Vino

luglio 3, 2019

E ci saremmo rivisti il giorno dopo, domenica, per dare un colpo finale alla storia, che ora mi sembra buona, così articolata in racconti brevi e lunghi. Invece ha portato delle bistecche e del vino francese, che è l’oscuro simbolo del peccato. La cosa è cominciata nella cucinetta, dove le ho tolto i pantaloni, lei intenta alle bistecche e dicendo: No, please, no, ed è continuata sul divano, e poi sul letto, dove adesso dorme. Tutto si è svolto con semplicità un po’ comica e in piena luce, riprendendo i nostri abbracci tra un piatto e l’altro.

(Ennio Flaiano, Melampus, 1974)


Camminare (walk)

giugno 14, 2019

“More than anything else, however, what he liked to do was walk. Nearly every day, rain or shine, hot or cold, he would leave his apartment to walk through his legs happened to take him. New York was an inexhaustible space, a labyrinth of endless steps, and no matter how far he walked, no matter how well he came to know its neighborhoods and streets, it always left him with the feeling of being lost. Lost, not only in the city, but within himself as well. Each time he took a walk, he felt as though were leaving himself behind, and by giving himself up to the movement of the streets, by reducing himself to a seeing eye, he was able to escape the obligation to think, and this, more the anything else, brought him a measure of peace, a salutary emptiness within. The world was outside of him, around him, before him, and the speed with which it kept changing made it impossible for him dwell on any one thing for very long. Motion was of the essence, the act of putting one foot in front of the other and allowing himself to follow the drift of his own body. By wandering aimlessly, all places became equal and it no longer mattered where he was. On his best walks, he washable to feel that he was nowhere. New York was the nowhere he had built around himself, and he realized that he had no intention of ever leaving it again”.

(Paul Auster, The New York trilogy, 1987)

“Ma la cosa che in assoluto preferiva era camminare. Quasi ogni giorno, che facesse bello o brutto, caldo o freddo, lasciava l’appartamento e girava per la città – mai con un’autentica meta, andando semplicemente dove lo portavano le gambe. New York era un luogo inesauribile, un labirinto di passi senza fine: e per quanto la esplorasse, arrivando a conoscerne a fondo strade e quartieri, la città lo lasciava sempre con la sensazione di essersi perduto. Perduto non solo nella città, ma anche dentro di sé. Ogni volta che camminava sentiva di lasciarsi alle spalle se stesso, e nel consegnarsi al movimento delle strade, riducendosi a un occhio che vede, eludeva l’obbligo di pensare; e questo, più di qualsiasi altra cosa, gli donava una scheggia di pace, un salutare vuoto interiore. Il mondo era fuori di lui, gli stava intorno e davanti, e la velocità del suo continuo cambiamento gli rendeva impossibile soffermarsi su qualunque cosa. Il movimento era intrinseco all’atto di porre un piede davanti all’altro concedendosi di seguire la deriva del proprio corpo. Vagando senza meta, tutti i luoghi diventavano uguali e non contava più dove ci si trovava. Nelle camminate più riuscite giungeva a non sentirsi in nessun luogo. E alla fine era solo questo che chiedeva alle cose: di non essere in nessun luogo. New York era il nessun luogo che si era costruito attorno, ed era sicuro di non volerlo lasciare mai più.”

(trad. Massimo Bocchiola)


Storia (story)

giugno 14, 2019

“It was a wrong number that started it, the telephone ringing three time in the dead of night, and the voice on the other end asking for someone he was not. Much later, when he was able to think about things happened to him, he would conclude that nothing was real except chance. But that was much later. In the beginning, there was simply the event and its consequences. Whether it might have turned out differently, or whether it was all predetermined with the first word that came from the stranger’s mouth, is not the question. The question is the story itself, and whether or not it means something is not for the story to tell.”

(Paul Auster, The New York trilogy, 1987)

“Cominciò con un numero sbagliato, tre squilli di telefono nel cuore della notte e la voce all’apparecchio che chiedeva di qualcuno che non era lui. Molto tempo dopo, quando fu in grado di pensare a ciò che gli era accaduto, avrebbe concluso che nulla era reale tranne il caso. Ma questo fu molto tempo dopo. All’inizio, non c’erano che il fatto e le sue conseguenze. La questione non è se si sarebbero potuti sviluppare altrimenti o se invece tutto fosse già stabilito a partire dalla prima parola detta dallo sconosciuto. La questione è la storia in sé: che abbia significato o meno, non spetta alla storia spiegarlo”

(trad. Massimo Bocchiola)


Requiem aeternam

giugno 13, 2019

Dalla prora di un castello immaginario, la rocca di Motta Camastra, in provincia di Messina, guarda campi e paesi, il fiume e un rettangolo di mare. Il vulcano svetta, i giardini rinfrescano nella calura e gli orti celano rose e gerani. Nel 1719, il 26 giungno, fu seppellito qui, in questo borgo del messinese, un generale austriaco, ferito mortalmente durante l’efferata battaglia che divampò tra Spagnoli e Austriaci. A Francavilla, lá dove oggi sorge il cimitero, in quella collinetta, le artiglierie spagnole fermarono il nemico che scendeva dai Monti e gli austriaci dilagarono nel sangue trascinato dalla corrente del fiume Zavianni. Ma quella difesa spagnola non proibì che il nemico aggirasse Francavilla, scendendo a valle dalle contrade che s’alzano sopra Motta Camastra. Allora gli austriaci cominciarono ad essere vincitori, non più della battaglia, ma della guerra di Sicilia. E il generale austriaco, un certo conte di Wolkestein, perse la vita e trovó pace in una tomba che oggi è possibile rintracciare all’interno della chiesa Matrice del piccolo borgo alcanterino. E c’è dunque una lapide con inscrizione funeraria, che ricorda l’esistenza del generale quarantenne, i titoli nobiliari, la sua educazione e i primi passi della carriera militare. Lector requiem aeternam et precare. Queste le ultime parole rivolte a chi legge, che possa invocare l’eterno riposo. La guerra terminò dunque con una pace che concesse, non in eterno stavolta, la Sicilia all’Austria. Sono così trascorsi trecento anni, e le pietre parlano ancora. L’intero borgo di Motta Camastra parla anche di una storia recente. Ma non di principi. La storia di cui è pregno il borgo è quella dei contadini, degli ultimi e dei poveri: le case di pietra, i gradini battuti dal ferro degli zoccoli degli asini, i sentieri per la montagna, le stalle. E oggi tutto questo ha il sapore di un parco archeologico della civiltà contadina. Non rovine di templi greci o colonne doriche, ma archeologia rurale: la tomba di un nobile generale della Carinzia tra l’umile e laboriosa esistenza dei figli della terra.

