Il freddo, Bernhard

9 marzo 2020

Al terzo rigo della narrazione (Die Kalte. Eine Isolation) autobiografica emerge un nome scritto in corsivo: Grafenhof, il reclusorio per tubercolitici nei dintorni di Salisburgo. Insieme all’ospedale di Grossgmain, sono questi due i luoghi in cui l’autore trascorre più di un anno di vita. È una scrittura della testimonianza e della riappropriazione: descrizioni di pensieri e reazioni, una ferocissima accusa contro la sanità austriaca negli anni del dopoguerra. Lucido e tremendo, uno stile senza vezzi, di impressionante segmentazione. Thomas Bernhard parla di sè, della malattia, della crudeltà, del cinismo, con una distanza da far impallidire ogni altro tentativo di narrativa che, dal fatto di salute, ricava intrattenimento, consolazione, se non speranza. Qui leggiamo il disvelamento di un’umanità reale e crudele. Finché Bernhard arriverà a conclusioni estreme … “per questo dovevo avere la forza di infrangere le leggi che regnavano qui, e anzi regnavano sovrane, e dovevo vivere secondo le mie proprie leggi, sempre di più secondo leggi mie, sempre di meno secondo leggi che mi venivano imposte. Dovevo seguire il consiglio dei medici soltanto fino a un certo punto, fin dove poteva essermi utile, non oltre, ogni consiglio andava seguito soltanto fin dove poteva essere utile e dopo averlo valutato a fondo.”


Quale confine, Gabriella Grasso

19 febbraio 2020

Nella poesia Azzurra notte il vulcano e la luna sono statici, imponenti e anche sovraumani. Il primo è roccia e fuoco, la seconda è serenamente appesa. Tutt’intorno il cielo è azzurro, e le stelle danzano. Tutt’intorno è vita e forse anche felicità. Rimangono saldi il vulcano e la luna. “… e vive ancora/ questa nostra notte/ il suo azzurro momento/ di felicità. La felicità dura il tempo dell’illusione, finché le cose saranno trasmutate in luce. Finché la materia non apparirà solo materia, c’è vita.

In Vuoti e pieni c’è un volto irriconoscibile (Nel vuoto/ del tuo viso che manca), inespressivo come la luna appesa in cielo, se non fosse magica perché immersa nella luce azzurra della sera. Le promesse, le azzurre promesse, e le fertili parole trattengono sullo scoglio della vita, e non si muore.

La poesia in limine, annuncio di poetica: Contatti. (Ero un pezzo di carne/ e di sangue che stillava/ dalla finestra … Per il mondo/ sono dovuta diventare/ account …). La poetessa si riappropria dell’autenticità del corpo, e dal proprio corpo come da una finestra sempre spalancata nel mondo, cerca di dare definizioni sullo stare nell’esistenza, filosofeggia per immagini. Stare al mondo significa perdersi. Ci si ritrova, si è, stando e osservando dal proprio luogo. Solo dal proprio luogo si comprende qualcosa dell’esistenza, e si promette respiro vivo e voce umana. Quale sia il luogo di Gabriella Grasso mi è difficile affermarlo. Sicuramente non è un luogo isolato, ma un luogo di contatto, da cui abolire le differenze, ritrovare il dialogo e la condivisione. Un luogo senza finzioni e confini. Così come è reale e irreale il paesaggio del vulcano, inesorabile e metafisico. Il luogo da cui comprendere la vita (sembrerebbero versi che rilanciano una sapienza soggettiva) è quello della fatica dell’amare, senza che mai la parola amore venga sbandierata. L’abbraccio che slega e allunga il passo nei confini degli altri, in torrenti ormai aridi, salite e strettoie; in altri abbracci di pochi istanti serpeggia/quel rivolo di noia ed ebbrezza/che ci appare vita.

Poesie che ricorderebbero una tradizione classica – quelle lunghezze di versi che inseguono altri versi per mezzo di connettivi e participi (si sopravvive … notti/senza speranza/schiacciati sotto il peso/ …. che … / che … /e) – se non la tradizione di metà ventesimo secolo riassunta in Quasimodo e Montale (Mi hai posato una conchiglia sulla spalla; il figlio dell’uomo non ha/pace e casa/…). Punteggiatura rarissima, strofe che sconfinano nelle successive, immagini talvolta immediate (lasciamo in dote un abbraccio/che sappia di pace e gioventù), altre volte rese enigmatiche per un accumulo coerente e contrastivo (Datemi un orizzonte … avessi almeno/ l’impulso il tremore … ).

