Dall’espressione gaddiana a descrivere la testa del Ciccio Ingravallo, dalla capigliatura corvina nera di pece e crespa quasi riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d’Italia, intravedo una sofferenza, che è poi un leitmotiv nazionale, da intellettuale un tempo di sinistra sinistra, senza il senso delle cose reali e senza rivoluzione, oggi non so più di quale parte o patria: secondo cui la propensione loica abbia a soffrire il caldo della latitudine: e nella nostra bella penisola chi pensa e pensa metafisco, debba nascondere le corna dalla vista altrui, prezzo l’incomprensione, se non l’opinione da passaparola che lo farebbe addummisciuto e spratico (aveva l’aria un po’ assonnata, un’andatura greve e dinoccolata, un fare un po’ tonto come di persona che combatte con laboriosa digestione, descrive Gadda). Del bernoccolo metafisico viene data subito prova, rigo cinquantuno e seguenti: tutta la questione della causa prima o della concausa, gomitolo o napoletano gnommero, conseguente d’effetti o effetto. E Gadda si tira una pagina intera quasi pensiero fondante di una coscienza da investigatore a trecentosessanta gradi. (altro…)
Categoria: esternazioni
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un gomitolo di cause
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Trimalchione e Seneca.
Dissacrante Petronio. Ascilto ride spettatore del cattivo gusto degli invitati a casa di Trimalchione, in 57, ceterum Ascyltos, intemperantis licentiae, cum omnia sublatis manibus eluderet et usque ad lavrimas rideret, attirandosi un appassionato rimbrotto da parte di Ermerote. Questi, una volta terminato l’assalto verbale contro Ascilto, urla contro Gitone qui ad pedes stabat, risum iam diu compressum etiam indecenter effudit. Coeperat Asxyltos respondere convincio, sed Trimalchione interviene a calmare gli animi, agite scordalias de medio. suaviter sit potius, allontanate i litigi, piuttosto vogliatevi bene!, et tu, Herneros, parce adulescentulo. sanguem illi fervet, lascia perdere il giovincello, ha il sangue caldo, tu melior esto. E qui, sembra che Trimalchione si veste da sapiens, con involontaria citazione dal de ira di Seneca: semper in hac re qui vincitur vincit. et tu cum esses capo, cocococo, aeque cor non habebas. simus ergo, quod melius est, a primitiis hilares et homeristas spectemus. Seneca direbbe: victus ets qui vicit. Con variante di un epicureismo consumista radical chic, Pace e ilarità, banchetto e poesia, il liberto filosofo impartisce lezioni di clemenza e tolleranza, per ricadere nel gusto per le cose raffinate volgari della vita. Non per star solo, alta torre eburnea nel bosco dei lupi e delle pecore. Sempre in Petr., Sat., 59.
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Gadda e Giovenale
“ … è il gioco di qualunque, istituto o persona, voglia attribuire alla propaganda e alla pesca le dimensioni e la gravezza di un’attività morale” scrive Gadda, come Giovenale satirico. La pesca, in specie di pesce grosso, smisuratamente ingombro, inquadrato nel pixel sui socialnetuorc, la folla assiepantesi dei mipiace e la calca delle faccine numerevoli esclamative, essa è, così è data, nelle tradizioni delle lettere, sintomo di fortuna: traguardo di libertà d’individuo solingo e asociale: exemplum d’elezione materiale, ipso facto: la praeda ipso iure è bottino rapinato, da restituire al debito proprietario munito di codice e glaudium, annessa feroce furbizia, dogmatica egemonia di Imperatore. La pesca, propizia volontà degli dei, sempreterni e imperscrutabili, altisonante Zeus, nembifero. Non poteva Domiziano, Testa di morto della Provvidenza, non essere princeps dei mari. E la paura che gli dei inventassero uno scherzetto letale all’ultimo degli umani, attanagliò il pescatorello di grosso animale acquatico dell’Adriatico mare. Il grosso calibro avrebbe potuto con incredulità smuovere dal cielo il manganello della giustizia.
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Gadda e i due punti
“Nel frattempo la salma era stata rimossa, e trasportata al Policlinico, dove si era proceduto a un esame esterno del corpo. Nulla. Rivestitala e ricompostala, ne venne fasciata la gola: con bianche bende: come d’una carmelitana distesa nella morte: il capo ravvolto d’una specie de cuffia da crocerossina: senza la croce, però. A vedella così, bianca, immacolata, se levaveno subbito er cappello. Le donne se facevano er segno de la croce.” Gadda mi sembra qui un regista di teatro, la pagina diventa tridimensionale. Due punti così, forse solo Manzoni.
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Varrone Marco Terenzio e Bufalino Gesualdo
Il libro, come se fosse lui un oggetto sacro. Marco Terenzio Varrone dedica alla moglie Fundania il De rustica. Egli sa che scrivere è destinare una voce, la propria voce, all’immortalità. Verba volant scripta manent. La scrittura è un gesto che edifica monumenti. Non libri, monumenta. Quanti libri di Marco Terenzio Varrone sono naufragati nell’oblio? E se c’è chi scrive per farsi leggere da sconosciuti, perché non lasciare almeno un ricordo della propria voce a quanti, amici o familiari, ci sono più cari? Immodestia? Paragonare la propria voce a quella della Sibilla, profetessa di Cuma, questo fa Varrone, è un gesto consapevole di superiorità. Il più erudito tra i Romani al tempo di Cesare. Gesualdo Bufalino risponde a Michael Jakon: “la maggior parte dei miei amici sono o morti o lontani. Non ho quindi luoghi o persone con le quali intrattenere un colloquio, una socialità”. Poi aggiunge: “A me interessa poco il successo, pochissimo esser letto per ragioni economiche, ma io ho alternato spesso la pubblicazione dei miei libri per il pubblico, con la pubblicazione di libri che invece ho pubblicato in edizione privata, da regalare agli amici.”
