Lunedì mattina

4 gennaio 2021

Dario in macchina, la radio accesa, le luci rosse d’arresto, in colonna. Piove e il vapore sale dal muso dell’auto. I vetri appannati limitano la visuale, i tergicristalli scandiscono la monotonia di questo lunedì mattina. Sono le otto e trenta, ma è come fosse d’inverno. Mattina bagnata. Ogni metro più avanti sbircia dentro l’abitacolo degli altri, cerca gli altri. Se riconosce gli il volto. E prova imbarazzo.

Gli occhi degli estranei non ti devono fissare.

Gli occhi degli altri non esistono finché non ti guardano.

Qualche altro metro in più, e uno con l’ombrello corre saltando una pozzanghera. Impermeabile scuro. La sigaretta accesa. Uscire dalla pioggia e bagnarsi, scolarsi, trovare riparo sotto un albero.  L’acqua scende giù come un peso leggero, non puoi muoverti, piove fitto col vapore del rombo del motore e le luci rosse e i fari nell’alba delle otto del mattino. 

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La regina degli scacchi, Walter Tevis

22 dicembre 2020

Da questa mossa, che è un sacrificio tattico, prende titolo il romanzo di Walter Tevis, Queen’s Gambit (1983), tradotto liberamente in Italia come La regina degli scacchi. Il titolo originale ha un significato ben più sottile di quello italiano che si propone di non spaventare il lettore. Tuttavia questo rimane un libro di tecnica scacchistica.


La vita di chi vuole raggiungere obiettivi eccezionali, coltivando un proprio talento, è sempre bivalente, fatta di successi clamorosi e sacrifici letali. Chi vince, ha qualcosa da perdere. Oppure: proprio chi ha già perso tutto, ha bisogno di vincere. Il sacrificio è il pane quotidiano di chi vuole andare avanti nella vita.
Questo il nocciolo della storia, per dare senso alle cadute, agli stati d‘ansia, ai rimedi dell‘alcol, e anche a un’affettività ferita. Sarà pur vero che per giocare a scacchi bisogna essere calcolatori, e controllare le emozioni. Si gioca con regole e pezzi di legno. Chi non controlla l’emozione, perde. I russi sono i migliori, monaci della scacchiera in borghese.
Nabokov, in La difesa Luzin (1964), aveva già scritto il romanzo di uno scacchista. Lì sono invisibili le partite sulla scacchiera. Anzi, per descrivere il movimento dei pezzi, si dice che il cavallo “galoppa”. Quello di Nabokov è un romanzo sul conflitto tra genio e normalità. Gli scacchi fanno da cornice. Differentemente in Tevis: la cornice, lineare e sottile, è il conflitto tra genio e normalità; il dipinto sono pagine e pagine di tecnicismi, come le perline di un rosario: tutta la faccenda (partite e tornei) sarebbe fin troppo didascalica, se non fosse valorizzata da una lingua filastrocca. Tevis trova un modo per evitare le lettere e numeri della codificazione scacchistica (Cavallo F6 per esempio) e descrive una continua litania di … pedone di alfiere di regina (che in inglese suona: queen bishop pawn) alternando per esempio con … pedone e4 (che in inglese suona pawn to king four, ovvero: pedone di re sulla casella quattro o non so come dire altrimenti), knight to king beshop three (che sarebbe Cavallo c3), cavallo di re che mangia il pedone della torre, e in questo vortice incantato, leggero e volubile, la partita ha un suono ipnotico, la scrittura trova una sua tensione di suono più che di senso. Dovremmo prendere una scacchiera, mettere su i pezzi e ricostruire tutto. Ma sarebbe un po’ troppo per i lettori di narrativa.

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L’inferno dei vivi

18 dicembre 2020

La ricostruzione del fatto di cronaca è esemplare. La strategia di narrazione – ellissi, reticenze, riprese, sospensioni, descrizioni, confessioni, autobiografia, intrecci di voci, un crescendo turbinoso a due voci proprio quando il turpe fattaccio criminale si rivela – è ritmo, agogica, per servire al lettore una ricca cena piccante. Il fatto di cronaca e l’iter giudiziario diventano narrazione.

