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Provincia Letteraria

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  • Chi sono
  • Disprezzo

    La domenica, prima di pranzo, Viktor Ippolìtovic aveva l’abitudine di gironzolare col suo bulldog per la Perovka e il Kuzneckij, e da uno degli angoli di solito sbucava e si accompagnava a lui Kostantin Illarionovic Satanidi, attore e giocatore accanito. Insieme passeggiavano su e giù per i marciapiedi scambiandosi brevi barzellette e osservazioni così a strappi, così insignificanti e così colme di disprezzo per ogni cosa al mondo che senza nessuna perdita avrebbero potuto benissimo sostituire tutte quelle parole con dei ringhi, solo per la soddisfazione di riempire ambedue i marciapiedi del Kuzneckij con le loro voci di basso, rumorose, spudoratamente ansimanti, e quasi soffocate dal gusto delle proprie vibrazioni.

    (Boris Pasternak, Il dottor Zivago, 1957)

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    22 giugno 2019
    borispasternak, bulldog, dipsrezzo, dottorzivago

  • Città

    Sara. – […] Quando a una madre si nega d’attendere ai suoi figli, a una madre che vuole la salute per i suoi figli le si dà torto – che vuoi? ci si danna! Buttai via tutto e mi feci contadina – contadina qua, sotto il sole, all’aperto! Un bisogno mi prese, un bisogno d’essere selvaggia; un bisogno di cadere a terra la sera come una bestia morta sotto la fatica – zappando, pestando le spighe sull’aja con le mule, a piedi nudi, sotto la canicola, girando a tondo con le gambe insanguinate e gridando come un’ubriaca – bisogno d’essere brutale con chi mi pregava che avessi pietà di me – tu intendi chi – quest’uomo puro – puro, Lucio, come una creatura uscita ora dalle mani di Dio – quest’uomo che non ha saputo mai tollerare che mi facessi uguale a lui, e che impedì che mi dannassi, insegnandomi le cose della campagna, la vita, la vera vita che ha qui, fuori della città maledetta, la terra; questa vita che ora sento, perché le mie mani la servono, l’aiutano a crescere, a fiorire, a fruttare; e la gioia della pioggia che viene a tempo; e l’afflizione della nebbia che brucia gli olivi sul fiorire; e hai visto l’erba sulla proda qua della stradetta, d’un verde così nuovo e fresco, all’alba, con la brina? e il piacere, il piacere, sai, di fare il pane con le tue stesse mani che hanno seminato il grano

    (Luigi Pirandello, Lazzaro, 1928)

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    20 giugno 2019
    campagna, città, lazzaro, pirandello

  • Essere ‘contro’


    La via della salvezza non è tracciata dal sistema di potere (burocrazia e discorso pubblico), così come delegare la propria vita al potere dell’istinto, sarebbe un errore imperdonabile. La ragione filtra gli impulsi, così come dovrebbe filtrare i messaggi che il potere economico invia. Le democrazie occidentali sono immerse in un pantano di imperativi e consuetudini, che sono oggetto di dibattito quotidiano. Tutte cose che occupano spazio nella casa dei sentimenti e del pensiero, e non parlano al nostro essere al mondo se non per riflesso. Perché la via per la salvezza personale si attuerà in una condizione che si sarà conquistata in solitudine, quando le voci della società saranno spente, e si ascolterà la verità del silenzio.

    In due la felicità sarebbe perfetta, ma si potrebbe essere già in troppi. La posizione in cui si pone chi riconosce la via della salvezza, è quella del separato dalla società, come si può essere separati da una moglie o un marito geloso. E nei loro confronti si pronuncia un discorso ‘contro’. L’invettiva, in certi casi. L’interesse della società è il funzionamento della macchina burocratica e il benessere materiale del corpo sociale; viceversa, l’interesse, il fine ultimo dell’individuo, è di ordine morale. Anche quando il bene morale, ovvero ciò che conduce alla felicità, è riposto in un bene materiale, il risultato ultimo si misura con un elettrocardiogramma dell’anima. Nel cuore è il nostro tesoro. Essere ‘contro’ una felicità pubblica e condivisa è presupposto per l’emancipazione del ‘cuore’: per riconnetterci con le viscere (le radici) della nostra personalità. Presupposto per dare a Dio ciò che è di Dio, e a Cesare una saggia e totale indifferenza emotiva nella compilazione della dichiarazione dei redditi.

    Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXII. Publio Papinio Stazio dialoga con Virgilio. Dante ascolta in silenzio, come può ascoltare uno studente. Stazio, a differenza di Virgilio, non è confinato nel limbo, ma si salverà. Sconta l’essere stato prodigo in vita, uno spendaccione, ma si è pentito in tempo. A salvarlo sono stati i versi di Virgilio.

    Per te poeta fui, per te cristiano

    Vissuto al tempo di Domiziano, secondo la ricostruzione di Dante, Stazio si avvicinò al fermento della religione di san Paolo, già diffusa tra le donne della corte dell’imperatore, anche se questi, negli ultimi anni del suo impero, ne avviò la persecuzione. 
    Stazio afferma … ebb’io battesmo; /ma per paura chiuso cristiano fu’ mi, / lungamente mostrando paganesmo. La lettura, la poesia, lo studio, l’adesione ai valori della minoranza lo hanno salvato. É stato ‘contro’.

    Le mode, politiche e culturali incrementano il benessere materiale, pur persuadendo a falsi convincimenti spirituali. Al mutare del vento però cambieranno anche le idee e i sentimenti. 

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    18 giugno 2019
    canto XXII, dante, divinacommedia, purgatorio, virgilio

  • Camminare (walk)

    “More than anything else, however, what he liked to do was walk. Nearly every day, rain or shine, hot or cold, he would leave his apartment to walk through his legs happened to take him. New York was an inexhaustible space, a labyrinth of endless steps, and no matter how far he walked, no matter how well he came to know its neighborhoods and streets, it always left him with the feeling of being lost. Lost, not only in the city, but within himself as well. Each time he took a walk, he felt as though were leaving himself behind, and by giving himself up to the movement of the streets, by reducing himself to a seeing eye, he was able to escape the obligation to think, and this, more the anything else, brought him a measure of peace, a salutary emptiness within. The world was outside of him, around him, before him, and the speed with which it kept changing made it impossible for him dwell on any one thing for very long. Motion was of the essence, the act of putting one foot in front of the other and allowing himself to follow the drift of his own body. By wandering aimlessly, all places became equal and it no longer mattered where he was. On his best walks, he washable to feel that he was nowhere. New York was the nowhere he had built around himself, and he realized that he had no intention of ever leaving it again”.

    (Paul Auster, The New York trilogy, 1987)

    “Ma la cosa che in assoluto preferiva era camminare. Quasi ogni giorno, che facesse bello o brutto, caldo o freddo, lasciava l’appartamento e girava per la città – mai con un’autentica meta, andando semplicemente dove lo portavano le gambe. New York era un luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine: e per quanto la esplorasse, arrivando a conoscerne a fondo strade e quartieri, la città lo lasciava sempre con la sensazione di essersi perduto. Perduto non solo nella città, ma anche dentro di sé. Ogni volta che camminava sentiva di lasciarsi alle spalle se stesso, e nel consegnarsi al movimento delle strade, riducendosi a un occhio che vede, eludeva l’obbligo di pensare; e questo, più di qualsiasi altra cosa, gli donava una scheggia di pace, un salutare vuoto interiore. Il mondo era fuori di lui, gli stava intorno e davanti, e la velocità del suo continuo cambiamento gli rendeva impossibile soffermarsi su qualunque cosa. Il movimento era intrinseco all’atto di porre un piede davanti all’altro concedendosi di seguire la deriva del proprio corpo. Vagando senza meta, tutti i luoghi diventavano uguali e non contava più dove ci si trovava. Nelle camminate più riuscite giungeva a non sentirsi in nessun luogo. E alla fine era solo questo che chiedeva alle cose: di non essere in nessun luogo. New York era il nessun luogo che si era costruito attorno, ed era sicuro di non volerlo lasciare mai più.”

    (trad. Massimo Bocchiola)

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    14 giugno 2019
    camminare, cityofglass, newyork, paulauster, trilogyofnewyork, walk

  • Storia (story)

    “It was a wrong number that started it, the telephone ringing three time in the dead of night, and the voice on the other end asking for someone he was not. Much later, when he was able to think about things happened to him, he would conclude that nothing was real except chance. But that was much later. In the beginning, there was simply the event and its consequences. Whether it might have turned out differently, or whether it was all predetermined with the first word that came from the stranger’s mouth, is not the question. The question is the story itself, and whether or not it means something is not for the story to tell.”

