Il mestiere del professore (11)

(compagni di scuola)

Ancora Shakespeare, Giulio Cesare. Siamo verso la fine. La battaglia di Filippi ha incoronato il vincitore. Al disonore della resa Bruto sceglie l’onore della morte. Chiede a Volunnio, suo servo, di stringere la spada.

“Buon Volunio, tu sai che noi andammo a scuola insieme: per quel nostro stesso antico amore, ti prego, tieni tu l’elsa della mi spada, mentre io mi ci getto sopra”

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Il mestiere del professore (10)

(Il coraggio)

‘Abbi il coraggio di essere te stesso, continua a scrivere’. Così un professore incoraggia un suo studente nel racconto di Marco Lodoli, Il maestro. E lo studente, infervorato da queste parole, si rovina l’esistenza inseguendo una vocazione letteraria che non gli appartiene.

Bisogna vigilare sulle parole. Le parole pronunciate in classe disegnano la mappa del futuro. Giunti al bivio ci fermiamo e nel dubbio ricordiamo il percorso ideale che qualcuno avrebbe tracciato per noi quando eravamo soltanto promesse.

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Il mestiere del professore (9)

(Compagni di classe)

«Che uomo rude è diventato costui! Era d’animo vivace quando era a scuola». Sono le parole che pronuncia Bruto nella tragedia Giulio Cesare di Shakespeare. Bruto critica il comportamento sospettoso di Casca che declina un invito a cena con una certa ironia (- volete desinare con me domani? – Sì, se sono vivo, e non cambiate di parere e il vostro desinare valga la pena di mangiarlo). Cassio interpreta il comportamento reticente come una forma di autodifesa: per quanto Casca assuma un’aria annoiata e d’apatia, tuttavia la sua «rudezza è il condimento del suo vivace ingegno che dà alla gente stomaco per digerire le sue parole con miglior appetito».

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Il mestiere del professore (8)

(Alzare la mano)

Omar Pamuk nel libro autobiografico Istanbul (2003) racconta che quando frequentava le scuole elementari alzava sempre la mano. Sempre, anche se non aveva idea di quale fosse la risposta corretta alla domanda: alzava la mano per farsi notare. Desiderava essere lodato dalla maestra, desiderava essere incluso nel mondo della maestra.

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Il mestiere del professore (7)

(La valutazione)

L’essenza del mestiere del professore si mantiene viva nella memoria, per quanto sia sfuggente e misteriosa. I ricordi d’esperienze recenti o lontane fanno da bussola. Non c’è una scienza che impartisce istruzioni per il successo didattico. La scienza offre strumenti (un metodo), il professore opera secondo modalità anche imprevedibili perché adattate alla caratteristica unica di ogni studente. E la sostanza dell’insegnamento può essere trattenuta, per quello che vale, solo dalla memoria, quindi dalla scrittura. 

Ogni esperienza d’insegnamento è inimitabile a differenza degli esperimenti scientifici, e il richiamo alla memoria per stabilire riferimenti d’orientamento ha valore sentimentale, edificante o denigratorio. La memoria non è fedele alla vita vissuta, e come un velo giustapposto mostra le luci più brillanti e trascura le ombre, ciò che si nasconde alla coscienza. Nondimeno la memoria riduce e semplifica l’esperienza in immagini e idee, e possediamo solo queste due cose, immagini e concetti, per costruire un discorso intorno  all’esperienza del mestiere del professore. 

Milo de Angelis in Linea intera, linea spezzata (Mondafori, 2020) ha composto una poesia dal titolo Scrutinio finale. È il ricordo di un’emozione: la presa visione dello studente dei voti di fine anno.

La valutazione è un’arma facile da usare e tremenda: si mira alla testa e si spara. Il colpo arriva, e può fare male, e fa male anche solo immaginarlo.

In Scrutinio finale il poeta ricorda il momento in cui (il tu svolge anche funzione di prima persona) entra a scuola e va a vedere i voti pubblicati dietro la bacheca impolverata. Nella confusione lo studente è stordito dall’inquietudine dell’attesa, e legge un voto scintillante, e si sente solo, protagonista e reale tra la calca delle teste. La valutazione è un’arma. È una ghigliottina o l’apoteosi, e nella memoria l’emozione si è cristallizzata come un istante in cui il tempo diventa una spina e può trafiggerti.

