All’altro capo, Deidier

La sezione Chimica dell’abbandono (tento questi appunti per un lettura della silloge poetica All’altro capo di Roberto Deidier, ed. Mondadori, 2021) termina con questo canonico endecasillabo, ictus in sesta posizione che discende all’Ade: ora scrivo di notte, scrivo ai morti. La sezione prende inizio con un corsivo: i giorni che cadono, E guadagnano illusioni, stelle in fiamme. E poi un altro endecasillabo: ho sempre trovato te, all’altro capo. L’altro capo del mondo, nella mia lettura, è il regno dei morti, ovvero il ricordo: l’inverso della luce è l’ombra, alla parola il silenzio, alla luce meridiana il tramonto, alla realtà la metafisica.

In E., dal 1982 l’epigrafe recita un verso del poeta Derek Walcott: the word and the shadow of the word. L’ombra della parola dialoga con le ombre dei morti. Il poeta si rivolge a un tu, dentro stanze serrate. L’ombra dei morti è una voce continua, che a forza sta sopra la parola pronunciata tra le labbra, e l’ombra distende le sue ali. L’assenza della persona lascia un vuoto. Il poeta compone il numero di telefono, all’altro capo nessuno può rispondere. Lo squillo accendeva / il più straziante dei fuochi. L’amore, quale che sia, è una piccola tempesta omeopatica che modella le abitudini, addestra il circo inquieto dei giorni. Adesso, nel vuoto, il ricordo quando balbetta è rumore.

Seguono cinque poesie in memoria di P. C. Il firmamento è eterno. Nel cielo stellato tutto è regola senza imprevisti, insieme ai suoi celesti abitanti, gli uccelli. La libertà viceversa implica doveri, parentesi tra i giorni. Si pone quindi una dualità: il contingente e il necessario. Il qui e l’altrove. Nella seconda poesia un corpo è tenuto in vita dalla terapia medica, dosi e canaline delle flebo. Una fabbrica opaca senza luce, anche se chi dorme di là oltre il corpo visibile, emette un rumore sordo, come un mobile infestato dalle termiti, una forma di vita vegetativa. E si crede al futuro, si chiede perdono (chi chiede perdono? Perché?), si vorrebbe che il corpo riprendesse luce.

Saremmo dentro una poetica dell’abbandono: il risorgere di una felicità dopo il disastro.

Nella terza poesia il poeta chiede a un tu, letteralmente la persona in degenza, dove sia il dolore: la stagione autunnale porta con sé quelle contraddizioni a cui impigliare la speranza: che arrivi la guarigione seguendo il volo migratorio degli uccelli, che non si fermano e passano oltre. Quarta poesia: la stanza della degenza diventa la stanza dell’abbandono, un sagrato indifferente in pietra. La quinta poesia è, presumibilmente, un funerale in chiesa, dinanzi la folla dei sopravvissuti che attendono un’altra primavera.

Il trapassato diventa puro ricordo. Si rivela essere stata una donna (mentre ti aggiri vera sotto una fuga di stelle). Il ricordo, il sogno e la poesia mantengono vera la persona scomparsa. Inutile citare la poetica delle ricordanze in Leopardi; e ancora prima, Petrarca. Laura, tanto più lontana, quanto maggiore è la sua consistenza corporea.

Da Petrarca a Montale, forse in chiave parodistica. I limoni cadono sempre, i frutti sparsi come lumi cinesi. Anche in quest’altro componimento un corpo senza vita che risuscita nella rimembranza notturna: un cane. Il profumo della vita si spegne. Dentro questa lucida coscienza, c’è una felicità (lemma non evitato dal poeta), la realtà del sogno, il dormiveglia che risuscita ombre, immagini, fantasmi, un amore sordo alle leggi della fisica. Il nulla diventa una sostanza, una tensione una felicità disgiunta dal corpo. Missive da un’altra dimensione, Orfeo tra i mortali, in lingua ignota.

Sembrerebbero liriche che sfiorano l’ombra dell’esistenza o la consistenza della non vita: il sogno, le immagini mentali, le voci amiche scomparse, il lascito sul suolo di una luce che varia di stagione in stagione.

E in ultimo, in questa mia precoce lettura di poesie non sempre facili per loro sottrazione; poesie dal verso perentorio, delicatissimo, colto: intreccio di salti logici e movimenti irrazionali, in nulla consolatorie: ecco il componimento che porta il titolo del filosofo tedesco Schopenhauer.

Oggi mi fa male il polso. Di nuovo.

È che l’occhio si stende nella mano

E la mano traccia il mondo

Ogni volta che apro gli occhi al risveglio.

C’è un giardino, sul retro: la mia fiaba.

E allora non importa se in cucina

Si è spento il fuoco, se l’inverno

Va assalendo i giorni di sorpresa.

Stamane è passato il lattaio

E non gli ho aperto. La stiratrice

Neppure si è fermata. Ora che annotta

Mi racconto quest’alba nel silenzio.

Scrive il filosofo tedesco a termine della sua opera più illustre:

Lo riconosciamo francamente: per coloro che sono ancora animati dal volere, ciò che resta dopo la totale soppressione della volontà è il vero e assoluto nulla. Ma, viceversa, per coloro in cui la volontà si è convertita e soppressa, è proprio questo mondo così reale, con tutti i suoi soli e le sue vie lattee, ad essere il nulla.

(trad. Palanga)

All’altro capo della realtà ci sono le fiabe, un giardino, non meno reale del lattaio che bussa alla porta. E quando si s’opprime la volontà (i giochi della volontà) la realtà scompare e si mostrano all’altro capo della via Lattea, la metafisica del mondo, l’ombra delle parole.

©FrancescoGianino

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