    (Paul Auster, The New York trilogy, 1987)

    “Cominciò con un numero sbagliato, tre squilli di telefono nel cuore della notte e la voce all’apparecchio che chiedeva di qualcuno che non era lui. Molto tempo dopo, quando fu in grado di pensare a ciò che gli era accaduto, avrebbe concluso che nulla era reale tranne il caso. Ma questo fu molto tempo dopo. All’inizio, non c’erano che il fatto e le sue conseguenze. La questione non è se si sarebbero potuti sviluppare altrimenti o se invece tutto fosse già stabilito a partire dalla prima parola detta dallo sconosciuto. La questione è la storia in sé: che abbia significato o meno, non spetta alla storia spiegarlo”

    (trad. Massimo Bocchiola)

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    14 giugno 2019
    newyortrilogy, paulauster, storia, story, trilogiadinewyork

  • Requiem aeternam

    Dalla prora di un castello immaginario, la rocca di Motta Camastra, in provincia di Messina, guarda campi e paesi, il fiume e un rettangolo di mare. Il vulcano svetta, i giardini rinfrescano nella calura e gli orti celano rose e gerani. Nel 1719, il 26 giungno, fu seppellito qui, in questo borgo del messinese, un generale austriaco, ferito mortalmente durante l’efferata battaglia che divampò tra Spagnoli e Austriaci. A Francavilla, lá dove oggi sorge il cimitero, in quella collinetta, le artiglierie spagnole fermarono il nemico che scendeva dai Monti e gli austriaci dilagarono nel sangue trascinato dalla corrente del fiume Zavianni. Ma quella difesa spagnola non proibì che il nemico aggirasse Francavilla, scendendo a valle dalle contrade che s’alzano sopra Motta Camastra. Allora gli austriaci cominciarono ad essere vincitori, non più della battaglia, ma della guerra di Sicilia. E il generale austriaco, un certo conte di Wolkestein, perse la vita e trovó pace in una tomba che oggi è possibile rintracciare all’interno della chiesa Matrice del piccolo borgo alcanterino. E c’è dunque una lapide con inscrizione funeraria, che ricorda l’esistenza del generale quarantenne, i titoli nobiliari, la sua educazione e i primi passi della carriera militare. Lector requiem aeternam et precare. Queste le ultime parole rivolte a chi legge, che possa invocare l’eterno riposo. La guerra terminò dunque con una pace che concesse, non in eterno stavolta, la Sicilia all’Austria. Sono così trascorsi trecento anni, e le pietre parlano ancora. L’intero borgo di Motta Camastra parla anche di una storia recente. Ma non di principi. La storia di cui è pregno il borgo è quella dei contadini, degli ultimi e dei poveri: le case di pietra, i gradini battuti dal ferro degli zoccoli degli asini, i sentieri per la montagna, le stalle. E oggi tutto questo ha il sapore di un parco archeologico della civiltà contadina. Non rovine di templi greci o colonne doriche, ma archeologia rurale: la tomba di un nobile generale della Carinzia tra l’umile e laboriosa esistenza dei figli della terra.

    ©Fg

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    13 giugno 2019
    1719, battaglia, francavilla, trecentenariobattagliafrancavilla

  • Corvo (rook)

    Virginia Woolf

    ” … How fresh, how calm, stiller than this of course, the air was in the early morning; like the flap of a wave; the kiss of a wave; chill and sharp and yet (for a girl of eighteen as she then was) solemn, feeling as she did, standing there at the open window, that something awful was about to happen; looking at the flowers, at the trees with the smoke winding off them and the rooks rising, falling …’”

    (Virginia Woolf, Mrs Dalloway, 1925)

    ” Com’era fresca, calma, più ferma di qui, naturalmente, l’aria la mattina presto, pareva il tocco di un’onda, il bacio di un’onda; fredda e pungente, e (per una diciottenne com’era lei allora) solenne, perché in piedi di fronte alla finestra aperta lei aveva allora la sensazione che sarebbe successo qualcosa di tremendo, mentre continuava a fissare i fiori, e gli alberi che emergevano dalla nebbia che a cerchi si sollevava fra le cornacchie in volo.”