I precedenti letterari, dove la narrazione è impalcatura di fatti di cronaca o storia accertati, sarebbero diversi. Dal Manzoni della Colonna Infame alla novella di Verga sui fatti di Bronte, Libertà, ricorderei pur nelle differenze I racconti di Ferrara di Bassani, e Primo Levi. Gomorra. Non vorrei sbagliarmi citando un altro Premio Strega: Albinati e La Scuola Cattolica. La narrazione della realtà entro cui si muove l’autore personaggio. E, il primo di tutti, Dante. Pure lì c’è storia, cronaca e autobiografia. Poi Sciascia, chiaramente, Le Parrocchie di Regalpetra. Un io dentro la cronaca documentata. Il romanzo della realtà. La vita che supera in eccezionalità l’immaginazione. L’impegno dell’intellettuale. E non si può non tracciare una linea di continuità: Pasolini – Siti- Lagioia, il racconto del vitalismo di una certa gioventù romana, dal dopoguerra alla società dell’immagine. Il contagio tra i livelli di società, l’alto e l’abbietto. Ma era già il citato Giovenale che riferiva di ricchi scostumati, e Petronio, benché abbia fatto muovere i suoi in città di matrice ellenica, fa ricco e osceno chi imita l’immagine dei nobili senatori di Roma, e fa parodia della morte stoica, da Seneca a Dalida. I soldi (il benessere) non sono mai stati garanzia di integrità morale. Anche i figli di papà non sono immuni da perversioni. In Giovenale e Petronio c’era però del moralismo. Qui no. L’autore vuole solo capire il perché e il come.

Ridurre un crimine così efferato e gratuito (la sentenza è chiara e inequivocabile) a una colpa di cui chiunque, per una serie di coincidenze, potrebbe macchiarsi, vorrei credere sia un modo semplicistico per avvicinare il libro al lettore. Gli individui prima di essere fenomeni di un contesto sociale ed economico, come barche in tempesta, hanno un marchio di fabbrica donato a loro dal maestro d’ascia (educazione), ed esercitano il libero arbitrio (cultura). L’inferno di Dante è popolato da anime che dell’arbitrio non seppero che farsene. Oppure di quanti, malamente servendosene, hanno lavorato per la città di Dite, quella delle anime infernali .

La città dei vivi di Lagioia è l’antifrasi del luogo della pace e del bene (Civitas Dei), anche se (o forse proprio per questo) a Roma abitano due papi. Uno sconvolgimento dell’ordine. Anche Dante percepì lo sconvolgimento dell’ordine universale al trasferimento della sede papale da Roma ad Avignone. E poi negli anni quaranta ci fu la peste a Firenze, e Boccaccio che restituì al caos ordine, usando tutta l’ingegneria del Decameron. Oggi l’epidemia del virus. E vorremmo che tanta stupidità umana, esercitata dalla malizia contro il prossimo, possa non rigenerarsi nei nuovi e migliori tempi che verranno. Stolta utopia.

Poi c’è un discorso sul cieco egoismo (narcisismo). Tutti pensano a sfangarla o dare un’immagine di sé positiva, anche quando parlano e straparlano della vita degli altri. E dal romanzo cronaca è immediato per il lettore curioso virare alle pagine Facebook di oggi, quelle al di qua del romanzo, googlare nomi e cognomi, percepire sempre quella stessa malattia dei tempi del farsi vedere e farsi sentire (a torto o a ragione). Essere attori di se stessi dinanzi alla platea dei like, foto e commenti. Inseguire l’immaginazione.
Ma cos’è la realtà a venti quasi trent’anni?
Senza un ideale, uno di quelli che è fatica e scintilla, luce e sacrificio, cos’è la realtà?


La rovina dell’amore, su Petrarca e Franco Arminio

16 settembre 2020

Francesco Petrarca si stringe nel ricordo di Laura, quand’anche la donna sia lontanissima e pure non più giovane. Il tempo fugge, e raspa l’avvenenza. Ma il poeta s’avvolge nell’immagine di quella Laura che aveva acceso l’incendio della passione. Il sonetto XC del Canzoniere è dedicato alla rovina della bellezza (così scrive Santagata nel suo L’amoroso pensiero), presentimento dell’inverno dell’età morta. Un sonetto sulla fine, che è invece celebrazione della bellezza divina: aura e lauro, natura, paesaggio, campagna, dolci e fresche acque, e azzurra vibrazione luminosa.

