Appunti di lettura del romanzo La più amata di Teresa Ciabatti.
La scrittura non si regge da sola. Provate a prendere una pagina a caso, leggerla, non ha presa. Difficile antologizzare. È necessario andare indietro o avanti, perché ciò che vale non è la SCRITTURA, ma la storia. La SCRITTURA, cioè la qualità delle immagini che la scrittura dipinge sono insipide e nominali (volutamente). Ma c’è un rapidissimo flusso narrativo, ovvero una storia che non distrae. Se il romanzo ha qualcosa che lo fa leggere, questa è la storia e un senso continuo di disillusione. La disillusione, e quindi un certo distacco emotivo dalla vita: e questo colora la storia di nero.
È un romanzo nero.

“I tre anni di medie sono un crescendo di divieti: niente uscite con le amiche, né feste di compleanno. Io a Port’Ercole vado a scuola, fine. Il motivo è che mamma e papà si sono resi conto, o qualcuno glielo ha detto, che nella scuola sul mare i ragazzi sono svegli: sesso, droga, gira anche la droga, Renzo! Li sento discutere: abbiamo sbagliato a mandarla laggiù, dobbiamo salvarla. Solo che io non voglio essere salvata, io voglio rimanere nella scuola sulla collina, con gli amici che mi amano, e il mare, e gli scoiattoli. Sono felice, mamma, papà, per la prima volta in vita mia, piango tragica, sono una donna felice.”
“La spigola, quell’ombra grigia profilata nell’azzurro, avanza verso di lui e pare immobile, sospesa, come una fortezza volante quando la vedevi arrivare ancora silenziosa nel cerchio tranquillo del mattino. L’occhio fisso, di celluloide, il rilievo delle squame, la testa corrucciata di una maschera cinese – è vicina, vicinissima, a tiro. La Grande Occasione. L’aletta dell’arpione fa da mirino sulla linea smagliante del fucile, lo sguardo segue un punto tra le branchie e le pinne dorsali. Sta per tirare – sarà più di dieci chili, attento, non si può sbagliare!- e la Cosa Temuta si ripete: una pigrizia maledetta che costringe il corpo a disobbedire, la vita che nel momento decisivo ti abbandona. Luccica lì, sul fondo di sabbia, la freccia inutile. La spigola passa lenta, come se lui non ci fosse, quasi potrebbe toccarla, e scompare in una zona d’ombra, nel buio degli scogli.”
“Denique illud etiam debes cogitare, non te tibi soli gloriam quaerere: quot si esset, tamen non negligeres, praesertim cum amplissimis monumentis consecrare voluisses memoriam nominis tui; sed ea est tibi comunicanda mecum, prodenda liberis nostris. In qua cavendum est ne, si negligentior fueris, non solum tibi parum consuluisse sed etiam tuis invidisse videaris”
“Al ritorno la vista degli uomini e della vita, per quanto fioca nella cittadina deserta, mi riconfortò nuovamente: così la vista d’un albero, nudo nell’inverno, contro alcune luci del tramonto. Sempre gli alberi mi commuovono, risvegliando le immagini del passato con grande potenza: hanno forza di suscitare idee e ricordi e stati d’animo per me quasi vicina a quella della musica. Da bambini li veneravo, li guardavo con amore; sempre fui loro amico.”
“Io non ritengo che si possa ‘pensare’ al di là di una tradizione e di una terminologia. La tradizione è un misero resto, un cumulo di macerie, eppure non conosco punto d’appoggio migliore. L’idiozia di alcuni frammenti presocratici, ridotti a informe balbettio, riflette adeguatamente il senso di rovina. Di ciò che è rimasto dopo l’urto del tempo. Il presocratismo, come tendenza odierna, non ne coglie la fondamentale ‘idiozia’. Si tratta di vedere il mattino del pensiero, dice qualcuno. I brividi degli inizi non impressionano il filosofo smaliziato, che vede invece il ‘destino’ del pensiero in ciò che esso è diventato. La malinconia dei colori sbiaditi, la patina di vecchio, il pallore del pensiero che fu. Non è ‘l’inizio’ il vero problema. Quanto alla terminologia filosofica, è una salvaguardia di cui non si può gare a meno. Immaginare di pensare senza di essa è impossibile. Voglio ancorarmi a un esempio che vale per tutti: per un teologo Dio è un termine tecnico, non un pezzo di carne. Ciò che fece parte di una storia vivente ora fa parte di una terminologia. In ultimo restano i ‘termini’.
“Nei trasporti d’amore, nelle conversazioni coll’amata, nei favori che ne ricevi, anche negli ultimi, tu vai piuttosto in cerca della felicità di quello che provarla, il tuo cuore agitato, sente sempre una gran mancanza, un non so che di meno di quello che sperava, un desiderio di qualche cosa, anzi di molto di più. I migliori momenti dell’amore sono quelli di una quieta e dolce malinconia dove tu piangi e non sai di che, e quasi ti rassegni riposatamente a una sventura e non sai quale. In quel riposo la tua anima meno agitata, è quasi piena, e quasi gusta la felicità.Così anche nell’amore, ch’è lo stato dell’anima il più ricco di piaceri e d’illusioni, la miglior parte, la più dritta strada al piacere, e a un’ombra di felicità, è il dolore”
“Non so se io abbia più sete di acqua o più sete di musica o più sete di libertà. Sento il sole dietro le imposte. Sento che c’è un’afa di marzo chiara e languida sul canale. Sento che è bassa marea. La primavera entra in me come un nuovo tossico. Ho le reni dolenti, in una sonnolenza rotta di sussulti e di tremori”