Ogni romanzo è un destino. Il buon lettore, fattosi prima ingenuo come un pesce, viene catturato dalle esche, dai magli, dall’astuzia tecnica. Poi salta, sguiscia, e se non salta fuori in tempo, muore beato nella padella dello scrittore, quando lo scrittore è autore di mondi e di gesti estetici. Per cucinare il banchetto della felice illusione — per ingannare e al tempo stesso elevare, per seminare intelligenza e coltivare sensibilità per i comuni mortali — ci vuole arte, sapienza, cuore e ricerca di verità.
Le prime cento pagine – soprattutto le prime cento pagine – di Disìo (ripubblicato da Feltrinelli, e già Rizzoli, 2005) hanno un respiro epico-lirico, mescolato a grana mitica e memoria autobiografica. Eros è l’autore sotto le mentite spoglie della celebre scrittrice Silvana Grasso: Eros dalla capigliatura rosso fuoco.
Le principali tematiche del romanzo sono innanzitutto la pervasività della tecnologia: essa fagocita i sensi, plasma il cervello, incapsula il protagonista Samuel in una dimensione altra, in cui l’umanità si smaterializza. Da qui il tema della vaporizzazione della realtà in voci e immagini: l’esperienza umana si radicalizza oltre il corpo, fino a degradarsi o illuminarsi senza il corpo. 2056 (edito da Ensemble, 2025) è dunque un romanzo distopico, quasi nella forma di un grottesco videogame esistenzialista.
Dal vulcano al vuoto
Spesso, quando leggo un romanzo, associo come segnalibro una fotografia scattata da me: scelgo un’immagine a caso o mi lascio guidare da un presentimento che la trama risveglia.
Per 2056, ho scelto una foto del 2023, nell’estate in cui il nostro vulcano, l’Etna, era più attivo del solito. Era un’estate accecata dal caldo e da continue piogge di cenere vulcanica. La foto ritrae un paesaggio urbano di periferia: una casa popolare, un capannone, un tetto; in primo piano una roulotte. Intorno, campagna rada, arbusti, la zona di confine tra l’urbanizzato e il lasciato andare. Ma metà immagine è cielo: un cielo pesante e grigio, non nuvoloso ma opaco, quel grigio da fine del mondo che grava su certe giornate estive in cui l’azzurro è velato da un’immensa coltre di nulla.
Guardando poi la foto al computer, notai che il cielo era punteggiato di piccole chiazze nere, come meteoriti in caduta: una pioggia nucleare. Nulla di ciò avevo visto al momento dello scatto: eppure era lì, invisibile. La cenere vulcanica depositata sull’obbiettivo aveva prodotto un effetto apocalittico. La foto in bianco e nero restituisce un mondo nel suo disfarsi, un senso di fine.
Con il seguente bando, viene ufficialmente istituito il premio “Giuseppe Scatà”, I edizione, a cadenza annuale, promosso dall’”Associazione Culturale Giuseppe Scatà” e Provincia Letteraria – Blog di scritture. Il Premio vuole ricordare la passione e l’impegno di Giuseppe Scatà per la scrittura.
Giuseppe Scatà è nato e vissuto a Catania. Laureatosi nella sua città in Lettere moderne, ha poi conseguito un master presso la scuola di scrittura Holden, a Torino. È stato Docente di lettere sia presso l’istituto paritario San Giuseppe sia nelle scuole medie del quartiere di Librino. Appassionato e frequentatore del genere giallo, amava viaggiare e seguire i festival letterari e cinematografici. Ha collaborato a diverse riviste d’impegno civile come i Cordai, Reportage e Casablanca. Ha scritto testi teatrali e racconti.
Il brano in foto tratto da Zagare e segreti di Enzo Cannizzo (Ensemble, 2024) ha un tono tragicomico e surreale. Ciccio Rambo Due è quasi una figura mitologica di provincia, tra il grottesco e il poetico. La scena è costruita con un crescendo teatrale. Ciccio Rambo Due trova finalmente il coraggio di farsi biondo, indossare la sottana della madre, i tacchi; si mette alla guida del suo trattore e raggiunge il palco in cui si esibisce Anna Oxa. Raggiunge il palco e strilla a squarciagola Non voglio mica la luna. Ciccio infine piange. Il gesto di Cicco è una performance pubblica ma anche un atto liberatorio che si scontra con la suscettibilità della cantante e gli interessi materiali della famiglia. Anna Oxa interrompe quindi il concerto, gelosa degli applausi, e pretende di essere ugualmente pagata. Il sindaco sconvolto è colpito da una colica renale. Ciccio Rambo trionfa e ci fa ridere. Ma il finale è amaro, ironico. Invece di essere riconosciuto per il suo momento di gloria, Ciccio viene dichiarato pazzo e i parenti si spartiscono i beni, riportando tutto a uno dimensione terrena e materiale.