Quindi: Erano i capei d’oro a l’aura sparsi/ che ‘n mille dolci nodi gli avvolgea,/ e ‘l vago lume oltra misura ardea/ di quei begli occhi ch’or ne son sì scarsi … (I biondi capelli erano sparsi al vento, che li avvolgeva in mille dolci nodi, e ben oltre le umane qualità sfolgorava la luce scintillante di quegli occhi, che ora ne sono così poveri …). Laura è luce, vento, sole, amoroso raggio. Notte e pioggia scende e cade di contro alla solitudine, quando sconforto e rifiuto congela il cuore di Petrarca.

Franco Arminio sembrerebbe che costruisca visioni poetiche assommando ombra e luce. Rovina della carne e luce dell’estasi che lavorano sull’assolato mistero della bellezza. Rovina ed eternità amorosa, registrati con sensibilità contemporanea. Un ritrarsi e credere alla folgore. Scrive: Ora che non posso vederti/ mi piace immaginarti mentre guardi/ una vacca, un cane, un cardo./ Non so se lo ricordi/ il ramo storto dei miei sguardi. Come gran parte della tradizione lirica d’amore, pure classica, di ogni tempo, l’amore ha bisogno di rivelarsi in continuità con la natura, le leggi misteriose della vita. Anzi, toccando la natura il sentimento (passione e comunità) trova la Bella d’erbe famiglia e d’animali. Il ricordo dell’amata si rinforza accanto a un cardo, un cane, una vacca. Cose alte, altissime, e cose basse, di poco conto e impoetiche: la vacca e il cardo. La bellezza del sentimento e la rovina verso il basso, il ramo storto. L’aura che è Laura.

Ma a differenza dei tempi di Petrarca e Foscolo, non c’è natura oggi che non sia lontana da noi, qualora occidentali inurbati al novanta per cento. L’amore, che nell’artifizio intelligente e utilitaristico della città è fatto di carne, giuramenti sottoscritti e festeggiamenti, ha bisogno, per essere posseduto nell’espressione linguistica e poetica, di succhiare luce da un ramo storto, la cui incongruenza per noi è miracolosa, dai fiordi e dal grano, ma il grano il fiordo e il ramo storto non cambiano natura, a differenza del lauro e dell’aura. C’è una separazione tra noi e loro, gli extra umani.

E quindi: Non me lo scordo/ il tuo sesso profondo/come un fiordo. (da Cedi la strada agli alberi)

Separazione (noi e la natura) e mistero. La carne, chiamata per nome e cognome, e la natura così com’è. In mezzo, il legame sentimentale, il salto dell’immaginazione: la luce, che non è persona, ma stato di grazia.

©francescogianino


La scuola che stanca

12 settembre 2020

Thomas Bernhard e Peter Handke potrebbero avere più cose in comune, ma almeno due sono certe. Entrambi austriaci, tutt’e due poi non sono teneri nei confronti delle istituzioni culturali del loro paese. In Bernhard si leggono parole incendiarie verso la scuola. In Estinzione lo zio Georg confida al nipote che in Austria ho l’impressione, quando sono in treno, che nello scompartimento siedano solo titoli di professore e di dottore, non persone, che per le strade camminino solo orde di diplomi, non giovani, solo consiglieri di corte, non vecchi. Come mio padre aveva fatto con il diploma di licenza della scuola professionale per i lavoratori del legno, anche mio fratello aveva appeso alla parete sopra la sua scrivania il diploma di licenza della scuola forestale di Gmunden, in una spessa cornice, come se si trattasse di pale d’altare. la conclusione di quelle loro scuola, senza dubbio necessarie ma in tutto e per tutto ridicole, la sentivano come il culmine della loro vita. Tutto il mondo soffre della malattia dei diplomi e dei titoli, che rende impossibile una vita naturale. Ma nei paesi latini non si sono ancora raggiunte in questo campo, assolutamente, le estreme, deprimenti condizioni austriache e tedesche, diceva mio zio Georg (trad. Lavagetto).

