Da Carver a Sgalambro

19 agosto 2020

Il racconto Blackbird pie di Raymond Carver rappresenta il momento esatto in cui una donna dice addio al proprio marito. Scrive una lettera e, mentre lui la legge nella propria stanza, lei, ben vestita, con la valigia pronta, esce di casa e lo pianta. Fuori c’è la nebbia e un insieme di altre cose che non sto qui a riassumere. Il perché della separazione non è ben chiaro, sembrerebbe che il marito sia sempre stato un po’ distratto. La solitudine, come un’infida malattia, ha fatto il suo corso.

My wife had non friends here in the contry, and non one came to visit. Franckly, I was glad for the solitude. But she was used to having friends, used to dealing with shepkeiper and tradesman. Once upon a time a house in the country would have been our ideal – we would covetedsuch an management. Now I can see it wasn’t such a good idea. No, it wasn’t. La vita solitaria è stato un errore.

Alla fine del racconto, la voce narrante dichiara: to take a wife is to take a history. I understand that I’m outside history now. Autobiografy is the poor men’s history. L’autobiografia è la storia dei poveri. Ricordo un passo di Manlio Sgalambro (non saprei riportare adesso la citazione con maggior cura), ma la sostanza del contenuto è un elogio della vita matrimoniale, come unica occasione per essere in relazione con l’altro e fare esperienza della realtà. Prendere moglie è come entrare nella storia a testa alta. Perdere la moglie significa trovarsi improvvisamente a giocare in panchina, fuori dalla storia (I’m outside history now). Chi vuole ripercorrere le fasi del matrimonio, andrà a leggere ciò che è rimasto scritto, its scraps and tirades, its silence and innuendos. Ma senza moglie non ci sono litigi e notizie frammentarie da ricostruire. C’è solo quello che ci raccontiamo da soli, l’autobiografia: e l’autobiografia è appunto la storia dei poveri.


Pessimismo siciliano

3 settembre 2017

È un poeta un po’ maltrattato dalla critica che mette in discussione l’originalità dei suoi componimenti, e dalla scuola: l’amore pederotico e certo razzismo non piace. Ma è un poeta crudo, asciutto. Politicamente scorretto. Chiaro, nei pensieri. È poesia d’esortazione, la sua. Vorrebbe offrire insegnamenti, il genere è gnomico.
“Sazietà invero partorisce tracotanza, quando ricchezza si accompagna a un plebeo e a chi mente salda non ha”.
poi …
“chi ha un male e chi ne ha un altro ma è fin troppo chiaro che nessuno è felice fra tutti gli uomini che il sole contempla”. Leggi il seguito di questo post »


rovina

11 marzo 2017

IMG_0129“Io non ritengo che si possa ‘pensare’ al di là di una tradizione e di una terminologia. La tradizione è un misero resto, un cumulo di macerie, eppure non conosco punto d’appoggio migliore. L’idiozia di alcuni frammenti presocratici, ridotti a informe balbettio, riflette adeguatamente il senso di rovina. Di ciò che è rimasto dopo l’urto del tempo. Il presocratismo, come tendenza odierna, non ne coglie la fondamentale ‘idiozia’. Si tratta di vedere il mattino del pensiero, dice qualcuno. I brividi degli inizi non impressionano il filosofo smaliziato, che vede invece il ‘destino’ del pensiero in ciò che esso è diventato. La malinconia dei colori sbiaditi, la patina di vecchio, il pallore del pensiero che fu. Non è ‘l’inizio’ il vero problema. Quanto alla terminologia filosofica, è una salvaguardia di cui non si può gare a meno. Immaginare di pensare senza di essa è impossibile. Voglio ancorarmi a un esempio che vale per tutti: per un teologo Dio è un termine tecnico, non un pezzo di carne. Ciò che fece parte di una storia vivente ora fa parte di una terminologia. In ultimo restano i ‘termini’.

(Manlio Sgalambro, De mundo pessimo)