Questi, una volta terminato l’assalto verbale contro Ascilto, urla contro Gitone qui ad pedes stabat, risum iam diu compressum etiam indecenter effudit. Coeperat Asxyltos respondere convincio, sed Trimalchione interviene a calmare gli animi, agite scordalias de medio. suaviter sit potius, allontanate i litigi, piuttosto vogliatevi bene!, et tu, Herneros, parce adulescentulo. sanguem illi fervet, lascia perdere il giovincello, ha il sangue caldo, tu melior esto. E qui, sembra che Trimalchione si veste da sapiens, con involontaria citazione dal de ira di Seneca: semper in hac re qui vincitur vincit. et tu cum esses capo, cocococo, aeque cor non habebas. simus ergo, quod melius est, a primitiis hilares et homeristas spectemus. Seneca direbbe: victus ets qui vicit. Con variante di un epicureismo consumista radical chic, Pace e ilarità, banchetto e poesia, il liberto filosofo impartisce lezioni di clemenza e tolleranza, per ricadere nel gusto per le cose raffinate volgari della vita. Non per star solo, alta torre eburnea nel bosco dei lupi e delle pecore. Sempre in Petr., Sat., 59.
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Trimalchione, l’apparizione.
Teatro, cinema ante litteram. Prima apparizione, senza sapere chi sia, fa il suo ingresso un senem calvum, tunica vestitum russea, inter pueros capillatos ludentem pila; il pater familias, qui soleatus pila prasina exercebatur, con tutta la scena seguente della servitù intenta a raccogliere le palle. E poi .. Trimalchio digitos concrepuit, ad quod signum matellam spado ludenti subiecit.
Seconda apparizione: Trimalchione spalmato di unguento tergebatur palliis ex lana mollissima factis. Poi sale sulla lettiga col seguito di eunuchi e schiavi: sulla lettiga c’è anche deliciae eius, puer vetulus, lippus domino Trimalchione deformior.
Terza apparizione, venalicium cum titulis pictum, gli esordi. Trimalchione in un affresco, lui il re del commmercio. Quarta apparizione, primo piano, è lui, a tavola, summus in imo: fa ingresso a pranzo iniziato, ad symphoniam allatus est. Pallio enim coccineo adrasum excluserat caput circaque oneratas veste cervices laticlaviam immiserat mappam fimbriis hinc atque illinc pendentibus – la testa calva sbucava da un mantello scarlatto, intorno al collo, appesantito dal vestito, aveva rincalzato un tovagliolo a larghe balze con frange che pendevano qua e là. Anello subauratum alla mano sinistra, in minimo digito; all’estrema falange del dito seguente, l’anulare, un anello totum aureum, intarsiato di ferro come stelline; nel braccio destro armilla aurea et eboreo circulo lamina splendente.
Reazione finale di Encolpio e Ascilto: un ridere incontrollato.
Expressit imprudentibus risum. In Petronio, Satyricon, 26 – 32
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Gadda e Giovenale
“ … è il gioco di qualunque, istituto o persona, voglia attribuire alla propaganda e alla pesca le dimensioni e la gravezza di un’attività morale” scrive Gadda, come Giovenale satirico. La pesca, in specie di pesce grosso, smisuratamente ingombro, inquadrato nel pixel sui socialnetuorc, la folla assiepantesi dei mipiace e la calca delle faccine numerevoli esclamative, essa è, così è data, nelle tradizioni delle lettere, sintomo di fortuna: traguardo di libertà d’individuo solingo e asociale: exemplum d’elezione materiale, ipso facto: la praeda ipso iure è bottino rapinato, da restituire al debito proprietario munito di codice e glaudium, annessa feroce furbizia, dogmatica egemonia di Imperatore. La pesca, propizia volontà degli dei, sempreterni e imperscrutabili, altisonante Zeus, nembifero. Non poteva Domiziano, Testa di morto della Provvidenza, non essere princeps dei mari. E la paura che gli dei inventassero uno scherzetto letale all’ultimo degli umani, attanagliò il pescatorello di grosso animale acquatico dell’Adriatico mare. Il grosso calibro avrebbe potuto con incredulità smuovere dal cielo il manganello della giustizia.
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Libertà
di Giulio Traversi
Prima che tu diventassi pazza, eri una ragazza semplice e graziosa.
Da quel momento in poi hai navigato. Tutto quello che hai incontrato: isole deserte, meravigliose terre ospitali e ricche di felici presagi, non ti hanno restituito la purezza della memoria, hai vissuto morsa da una tenaglia dove il cuore batte, fintantoché non sei ritornata ed è stato un posarti stanca nella freschezza di un letto luminoso. Perché hai viaggiato per ritornare. E fuggirai ancora per non ricordare e sapere che siamo già stati nella casa del padre. Non lo sai, infliggevi trame al tuo corpo, tu che non volevi essere l’incanto del tuo specchio, tu che amavi e ti odiavi profondamente. Quanti ti hanno desiderato, hanno studiato la delicata tua giovinezza; per quella parte del mondo che ha sezionato il tuo corpo, che non ha ascoltato il tuo sogno, la palude, coltivi ora la tua indifferenza.
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Gadda e i due punti
“Nel frattempo la salma era stata rimossa, e trasportata al Policlinico, dove si era proceduto a un esame esterno del corpo. Nulla. Rivestitala e ricompostala, ne venne fasciata la gola: con bianche bende: come d’una carmelitana distesa nella morte: il capo ravvolto d’una specie de cuffia da crocerossina: senza la croce, però. A vedella così, bianca, immacolata, se levaveno subbito er cappello. Le donne se facevano er segno de la croce.” Gadda mi sembra qui un regista di teatro, la pagina diventa tridimensionale. Due punti così, forse solo Manzoni.
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Varrone Marco Terenzio e Bufalino Gesualdo
Il libro, come se fosse lui un oggetto sacro. Marco Terenzio Varrone dedica alla moglie Fundania il De rustica. Egli sa che scrivere è destinare una voce, la propria voce, all’immortalità. Verba volant scripta manent. La scrittura è un gesto che edifica monumenti. Non libri, monumenta. Quanti libri di Marco Terenzio Varrone sono naufragati nell’oblio? E se c’è chi scrive per farsi leggere da sconosciuti, perché non lasciare almeno un ricordo della propria voce a quanti, amici o familiari, ci sono più cari? Immodestia? Paragonare la propria voce a quella della Sibilla, profetessa di Cuma, questo fa Varrone, è un gesto consapevole di superiorità. Il più erudito tra i Romani al tempo di Cesare. Gesualdo Bufalino risponde a Michael Jakon: “la maggior parte dei miei amici sono o morti o lontani. Non ho quindi luoghi o persone con le quali intrattenere un colloquio, una socialità”. Poi aggiunge: “A me interessa poco il successo, pochissimo esser letto per ragioni economiche, ma io ho alternato spesso la pubblicazione dei miei libri per il pubblico, con la pubblicazione di libri che invece ho pubblicato in edizione privata, da regalare agli amici.”
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cima innevata
Che si legge così in volata tagliando traguardi firmati da saputelli, che il panettiere ha sfornato le solite forme di bene quotidiano, per solleticare voglie di chiunque: osservatori dell’esistenza dalla specola del commercio dei pensieri in carta riciclata. Certi polmoni farebbero bene a respirarne l’aria di montagna, tra il carpino e la robinia, anziché scendere di cima in palude, dove la densità dell’aria e i miasmi inducono a crisi d’asma e miopia d’urgenza chirurgica; epperò l’estate è la stagione dei bagni. In pianura c’è gente e la solitudine è solo una condizione esistenziale.