La sensazione o la condizione di stanchezza per il premio nobel Peter Handke ci mette dinanzi ad un bivio che conduce in luoghi fertili e luminosi oppure territori incolti e inospitali. La scuola, naturalmente, rientra tra le esperienze più deprimenti. La stanchezza nelle aule con il passare delle ore mi faceva anzi al contrario diventare riottoso o arrabbiato. Era in genere meno l’aria viziata e lo stare stipati degli studenti a centinaia, quanto piuttosto la non partecipazione degli insegnanti alla materia che pure avrebbe dovuto essere loro. Mai più ho visto gente così inerte (trad. Picco). L’esperienza scolastica svilisce la vitalità dello studente.

A sentire parlar male della scuola, si finisce per crederci. Chiunque sia stato studente, ha avuto tra i tanti suoi insegnanti, due tre che esprimevano inerzia o apatia. E seppure da punti di osservazione e contesti culturali diversi, denigrare l’insegnamento è uno sport che viene bene a tutti. È divertente, vendicativo e innocuo, ma non fa bene alla professione. Ricordo un passo di Cicerone tratto dalle Tusculanae Disputationes (I,4). L’oratore difende la filosofia e il valore della cultura (a quei tempi prevalentemente in lingua greca) dal disprezzo che godevano presso le famiglie più aristocratiche di Roma. Non la poesia o la filosofia, ma i valori tradizionali formavano il giovane romano, futuro soldato e pater familias. I Catoni contro gli Scipioni. Philosophia iacuit usque ad hanc aetatem nec ullum habuit lumen litterarum latinarum […] Honos alit artes, omnesque incenduntur ad studia gloria, iacent ea semper quae apud quosque improbantur (La filosofia fino ad oggi è stata trascurata né ha mai ricevuto alcun lume dalla letteratura latina. Il prestigio è l’alimento delle arti, ed è il desiderio di gloria che spinge a praticarle, mentre sono abbandonate le attività in discredito presso le varie genti).

©francescogianino


Come non dimenticare un amore

26 agosto 2020

Una visita alla città di Roma rinnova l’ardore per le cose sante e sacre, la magnificenza della religione, le bellezza delle chiese e degli arredi, le cerimonie, il volto severo del Cristianesimo. A metà Trecento, Roma non era la Roma dei papi rinascimentali. Il poeta osserva le manifestazioni della santità e vorrebbe imitare lo spirito. Ma quello, nella finzione poetica e nella sostanza, è stato solo un viaggio per fuggire da altri pensieri, più per distrazione che per vocazione, e il mondo fa guerra nel cuore di Petrarca, ben schierato sotto l’insegna della sua Donna: Laura. Fare esperienza che la fuga, questa fuga, da un nemico (Laura) all’altro (Dio), non è il miglior modo per vincere un nemico amato, mette il poeta in agitazione. Impallidisce, s’agghiaccia dentro, trema e brucia, il ghiaccio della ragione morale e il fuoco del desiderio. Due forze opposte che si fanno battaglia, senza che vi sia vincitore.

L’aspetto sacro della terra vostra

mi fa del mal passato tragger guai,

gridando: sta su, misero: che fai?

E la via di salir al ciel mi mostra.

Ma con questo pensier un altro giostra,

e dice a me: perché fuggendo vai?

Se ti rimembra, il tempo passa omai

Di tornar a veder la Donna nostra.

I’, che ‘l suo ragionar intendo allora,

m’agghiaccio dentro in guisa d’uomo ch’ascolta

novella che di subito l’accora.

Poi torna il primo, e questo dà la volta.

Qual vincerà, non so; ma infino ad ora

Combattut’hanno, e non pur una volta.

(Francesco Petrarca, Sonetto XLIV)

La fuga non è sempre il miglior modo per sconfiggere un amore sgradito. Quia malum suum circumferenti locorum mutatio laborem cumulat, non tribuit sanitatem. A chi porta con sè il male, mutare luogo aumenta il travaglio, non dà la salute, dice Agostino nel Secretum. Qualche pagina avanti offre un consiglio pratico. Se fuga dev’esserci, deve avvenire senza la speranza del ritorno cosicché le difficoltà di una nuova vita avranno la forza di ridimensionare e sconfiggere il ricordo dell’amata. È un consiglio estremo. C’è stato un tempo chi, per affari di cuore, si arruolava nella Legione straniera oppure faceva biglietto solo andata per un’isola dei Caraibi. Ma Agostino afferma che chi fugge, se fuggire deve, è bene che scelga luoghi affollati. Tam diu cavendam tibi solitudinem scito, donec sentias morbi tui nullas superesse reliquias. Ubi enim rusticationes nichil tibi profuisse memorasti, minime mirari decuit. Sappi che per dimenticare un amore bisogna evitare la solitudine finché non si guarisce. Andare a vivere in campagna è servito a poco. Per fuggire dal male sei corso verso la morte! Morbum fugiens currit ad mortem!

