Nella colonia penale, Kafka

Il racconto Nella colonia penale di Franz Kafka è davvero crudele e spaventoso. E non per ciò che si legge sin dalle prime pagine – la descrizione della macchina della morte – ma per come, nello sviluppo, la verità acquisisca una luce spietata e reazionaria. L’inscrizione sulla pelle della legge, tortura e illuminazione nel dolore, sembrerebbero la rappresentazione di un sistema sociale o statale che persegue strade limacciose e disumane pur di affermare una umanità o una speranza di verità; tolto il rapporto sadico tra potere e subordinato – legge e disobbedienza – qualora la giustizia cominci ad essere giusta e democratica, subentra il caos, il disordine manipolabile dalla rivoluzione: una nuova burocrazia in cui la giustizia diventa violenta, irrituale e incomprensibile. Il viaggiatore, responsabile di questo ribaltamento, non vuole continuare la rivoluzione, e lascia l’isola.
Kafka forse vuole dire che, dal suo punto di vista, l’umanizzazione dell’amministrazione della legge, le forme di democrazia o potere al popolo, sono una discesa verso il caos in cui il carnefice diventa vittima, e si elimina un sistema per istituirne un altro in cui all’individuo, nella sofferenza, è tolta la possibilità di vivere una propria verità. 

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L’insostenibile leggerezza della vita

L’innesto si intitola la commedia di Pirandello che apre il secondo volume delle opere teatrali nell’edizione Mondadori. È la storia di una donna sposata e di un marito impotente. Un giorno Laura è violentata da uno sconosciuto che dopo l’atto fugge. Rimane incinta e il marito vorrebbe costringerla all’aborto. Laura rifiuta e accetta il figlio come un frutto dell’amore coniugale.

Il tema affrontato è l’irrompere violento della natura, la sua forza, che guasta e rovina un ordine fondato sulla razionalità e il buon senso, la convenzione e il rispetto della consuetudine sociale. Le regole della città vengono sovvertite da quelle della natura.

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Il bello, il buono e Pirandello

La commedia O di uno o di nessuno è inserita nell’edizione Mondadori delle opere teatrali di Luigi Pirandello subito dopo la versione in italiano di Liolà con testo a fronte in bellissimo siciliano agrigentino. Queste sono due opere scritte in periodi diversi: la prima durante la guerra mondiale, la seconda durante il primo dopoguerra, in pieno fascismo.

Come è solito in Pirandello, l’impressione che si riceve dalle sue storie è dell’esistenza di una necessità civile che è regola delle relazioni umane, necessità anche tragica, contro cui il protagonista si inventa una soluzione di libertà, di sopravvivenza bizzarra e stravagante. Un tizio che vorrebbe possedere la patente di jettatore, per esempio; l’altro che cambia identità per cambiare vita.

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I fantasmi di Librino, Spanò

Il primo dei cinque racconti che compongono la raccolta è un colpo di mortaretto: quel boom esploso in aria quando è ancora giorno, prima che la festa inizi. E basta quel fuoco, chiamiamolo, di cannone, perché tutto cambi: tutto ciò che prima era aria indifferente di giornate feriali, il cuore sente essere diventata qualcosa di non comune. Sentiamo l’odore della festa, la trasfigurazione delle ore.

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Una raggiante Catania, Trischitta

Questa non è una recensione. A pagina 137 l’autore scrive che due checche di Enna “si presentarono con un ragazzo arabo. Mi chiesero una tripla. Erano raggianti e profumati”. È l’unica occorrenza dell’aggettivo raggiante. Viene usato in senso figurato, per descrivere chi nell’atteggiamento mostra una intensità di sentimento e una felice esaltazione, in questo caso sessuale.

L’aggettivo che ritrovo nel titolo al fianco della denominazione della città siciliana avrebbe però anche un senso antifrastico. Amaro e ironico. Certo, potrebbe riempire d’orgoglio il provincialismo etneo: la convinzione, radicata come fosse l’amore per la madre, che non esistano città più belle e vivibili della nostra. Anche se motivi che gonfiano la superbia ce ne sarebbero, a buon diritto; a libro concluso invece, nella storia raccontata, di raggiante non c’è nulla. O meglio, ci sarebbe un’illusione figlia di altre illusioni o effervescenze. Pietra lavica e barocco nero a parte, unico bagliore è stato quel quinquennio, più o meno al tempo di Bianco, Sgalambro (filosofo inceneritore di pratiche sociali comunitarie) e Battiato: per il resto è raccontata una ‘educazione sentimentale’ sullo sfondo di crimini, uccisioni di mafia, operazioni edilizie, comunità sradicate e l’abbattimento della vita del quartiere di San Berillo (come fosse l’abbattimento di un cattivo cavallo, aggiungo metaforicamente, da cui trarre altro profitto).