Il volume s’intitola Quale confine, l’autrice è Gabriella Grasso, l’editore Kolibris. Da innaffiare come una piantina che cresce e rinverdisce col passare del tempo.


I P P O P A R T Y

2 febbraio 2020
I P P O PA R T Y

Eugenia è stufa del genere maschile, ma non può farne a meno. Giulio vive in un paese disarticolato e accudisce il padre. Lisa ama le donne e cerca marito. Una scrittura vivace e ironica, politicamente scorretta. Un romanzo sperimentale che indaga sulla confusione dei valori. La cultura, la scuola, l’amore, la maternità, la morte, i centri commerciali, i paesi, i social… il mondo contemporaneo bruciato e vaporizzato da un apocalittico Ippoparty

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Vincitore del premio Etnabook 2019 come miglior inedito.


Incipit

8 luglio 2019

Non si era mai visto, a casa mia, un autunno così smodato. Pareva che il mio giardino, mentre noi non c’eravamo, avesse fatto festa, ballato sino all’alba e vomitato (sentivo anche, ma forse era un’impressione, odore di cose scadute, vino acido, vermi schiacciati sotto i piedi). Scansai la pozzanghera su cui galleggiavano insetti e lunghi filamenti. Davanti a me l’edera del pergolato aveva raggiunto con un balzo la scala e si accoppiava coi petali della solandra, le piccole unghie affondate nel calice. Il giallo carnoso dei fiori e il verde mosso delle foglie brulicavano nell’incrocio, ed entrambi, fiori e foglie, soffocavano in un abbraccio che si smorzava esausto sul muro. Mi abbandonai sulla panca. Una foglia si staccò dal ramo e sibilò ai miei piedi. Le lingue rosa della buganvillea, dall’aiuola, si allungarono smaniose su quelle stanche del glicine, e foglie e foglie dappertutto, labbra di foglie screziate e lucide di ogni specie che s’infilavano tremule nei varchi disponibili, una crepa, un vaso rotto, una fessura tra i mattoni. E foglie coi denti che succhiavano il ferro delle sedie, si contraevano e si dilatavano. Ossa di foglie per terra, che gemevano sotto i passi. Foglie molli e sfinite, ridotte a fibre, nervi, polvere. Foglie bagnate e foglie irsute, che mugolavano nel vento e si umettavano i bordi, e poi i tentacoli dei rami neonati che si aggrappavano ad arbusti più forti. Pure un pezzo di tronco destinato al camino aveva messo radici e si era tramutato in albero. Un breve, deforme, trinchetto della felicità. Non riuscii a toccarlo. Si strofinavano sul muro anche i rampicanti del vicino, che scavalcate le recinzioni si erano lanciati sull’agave, in un groviglio che aveva qualcosa di terrifico. meraviglioso, anche. Il bello è che non ci eravamo mossi da casa. Quando era successo tutto questo? Il tramonto si era compiuto. Sentii lo sguardo strisciante dell’edera che guizzava sulla ringhiera. Sotto la gonna a fiori, un rampicante mi si avvitava addosso.

(Elvira Seminara, L’indecenza, 2008)


Vino

3 luglio 2019

E ci saremmo rivisti il giorno dopo, domenica, per dare un colpo finale alla storia, che ora mi sembra buona, così articolata in racconti brevi e lunghi. Invece ha portato delle bistecche e del vino francese, che è l’oscuro simbolo del peccato. La cosa è cominciata nella cucinetta, dove le ho tolto i pantaloni, lei intenta alle bistecche e dicendo: No, please, no, ed è continuata sul divano, e poi sul letto, dove adesso dorme. Tutto si è svolto con semplicità un po’ comica e in piena luce, riprendendo i nostri abbracci tra un piatto e l’altro.