Quisquis amas, loca sola nocent, loca sola caveto

Quo fugis? In populo tutior esse potes.

Ha scritto Ovidio nei Remedia amoris: nella folla, tra le pesone, potrai essere più sicuro. E ancora Petrarca in CCXXXIV: e ‘l vulgo a me nemico et odioso/ (ch ‘l pensò mai?) per mio refugio chero: / tal paura ho di ritrovarmi solo.

Un viaggio a Roma non è servito a cancellare la memoria di Laura.


Sulla meditazione.

24 agosto 2020

Nel secondo libro del Secretum di Francesco Petrarca, Agostino ribadisce il proprio ruolo di guida spirituale, e si appresta a fare l’elenco dei comportamenti che sono d’ostacolo ad una vita serena. Così come aveva fatto Virgilio con Dante, pur in modalità differente, anche Agostino guida Francesco attraverso i suoi peccati. Ma prima d’iniziare è fatta una premessa. Il nemico è invisibile, come un esercito la cui forza è sottostimata, eppure circonda e smantella a poco a poco le difese. La metafora bellica serve a mostrare quale sarà il compito della guida spirituale. Prima che ci sia la sconfitta, Agostino svelerà la natura del nemico in modo che il discepolo potrà essere iniziato alla filosofia etica. Videbis profecto cogitatio illa salubris, ad quam te nitor attollere, quot adversantibus cogitationibus victa sit. La meditazione capace di dare salute (cogitatio illa salubris) è disabilitata da un nemico subdolo e mascherato, che promette felicità ma produce infelicità. Il nucleo di tutto il dialogo che segue si può sintetizzare nella stigmatizzazione di ogni gesto o pensiero che ha come oggetto un bene materiale o anche un’abilità intellettuale come l’eloquenza o la scienza, lontane dalla luce della meditazione sulla morte.

L’iniziazione alla felicità è iniziazione alla filosofia etica. Memento moriri, dice il filosofo etico. È questa la pietra di paragone. Recto tibi invictoque moriendum est, scrive Seneca (ep. 37). Orgoglio e fierezza. Effugere non potest necessitates, potest vincere. La filosofia etica, anche quando non è intimamente ispirata da una teologia, è rinuncia delle passioni terrestri, come nel modello oraziano dell’aurea mediocritas. Affidare troppi pensieri alle cose della vita quotidiana, non ci solleverebbe dalle preoccupazioni e farebbe nascere inutili tensioni. Un pensare, invece, sotto l’ala protettrice della signora morte, è come volgere uno sguardo pacificato al mondo. Vide quos tibi mundus laqueos tendit, quot inanes spes circumvolant, quot supervacue premunt cure, dice Agostino. E Seneca aggiungerebbe: nascimur sine missione.

Petrarca non mette mai in dubbio la teologia cristiana. La fede cattolica del Petrarca è purissima, non veramente incrinata da alcun dubbio: talvolta si direbbe perfino più sicura di quella del teologo Dante, una verità interamente accolta e tranquilla. La sofferenza di Petrarca è nel dover riconoscere come male e come peccato ciò che alla sua terrestrità sensibile è più caro: nel dover sentire il male di amare Laura. (Flora).

E nei fatti, sapere che ciò che è nel mondo non dura, non abbatte o innalza Petrarca a una forma di misticismo religioso, se non si stima frutto di radicale spiritualità la cattedrale che Petrarca ha edificato usando il volgare fiorentino. Il discorso sull’eternità risulta sempre essere un po’ sbiadito e l’infelicità non nasce tanto dalla lontananza da Dio, quanto dalla difficile realizzazione di un mistico desiderio di esaltazione della dimensione terrestre. La gloria che varca i secoli è postuma, e Laura è stata un imperativo poetico. E il compromesso tra morte e immortalità ha prodotto la teologia del Canzoniere.