L’ultimo componimento della silloge potrebbe offrirci una possibile chiave di lettura dell’opera che si colloca in continuità coi lavori precedenti della poetessa: il ricordo di un’età – chiamiamola antica – serve da uncino, arpione, quando il mondo va nella direzione opposta. Il ricordo però è inzuppato di qualcosa di inconsolabile. Scrive la poetessa: io sto / da adulta insonne / circondata da arredi / sempiterni (segue un piccolo elenco alla Gozzano). E poi: Tutto è qui dentro / tutto è stato / sempre /…/ … anima senza pace. Il finale è sconsolato: Anche senza guardarlo / tutto quello che adesso chiami “mondo” / ti sopravviverà. Il Commiato avviene nella stanza della casa del paese, ricordando un lutto familiare. La poetessa reduce; la poesia nasce dalla consapevolezza – che bussa sordamente – di una perdita. Pesca parole e immagini da un’epoca in cui le cose erano intatte, torbide chiassose ma intatte. In Quello che chiami mondo (il tu allocutorio rivolto alla sorella ma anche al proprio doppio) ti sopravviverà. Dormi tranquilla anima senza pace: sembra che vi sia un duplice augurio; pace e conciliazione col mondo che continua a vivere dopo lo svelamento. Da questo componimento funebre è possibile trovare una postura poetica: lo sguardo di Orfeo, quando il presente è stanchezza, palude.
San Lorenzo, io lo so perché tanto / di stelle per l’aria tranquilla /arde e cade, perché sì gran pianto /nel concavo cielo sfavilla.
Pubblicata da Giovanni Pascoli nel 1896 sulla rivista Marzocco, la poesia X Agosto inizia col pianto più famoso della letteratura italiana. Cadono le stelle, il cielo piange l’ingiustizia degli umani. Il cielo cade e inonda la notte di quest’atomo opaco del Male.
Il tema della caduta emerge dal mare delle perdite. La mancanza di un bene posseduto o solo bramato brilla la scintilla della poesia. Senza perdita non vi sarebbe gesto poetico.
L’amore innalza. L’assenza dell’amore fa cadere i corpi: all’illusione la delusione. Amelia Rosselli in Variazioni belliche del 1960 scrive:
Il breve romanzo La paga del sabato è stato scritto dall’autore piemontese Beppe Fenoglio, ex partigiano durante la seconda guerra mondiale. È un’opera postuma, difatti venne pubblicata da Maria Corti (di cui troviamo la nota) la quale ha ritrovato il manoscritto nel 1969. L’edizione del 1978 si sviluppa in 139 pagine divise in nove capitoli brevi e scorrevoli. Il linguaggio è semplice, schietto, e contribuisce a rendere scorrevole la lettura.
Tutta la trama del romanzo gira attorno a un evento chiave: il ritorno di un soldato (un partigiano per l’esattezza) alla vita monotona, alla “normale” quotidianità, e il tema principale è proprio la difficoltà di adattarsi alla normalità dopo aver vissuto così fortemente durante la guerra. Il romanzo ha qualcosina di autobiografico, difatti l’autore prende spunto dal proprio vissuto. Il protagonista del racconto è Ettore giovane partigiano che si rifiuta di dimenticare la sua esperienza in guerra e quindi non vuole abbandonarsi alla routine di un lavoro dipendente.
Falò è l’ultima parola che conclude l’ultimo romanzo di Cesare Pavese. La frase per l’esattezza è la seguente: L’altro anno c’era ancora il segno, come il letto di un falò. Il rogo finale non è propiziatorio, parte di uno scaramantico rito di purificazione e fertilità contadina, bensì è utile per bruciare il corpo di Santina, accusata di essere una spia fascista. Il partigiano Baracca legge l’imputazione d’accusa e la sentenza finale. La ragazza seduta ascolta. Poi è condotta fuori, cerca di scappare, ma è colta da una scarica di mitra. Il corpo viene bruciato. Una donna come lei non si poteva coprirla di terra e lasciarla così. Faceva ancora gola a troppi. Sarmenti e benzina, poi un gran falò.