(Ennio Flaiano, Melampus, 1974)


Camminare (walk)

14 giugno 2019

“More than anything else, however, what he liked to do was walk. Nearly every day, rain or shine, hot or cold, he would leave his apartment to walk through his legs happened to take him. New York was an inexhaustible space, a labyrinth of endless steps, and no matter how far he walked, no matter how well he came to know its neighborhoods and streets, it always left him with the feeling of being lost. Lost, not only in the city, but within himself as well. Each time he took a walk, he felt as though were leaving himself behind, and by giving himself up to the movement of the streets, by reducing himself to a seeing eye, he was able to escape the obligation to think, and this, more the anything else, brought him a measure of peace, a salutary emptiness within. The world was outside of him, around him, before him, and the speed with which it kept changing made it impossible for him dwell on any one thing for very long. Motion was of the essence, the act of putting one foot in front of the other and allowing himself to follow the drift of his own body. By wandering aimlessly, all places became equal and it no longer mattered where he was. On his best walks, he washable to feel that he was nowhere. New York was the nowhere he had built around himself, and he realized that he had no intention of ever leaving it again”.

(Paul Auster, The New York trilogy, 1987)

“Ma la cosa che in assoluto preferiva era camminare. Quasi ogni giorno, che facesse bello o brutto, caldo o freddo, lasciava l’appartamento e girava per la città – mai con un’autentica meta, andando semplicemente dove lo portavano le gambe. New York era un luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine: e per quanto la esplorasse, arrivando a conoscerne a fondo strade e quartieri, la città lo lasciava sempre con la sensazione di essersi perduto. Perduto non solo nella città, ma anche dentro di sé. Ogni volta che camminava sentiva di lasciarsi alle spalle se stesso, e nel consegnarsi al movimento delle strade, riducendosi a un occhio che vede, eludeva l’obbligo di pensare; e questo, più di qualsiasi altra cosa, gli donava una scheggia di pace, un salutare vuoto interiore. Il mondo era fuori di lui, gli stava intorno e davanti, e la velocità del suo continuo cambiamento gli rendeva impossibile soffermarsi su qualunque cosa. Il movimento era intrinseco all’atto di porre un piede davanti all’altro concedendosi di seguire la deriva del proprio corpo. Vagando senza meta, tutti i luoghi diventavano uguali e non contava più dove ci si trovava. Nelle camminate più riuscite giungeva a non sentirsi in nessun luogo. E alla fine era solo questo che chiedeva alle cose: di non essere in nessun luogo. New York era il nessun luogo che si era costruito attorno, ed era sicuro di non volerlo lasciare mai più.”

(trad. Massimo Bocchiola)


Storia (story)

14 giugno 2019

“It was a wrong number that started it, the telephone ringing three time in the dead of night, and the voice on the other end asking for someone he was not. Much later, when he was able to think about things happened to him, he would conclude that nothing was real except chance. But that was much later. In the beginning, there was simply the event and its consequences. Whether it might have turned out differently, or whether it was all predetermined with the first word that came from the stranger’s mouth, is not the question. The question is the story itself, and whether or not it means something is not for the story to tell.”

(Paul Auster, The New York trilogy, 1987)

“Cominciò con un numero sbagliato, tre squilli di telefono nel cuore della notte e la voce all’apparecchio che chiedeva di qualcuno che non era lui. Molto tempo dopo, quando fu in grado di pensare a ciò che gli era accaduto, avrebbe concluso che nulla era reale tranne il caso. Ma questo fu molto tempo dopo. All’inizio, non c’erano che il fatto e le sue conseguenze. La questione non è se si sarebbero potuti sviluppare altrimenti o se invece tutto fosse già stabilito a partire dalla prima parola detta dallo sconosciuto. La questione è la storia in sé: che abbia significato o meno, non spetta alla storia spiegarlo”

(trad. Massimo Bocchiola)