©Fg


Corvo

giugno 9, 2019
Marcel Proust

“Spesso, quando si rientrava, sulla piazza, la nonna mi faceva fermare per guardare il campanile. Dalle finestre della sua torre, poste a due a due le une sopra le altre, con quella esatta e originale proporzione nelle distanze che non dà bellezza e dignità soltanto ai volti umani, esso liberava, lasciava cadere a intervalli regolari degli stormi di corvi, che per un momento volteggiavano con alte strida, come se le vecchie pietre che li lasciavano roteare senza parer vederli, divenute di colpo inabitabili e sprigionanti un principio d’agitazione infinita, li avessero percossi e respinti. Poi, dopo avere striato in ogni senso il velluto violetto dell’aria della sera, tranquillatisi bruscamente, tornavano ad immergersi nella torre, da nefasta ridivenuta propizia, qualcuno posato qua e là, senza parer muoversi, ma ghermendo forse un insetto, sulla punta d’una guglia, come un gabbiano fermo con l’immobilità d’un pescatore sulla cresta d’un onda.”

(Marcel Proust, Combray, 1913)


A smile, not a smile

maggio 30, 2019

… a smile – not a smile – I remember it, but I can’t explain.

Così Marlow chiosa, ricostruendo il primo incontro con il direttore della spedizione. La costruzione retorica della narrazione risulta spesso sfuggente. Il cuore di tenebra cui la scrittura rimanda, è un mistero. Orientare la lettura in una duplice tensione: chiaroveggenza e mistero ineludibile: sarebbe la vanga adatta per disotterrare il pensiero dello scrittore. Il visibile dentro cui è rintanata una forza oscena, crea vibrazioni dissonanti; il timore che qualcosa di impressionante possa capitare in qualsiasi momento, aleggia come un avvoltoio sui residui di razionalità europea. Lo scontro tra ordine e disordine, organizzazione dei ruoli e irrazionale forza aggregativa: i figli della ragione sbattono la testa sul muro altissimo dell’incoerente vitalismo dell’esistenza.

“It is funny what some people will do for a few francs a month. I wonder what becomes of that kind when it goes up country?” É un domana retorica che lo svedese, sono sue le parole, rilancia a Marlow. “I said to him I expected to see that soon” risponde lui con curiosità. Cosa diventa l’uomo quando abbandona la civiltà? La risposta è nelle parole di Kurtz: qualcosa di bestialmente vorace e luminoso, un trionfo mistificatore – The horror! The horror! Kurtz è il mago stregone colonizzatore bianco, ha stretto patti di convivenza con il lato oscuro del modo, per soggiogarlo e trarne utile commerciale: l’avorio.

“The other day I took up a man who hanged himself on the road. He was Swede too. Hanged himself! Why, in God’s name? I cried. He kept on looking out watchfully. Who knows? The sun too much for him, or the country perhaps.” Così conclude lo svedese. Uno si è impiccato, non ce l’ha fatta a resistere al sole, troppo caldo, oppure è stata la violenza del paese, l’esaltazione bruta, in una parola: l’orrore.


Voce (voice)

maggio 26, 2019
Joseph Conrad

I had never imagined him as doing, you know, but as discoursing. I didn’t say to myself, ‘Now I will never shake him by the hand,’ buta, ‘Now I will never hear him’. The man presented himself as a voice. Not of course that I did not connect him with some sort of action. […].That was not the point. The point was in his being a gifted creature, and that of all his gifts the one that stood out pre-eminentle, that carried with it a sense of real presence, was his ability to talk, his words – the gift of expression, the bewildering, the illuminating, the most exalted and the most contemptible, the pulsating stream of light, or the deceitful flow from the heart of an impenetrable darkness.

(Joseph Conrad, Heart of Darkness, 1899)

“Feci la strana scoperta di non averlo (Kurtz) mai immaginato intento a fare qualcosa, non so se mi spiego, ma solo a discorrere. Non mi dicevo: ‘Ora non lo vedrò più’, oppure: ‘Ora non potrò più stringergli la mano’. ma: ‘Ora non lo udrò più.’ Quell’uomo si presentava come una voce. Non che non lo collegassi con certe azioni, ovviamente. […]. Non era questo il punto. Il punto stava nel suo essere una creatura dotata, e tra tutte le sue doti quella che emergeva maggiormente, quella che suggeriva l’impressione di una reale presenza era la sua abilità discorsiva, le sue parole – il dono dell’espressione, stupefacente, illuminante, esaltante e spregevole al massimo grado, un fiume di luce pulsante o l’infido fluire da un cuore di impenetrabili tenebre” (trad. Rossella Bernascone)