Come nuvole di carta

28 luglio 2020

di Riccardo Viagrande

Un bellissimo romanzo assolutamente da leggere: Come nuvole di Cotone di Antonella Carta. Il sogno di mio padre quando ero piccolo era di inseguire le farfalle con me. Col tempo, ci ha rinunciato. A occhi chiusi io rincorro ancora farfalle.Così si presenta, nella pagina iniziale, il protagonista del romanzo di esordio di Antonella Carta pubblicato di recente da Mursia. Chiamato con l’appellativo di Capitan Uncino per via di una protesi, una penna speciale con la quale picchetta sulla tastiera, il nostro protagonista è un diciassettenne disabile la cui teoria è espressa nella formula: per vedere bisogna chiudere gli occhi. In effetti il Capitano, pur nella sua condizione di disabilità, riesce non solo a stabilire un forte legame con la realtà, favorito dalla famiglia, e, in particolar modo, dal fratello Tullio, dalla psicologa Cristella e da amici e compagni di classe, ma affronta anche le problematiche legate alla crescita, scandagliando il suo animo e quello delle persone che gli stanno intorno attraverso una visione che va ben oltre le apparenze. Vera e propria finestra sull’adolescenza, le cui tematiche vengono affrontate con la finezza di una madre e di una docente, Come nuvole di cotone è un romanzo nel quale si riflette l’esperienza professionale e umana di Antonella Carta che ha restituito sulla pagina degli squarci di vita reale. Scritto in prima persona con un tono autoironico, il romanzo, inoltre, si impone per una scrittura scorrevole che rende piacevole la lettura a un pubblico di adulti, ma soprattutto di adolescenti per i quali riveste valore educativo nella misura in cui li aiuta a risolvere i problemi della loro età.


The sense of Julian Barnes

15 luglio 2020

The sense of an ending è un romanzo di Julian Barnes pubblicato nel 2011. La materia della narrazione è la più tradizionale: un tizio ricorda gli anni trascorsi a scuola, i compagni di classe, i professori, le relazioni di amicizia, le ragazze. La giovinezza, insomma. Lo scrittore, che coincide con la voce narrante in prima persona, si sofferma a lungo nel ripercorrere le fasi di una intensa relazione sentimentale conclusasi con una rottura improvvisa. Poi il romanzo riprende l’andamento memorialistico, dagli anni sessanta fino ai giorni d’oggi. Tony, così si chiama, si è fatto una famiglia, ha una figlia, ha poi divorziato, ed ha raggiunto l’etâ della pensione. Sembrerebbe che la storia finisca qui, invece siamo ancora a pagina sessanta, e il romanzo di pagine ne ha altre novanta circa. Cos’è che rimanne da dire?

Tutto si svolge come se un vecchio amico si sedesse con te al bar e cominciasse in tutta sincerità a raccontarti la propria storia. Ma ad un certo punto deve cambiare la versione dei fatti: costretto a rispondere al telefono qualcuno gli rivela qualcosa per cui, terminata la conversazione, questo vecchio amico ricomincia a raccontarti di nuovo tutto, modificandone la valutazione, le cause, il contesto. E poi, quando sembra che tutto abbia finalmente un capo e una coda, il tuo vecchio amico riceve un messaggio tanto sconvolgente che lui, che in realtà è una persona che non vorrebbe mai ingannare se stesso o gli altri, si ritrova a dare ancora un’altra versione di quel momento così significativo della propria esistenza. Uno stupido, penserai. Eppure, quante cose ci siamo raccontate solo dal nostro punto di vista e non abbiamo avuto più l’opportunità di risalire la corrente del tempo e potercele raccontare come si deve, per fare onore alla verità? La narrazione porta con sè un vizio. Il punto di vista assunto per senso di colpa, per immaturità, per convinzione, oppure semplicemente per pigrizia o senso di sopravvivenza. Ogni storia d’amore, quando la si racconta ad altri o a se stessi, è fatta di frammenti, immagini rassicuranti o minacciose, alcune pagine rimangono in bianco, altre sono così fitte di parole da lasciare perplessi lo stesso autore.