Requiem aeternam

13 giugno 2019

Dalla prora di un castello immaginario, la rocca di Motta Camastra, in provincia di Messina, guarda campi e paesi, il fiume e un rettangolo di mare. Il vulcano svetta, i giardini rinfrescano nella calura e gli orti celano rose e gerani. Nel 1719, il 26 giungno, fu seppellito qui, in questo borgo del messinese, un generale austriaco, ferito mortalmente durante l’efferata battaglia che divampò tra Spagnoli e Austriaci. A Francavilla, lá dove oggi sorge il cimitero, in quella collinetta, le artiglierie spagnole fermarono il nemico che scendeva dai Monti e gli austriaci dilagarono nel sangue trascinato dalla corrente del fiume Zavianni. Ma quella difesa spagnola non proibì che il nemico aggirasse Francavilla, scendendo a valle dalle contrade che s’alzano sopra Motta Camastra. Allora gli austriaci cominciarono ad essere vincitori, non più della battaglia, ma della guerra di Sicilia. E il generale austriaco, un certo conte di Wolkestein, perse la vita e trovó pace in una tomba che oggi è possibile rintracciare all’interno della chiesa Matrice del piccolo borgo alcanterino. E c’è dunque una lapide con inscrizione funeraria, che ricorda l’esistenza del generale quarantenne, i titoli nobiliari, la sua educazione e i primi passi della carriera militare. Lector requiem aeternam et precare. Queste le ultime parole rivolte a chi legge, che possa invocare l’eterno riposo. La guerra terminò dunque con una pace che concesse, non in eterno stavolta, la Sicilia all’Austria. Sono così trascorsi trecento anni, e le pietre parlano ancora. L’intero borgo di Motta Camastra parla anche di una storia recente. Ma non di principi. La storia di cui è pregno il borgo è quella dei contadini, degli ultimi e dei poveri: le case di pietra, i gradini battuti dal ferro degli zoccoli degli asini, i sentieri per la montagna, le stalle. E oggi tutto questo ha il sapore di un parco archeologico della civiltà contadina. Non rovine di templi greci o colonne doriche, ma archeologia rurale: la tomba di un nobile generale della Carinzia tra l’umile e laboriosa esistenza dei figli della terra.

©Fg


Corvo

9 giugno 2019
Marcel Proust

“Spesso, quando si rientrava, sulla piazza, la nonna mi faceva fermare per guardare il campanile. Dalle finestre della sua torre, poste a due a due le une sopra le altre, con quella esatta e originale proporzione nelle distanze che non dà bellezza e dignità soltanto ai volti umani, esso liberava, lasciava cadere a intervalli regolari degli stormi di corvi, che per un momento volteggiavano con alte strida, come se le vecchie pietre che li lasciavano roteare senza parer vederli, divenute di colpo inabitabili e sprigionanti un principio d’agitazione infinita, li avessero percossi e respinti. Poi, dopo avere striato in ogni senso il velluto violetto dell’aria della sera, tranquillatisi bruscamente, tornavano ad immergersi nella torre, da nefasta ridivenuta propizia, qualcuno posato qua e là, senza parer muoversi, ma ghermendo forse un insetto, sulla punta d’una guglia, come un gabbiano fermo con l’immobilità d’un pescatore sulla cresta d’un onda.”

(Marcel Proust, Combray, 1913)


A smile, not a smile

30 maggio 2019

… a smile – not a smile – I remember it, but I can’t explain.

Così Marlow chiosa, ricostruendo il primo incontro con il direttore della spedizione. La costruzione retorica della narrazione risulta spesso sfuggente. Il cuore di tenebra cui la scrittura rimanda, è un mistero. Orientare la lettura in una duplice tensione: chiaroveggenza e mistero ineludibile: sarebbe la vanga adatta per disotterrare il pensiero dello scrittore. Il visibile dentro cui è rintanata una forza oscena, crea vibrazioni dissonanti; il timore che qualcosa di impressionante possa capitare in qualsiasi momento, aleggia come un avvoltoio sui residui di razionalità europea. Lo scontro tra ordine e disordine, organizzazione dei ruoli e irrazionale forza aggregativa: i figli della ragione sbattono la testa sul muro altissimo dell’incoerente vitalismo dell’esistenza.

“It is funny what some people will do for a few francs a month. I wonder what becomes of that kind when it goes up country?” É un domana retorica che lo svedese, sono sue le parole, rilancia a Marlow. “I said to him I expected to see that soon” risponde lui con curiosità. Cosa diventa l’uomo quando abbandona la civiltà? La risposta è nelle parole di Kurtz: qualcosa di bestialmente vorace e luminoso, un trionfo mistificatore – The horror! The horror! Kurtz è il mago stregone colonizzatore bianco, ha stretto patti di convivenza con il lato oscuro del modo, per soggiogarlo e trarne utile commerciale: l’avorio.

“The other day I took up a man who hanged himself on the road. He was Swede too. Hanged himself! Why, in God’s name? I cried. He kept on looking out watchfully. Who knows? The sun too much for him, or the country perhaps.” Così conclude lo svedese. Uno si è impiccato, non ce l’ha fatta a resistere al sole, troppo caldo, oppure è stata la violenza del paese, l’esaltazione bruta, in una parola: l’orrore.