    (trad. Nadia Fusini)

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    11 giugno 2019
    corvo, mrsdalloway, nadiafusini, rook, virginiawoolf

  • Corvo

    Marcel Proust

    “Spesso, quando si rientrava, sulla piazza, la nonna mi faceva fermare per guardare il campanile. Dalle finestre della sua torre, poste a due a due le une sopra le altre, con quella esatta e originale proporzione nelle distanze che non dà bellezza e dignità soltanto ai volti umani, esso liberava, lasciava cadere a intervalli regolari degli stormi di corvi, che per un momento volteggiavano con alte strida, come se le vecchie pietre che li lasciavano roteare senza parer vederli, divenute di colpo inabitabili e sprigionanti un principio d’agitazione infinita, li avessero percossi e respinti. Poi, dopo avere striato in ogni senso il velluto violetto dell’aria della sera, tranquillatisi bruscamente, tornavano ad immergersi nella torre, da nefasta ridivenuta propizia, qualcuno posato qua e là, senza parer muoversi, ma ghermendo forse un insetto, sulla punta d’una guglia, come un gabbiano fermo con l’immobilità d’un pescatore sulla cresta d’un onda.”

    (Marcel Proust, Combray, 1913)

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    9 giugno 2019
    combray, corvo, marcelproust

  • A smile, not a smile

    … a smile – not a smile – I remember it, but I can’t explain.

    Così Marlow chiosa, ricostruendo il primo incontro con il direttore della spedizione. La costruzione retorica della narrazione risulta spesso sfuggente. Il cuore di tenebra cui la scrittura rimanda, è un mistero. Orientare la lettura in una duplice tensione: chiaroveggenza e mistero ineludibile: sarebbe la vanga adatta per disotterrare il pensiero dello scrittore. Il visibile dentro cui è rintanata una forza oscena, crea vibrazioni dissonanti; il timore che qualcosa di impressionante possa capitare in qualsiasi momento, aleggia come un avvoltoio sui residui di razionalità europea. Lo scontro tra ordine e disordine, organizzazione dei ruoli e irrazionale forza aggregativa: i figli della ragione sbattono la testa sul muro altissimo dell’incoerente vitalismo dell’esistenza.

    “It is funny what some people will do for a few francs a month. I wonder what becomes of that kind when it goes up country?” É un domana retorica che lo svedese, sono sue le parole, rilancia a Marlow. “I said to him I expected to see that soon” risponde lui con curiosità. Cosa diventa l’uomo quando abbandona la civiltà? La risposta è nelle parole di Kurtz: qualcosa di bestialmente vorace e luminoso, un trionfo mistificatore – The horror! The horror! Kurtz è il mago stregone colonizzatore bianco, ha stretto patti di convivenza con il lato oscuro del modo, per soggiogarlo e trarne utile commerciale: l’avorio.

    “The other day I took up a man who hanged himself on the road. He was Swede too. Hanged himself! Why, in God’s name? I cried. He kept on looking out watchfully. Who knows? The sun too much for him, or the country perhaps.” Così conclude lo svedese. Uno si è impiccato, non ce l’ha fatta a resistere al sole, troppo caldo, oppure è stata la violenza del paese, l’esaltazione bruta, in una parola: l’orrore.

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    30 Maggio 2019
    conrad, Kurtz, letture, orrore

  • Dolores è morta

    Lolita, Nabokov

    Humbert è come se avesse ucciso Charlotte, e con Charlotte è morta anche Dolores. Prende la macchina, lascia la casa in cui sono vissuti tutt’e tre per dieci settimane, e corre al college per coronare suo desiderio – vivere con Lolita. Ma Dolores è morta. Ce lo svela Nabokov nel ventiquattresimo capitolo del romanzo. Tutto in quel capitolo è funereo. Il cielo cupo tuona. La casa è una casa livida – the livid house -. Anche il bacio di Jean è tinto di nero, perché lei, Jean Farlow, morirà di cancro due anni dopo. Così Humbert va via, abbandona la realtà, e insegue la ninfa, e lascia sull’asfalto il ricordo di Charlotte, curled up, her eyes intact, their black lashes stil wet, matted, like yours, Lolita.

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    29 Maggio 2019
    lolita, nabokov

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