I segreti del giovedì sera

8 luglio 2020

Pietro “è stanco di questo capitalismo delle emozioni, quest’obbligo coatto alla felicità, che infatti è chiamata benessere, perché il benessere lo puoi vendere e la felicità no…”. E Mauro ” la notte dorme pochissimo, guarda in tv gli oceani che si asciugano e i pesci che nascono ermafroditi, e quando esagera con la grappa vede gli Ufo nel suo giardino”.

Come lettore ho subito percepito una catastrofe in corso, il capovolgimento dell’ordine. I gatti osservano divertiti l’affanno degli umani che incasellano, definiscono, trattengono come sanno fare, con parole e numeri, la vita. E tutto (relazioni, affetti, malattie, decadimento fisico, felicità, amore, dolore, tradimento) potrebbe essere incorniciato dentro una similitudine linguistica o una riparazione. Anche le cose inanimate abitano un funerale o un rito d’iniziazione. I romanzi, il cinema, la psicologia, il sapere tecnico e settoriale, l’informatica e il mondo delle Applicazioni, sono come manuali da cui tirare fuori i perché delle scelte, e quindi ammorbidire la caduta. L’ironia colta e raffinata di Elvira, protagonista e autrice, sa sempre trovare una via d’uscita, anche dall’imbarazzo.

La macchina del romanzo, in un lungo ed inesorabile crescendo, descrive le relazioni di un gruppo di quasi sessantenni professionalmente affermati con un presente affettivo ordinariamente in crisi. Quindi le discussioni su cosa sia l’amore, sul come gestire i rapporti, strategie di dialogo per mantenere viva l’amicizia tra donne, e le segrete confessioni tra amici e amiche. Ci si aspetterebbe uno spazio dedicato ai ricordi, al “come si era”, la celebrazione del passato. E invece nel tramonto dell’impero il riflettore è puntato sui desideri. Perché questi quasi sessantenni è come se avessero trent’anni, e il corpo ne insegue i salti mortali. Personaggi con la volontà di essere all’altezza dei tempi che corrono, e quindi ancora una volta contemporanei, molto più di quanto lo sarebbe un trentenne per anagrafica.

Non ci sono nonni. I figli vivono lontano e sono impegnati a cercare lavoro oppure a studiare. L’idea della fuga è coltivata dai padri e dalle madri che guardano al futuro. Verso la fine del romanzo, seduti al tavolo di un ristorante intorno al Castello Ursino, Elvira e Cesare sentono odore “di barbecue, di triglia bruciata. Olio caldo sulle bruschette”, in contraddizione con altri odori svaporanti che appartengono a quel quartiere della città, e che da sempre celebrano una gastronomia tipicamente etnea. È una rimozione oppure una semplice scelta narrativa?

Catania vive negli ultimi anni una forte divisione tra una parte della società colta, i professionisti, e quella più popolare, i commercianti. E l’identità della città dinamica e produttiva in senso tradizionale è spostata nel romanzo dentro un’economica globale. Catania, luogo dell’innovazione e della tradizione, si trasforma in una bizzarra capitale europea, dove i giovani e gli anziani vanno via, ma allo stesso tempo potrebbero ritornare dopo aver vissuto in Giappone.

Ma in questa Catania che è un Occidente di secondo grado, quasi un surrogato dell’originale smart, c’è anche un’unicità, un aspetto incomparabilmente proprio che è in tutto quanto non appartiene alla civiltà, all’umano. La forza vitale della natura. Il mistero e l’enigma della vita e della morte nel succedersi degli eventi atmosferici. Il caldo e il freddo, le fiamme e il gelo, la nebbia miracolosa, le piogge torrenziali, la pazzia del clima, il ciclone: il senso di una catastrofe che contravvenendo alle leggi della civiltà, spazzi via tutto questo festival dello ‘stare insieme’ codificato e mentalizzato, e ristabilisca il giusto equilibrio al battito del cuore. I gatti stanno a guardare, spiano sempre. E in attesa del disastro che riassesti gli astri (profeticamente e lentamente in corso in questi giorni di Covid), la protagonista ascolta i silenzi metafisici tra le pietre di un castello antico di fronte al mare. E poi fa la propria scelta.