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Il mestiere del professore (6)

(Il maestro del professore)

I professori non hanno avuto alcun maestro. Non come gli avvocati, i dottori, i falegnami, i musicisti e così via. Questi prima di svolgere la loro professione hanno conosciuto una persona che gli ha illuminati avviandoli al mestiere.  I professori della scuola invece hanno fatto un po’ come i calciatori. Tanti ragazzini hanno seguito la scuola calcio, hanno partecipato ai tornei, hanno esordito in promozione, altri poi sono passati al professionismo. Se chiedessimo a un calciatore chi sia stato il suo vero maestro, avrebbe difficoltà a rispondere. Messi era già Messi prima di giocare nel Barcellona. Chi ha insegnato a Maradona a tirare i calci di punizione? Anche il più scarso calciatore è già un calciatore nel momento in cui per la prima volta un allenatore lo ha inserito tra i titolari e ordina: corri e fai goal. 

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Il mestiere del professore (5)

(La prima lezione dell’anno)

Il primo giorno di scuola è un evento straordinario per tutti. Il docente riavvia la macchina dell’insegnamento rimasta inattiva per tre quattro mesi. Lo studente ritorna in classe, saluta i compagni e sta lì seduto con le vibrisse tremule, sensibilissimo. Gioca a guardie e ladri, e fa il palo: guarda, spia, pensa, ripensa ai buoni propositi. Si guarda intorno, in silenzio, cerca di capire come cavarsela anche quest’anno. Pertanto, la classe durante la prima lezione dell’anno ha un comportamento inattendibile, truccato dall’aspettativa e dalla simulazione: far bella figura, non mostrarsi per quanto si vale. Il silenzio in aula è irripetibile, memorabile. L’attenzione totale. Grande la suscettibilità. Quindi il primo giorno è il giorno in cui il docente dovrà lasciare un segno per farsi ricordare, e mostrare il proprio marchio di fabbrica: da qui in avanti la classe non sarà più la stessa.

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Il mestiere del professore (4)

(Il programma)

L’obiettivo principe di ogni professore è svolgere fino in fondo il programma come prescritto dalle indicazioni ministeriali. E premetto: i programmi intesi come un rigido elenco vincolante non esistono più da almeno venti anni.

Fare una lettura delle indicazioni ministeriali, anche se non si è del mestiere, aiuta a comprendere in cosa consiste la libertà d’insegnamento. Il docente non è libero nella scelta degli obiettivi formativi (il saper leggere scrivere e far di conto, per intenderci, variati con molteplici sfumature) ed è in parte costretto nella scelta dei contenuti (per esempio non potrebbe cambiare un certo ordine cronologico degli autori della letteratura italiana, anche se, seguendo una logica formativa e tematica, potrebbe presentare un po’ di Montale al terzo anno e riprendere un po’ di Cavalcanti al quinto); ma è libero di scegliere il modo con cui pervenire a un obiettivo disciplinare. Come una guida turistica, considerati gli strumenti a disposizione e soprattutto il divertimento da assicurare ai turisti, è libera di scegliere l’aereo, il treno, il cavallo oppure il cammello, la canoa, la nave, per raggiungere la meta; così Il professore decide il percorso: cosa far studiare, come far studiare, perché far studiare e quando far studiare un determinato argomento. Solo l’obiettivo rimane intatto, e lo raggiungerà seguendo una propria cognizione del mestiere del professore.

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Il mestiere del professore (3)

(Il rientro dalle vacanze)

Al rientro dalle vacanze i professori sono perlopiù abbronzati. Parlo di professori accordando il genere maschile solo per convenzione grammaticale: il discorso è rivolto indiscriminatamente a professori e professoresse che nel mondo della scuola sono numerosissime. La scuola è femminile, direi donna.

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Il mestiere del professore (2)

(Della solitudine)

 

Un’altra suddivisione più oggettiva è quella che considera il modo in cui il professore è riuscito a conquistarsi la cattedra. Quindi ci sono i supplenti, dunque i vincitori di concorso oppure i convocati  dal provveditorato su graduatoria. Il mantenimento della cattedra non dipende dal merito, anzi questo non è mai preso in considerazione. I professori, a tempo parziale o di ruolo, sono tutti sulla carta meritevoli e come tali termineranno la carriera. L’istituzione che arruola il personale è indifferente alla qualità, non chiede conto dell’operare, ma dei risultati. I risultati sono i numeri delle valutazioni. Neanche il cosiddetto anno di prova è una vera valutazione delle qualità dell’insegnamento. Se nella sostanza la richiesta di merito è sempre un atto formale, mai sostanziale, il professore, a qualsiasi categoria appartenga entra in classe e il suo operato ha un solo valutatore reale e informale: lo studente e i relativi genitori. E d’altra parte chiedere alla vittima di essere carnefice è una pratica masochista. 

Queste piccole distinzioni vogliono mettere in luce un fatto incontestabile: la solitudine del docente.

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