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Sulla bellezza

In Properzio (I, 2) la bellezza di Cinzia non ha bisogno di artifizi, acconciature elaborate, abiti leggeri e svolazzanti, profumi orientali: non ha bisogno di assumere atteggiamenti da forestiera. La bellezza di Cinzia non si serve di ornamenti o comportamenti che non le appartengono. Amore non ama ciò che è bello e artificioso, ma la naturalezza. L’amore è nudo.

Nudus Amor formae non amat artificem

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Linea intera, linea spezzata, De Angelis

Continua la scrittura intorno la morte, che vuol dire anche fare memoria, ricordare i momenti di vita, la linea intera, prima che questa venga spezzata. Sembra che sia ancor più del volume poetico del 2015, una raccolta di incontri e rivelazioni. Aleggia una modalità dantesca. L’ambiente non è il mondo ultraterreno, ma i luoghi della città rivissuti attraverso la memoria o la presenza, e in questi il poeta incontra amici, amori oppure se stesso, colti in un momento significativo e paradigmatico. Nella sezione Aurora con rasoio è come inoltrarsi nella selva dei suicidi. La forma poetica sceglie un andamento orizzontale, prediligendo lo spazio metrico anziché quello delle strofe o del verso tradizionale.

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Incontri e agguati, De Angelis

Sono poesie legate tra loro dal tema della morte (Mondadori, 2015). Chi fa l’agguato alla vita è la morte, in guerra permanente con l’esistenza. Inizialmente si cerca un accordo col nemico, si fa una trattativa di pace, ma col tempo i patti vengono infranti e la morte intona la sua canzone in re, dominatore assoluto dell’universo. La minaccia dell’agguato, s’intende, le ferite di guerra, la morte di amici e affetti famigliari, segnano la vita. 

Questo il tema dominante delle prime due sezioni del libro (Guerra di trincea e Incontri e agguati). La terza sezione (Alta sorveglianza) è affidata al racconto sempre in forma poetica di un femminicidio, articolato tra la voce di un professore, il poeta, che lavora presso il carcere di massima sicurezza di Milano – Opera, e la confessione dell’omicida già condannato. Gli incontri a cui fa riferimento il titolo dell’opera sono invece ricordi anche commossi di amici o famigliari; e prevale la luce della vita, quand’anche questa proietti ombre e ferite.

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Nosferatu non esiste, Accardi

Nosferatu non esiste - Andrea Accardi - Libro - Arcipelago Itaca - | IBS

Poesie raccolte intorno ad alcune idee ricomposte in maniera romanzesca dal titolo Nosferatu non esiste (Arcipelago Itaca 2021). Il lettore intanto si sposta tra diversi luoghi, dalla ragnatela delle quattro pareti di una casa patria, fino a Bruxelles, nel comune di Molenbeek-Saint-Jean. Il luogo di partenza potrei immaginare essere la luce della Sardegna, i paesi che finiscono in spiaggia. Azzardo l’omissis: Cagliari. Poi spadroneggia Palermo, e la spiaggia senza tempo e vacanziera di Mondello. Per somiglianza altre spiagge benché provinciali suggerisce ai miei ricordi questa toponomastica: quelle del ragusano, così alla moda e vampirizzate da geometri e villeggianti, quanto desolate in eterna giacenza extra umana (sole, pineta, sabbia, mare, pescherecci all’orizzonte, erba infestante nei vicoli più stretti, qualche petroliera come vascelli d’esistenze eroiche fluttuanti, fabbrica ex di ex mattoni in una ex vita) che fanno sentire noi umani davvero come le formiche in una ipotetica (o reale) canzone di Battiato: vanno e vengono per ferragosto, s’attendano, e non sanno perché mettere casa sulla sabbia per una notte, trovare patria e libertà sotto le stelle tra il comune far finta di niente.

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Cento sonetti indie, Alvino

Al poeta si può incolpare la mancanza di coraggio nel forzare l’illusione, non la sincerità dell’intenzione. La colpa è non essere stato meno sincero di quanto la sincerità imponesse. Rompere gli argini e farci cadere a testa in giù in un inferno incantato. Non lo ha fatto, anche se aveva carta bianca. Forse la pandemia, forse la sua verità lo ha fregato.

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