Fiore

22 marzo 2017

IMG_3922-1Chissà da quanto tempo non vengono aperte queste imposte? Dentro è buio ancora, e fuori le ore hanno infuriato. Come un volto trasformato dagli anni, segnato da rughe; un corpo inclinato dalla malattia: le ossa lentamente si sono inclinate, la tessitura muscolare si sforza a mantenere diritta la struttura. Ma accanto a questo lento declino c’è un fiore spontaneo, che vorrebbe addolcire la rovina, e ferma il tempo, e pronuncia il suo per sempre.


Alfieri e l’amicizia.

19 marzo 2017

vittorio_alfieri(Alfieri, Vita, II, cap. XV). Mi vengono delle domande, forse contorte. Alfieri ancora ventenne e ricco si è impelagato in una storia con una donna più grande (“attempatetta”), una storia contraddittoria da cui il futuro grande Alfieri non riesce a uscire fuori, pur essendo trattato, diremmo oggi, come un tappetino, da questa “odiosamata signora”, vicina di casa, a Torino. Quindi, giunto alla risoluzione di rompere siffatto legame, Vittorio decide di trovare un diversivo. Come dimenticarla? Cerca un diversivo che lo tenga impegnato mentalmente, ma anche fisicamente. Per tenere impegnata la mente decide di scrivere, anzi completare per bene quella che sarà la sua prima tragedia, la Cleopatra; per quanto riguarda il diversivo fisico, cioè per evitare di continuare a vederla, lei che abitava a due passi dalla sua porta di casa, Vittorio chiede aiuto a un amico. Non ad un amico qualsiasi, ma ad uno di cui si fida. E qui la mia riflessione.
Di chi si fida Alfieri? Leggi il seguito di questo post »


Aeneis, IX, vv.1-30

19 marzo 2017

IMG_0124La faccio lunga, tanto è l’ora del pensieri notturni, un pensiero un po’strapalato forse, ma lo metto qui, ad uso e consumo di chi vuole. Leggo Virgilio. Turno è stato raggiunto da Iride, inviata da Giunone. Iride lo sprona affinché assalga, in assenza di Enea, l’accampamento troiano.
Turno quindi, dinanzi all’apparizione prodigiosa della divinità, decide di attaccare il nemico. Sequor omina tanta, quisquis in arma vocas, questa la motivazione della sua scelta. Dopo di ciò attinge con entrambe le mani dell’acqua corrente del fiume, vicino Ardea, di cui era re, e pronuncia i voti agli dei. La scena termina con la brevissima descrizione dell’esercito in marcia, e la similitudine del verso 30 e seguenti (l’esercito nel muoversi ricorda l’impeto del fiume Gange alimentato dai suoi sette affluenti, o il fiume Nilo che, dopo aver straripato, ritorna nell’alveo).
Questi primi trenta versi del libro IX dell’Eneide mi hanno spinto a una mezza riflessione. Spesso per quanto nella vita si possa scegliere con logica e consapevolezza, capita che i fattori non presi in considerazione risultino più decisivi. E qualche volta, pur avendo preso tutte le precauzioni, è il caso o la fortuna a decidere per noi. Non sempre, ma qualche volta, e soprattutto quando non possiamo avere tutto sotto controllo, come fossimo in battaglia. E altre volte, una scelta fatta per passione e irrazionalità, risulta più vincente rispetto a quella razionale e ponderata. Turno lo sa, sa che ogni scelta ha un margine di errore, e che l’unico modo per essere sicuri di aver scelto bene è seguire l’irrazionale. Se qualcosa di misterioso e di irrazionale mi smuove e dà la forza per mettere su un esercito, allora è arrivato il momento di scegliere.
Certo, Turno morirà. Ma non è importante questo. Poteva vincere. Il duello finale con Enea deciderà il destino di Roma. Ma ciò che mi interessa sottolineare è il fatto che la scelta della guerra sia stata fatta perché Turno è stato convinto da un prodigio, l’apparizione di Iride, appunto. Senza prodigio, egli non si sarebbe mosso. Sarebbe stato meglio, direbbe qualcuno. No, perché non sarebbe stato Turno e io non potrei ricordarlo. Essere il nemico dell’eroe principale, anche questo è un privilegio.
Il prodigio (omen) smuove Turno; il prodigio, un’altra apparizione smuoverà Paolo di Tarso; quanti prodigi o meglio convinzioni tutte soggettive e scientificamente indimostrabili smuovono le persone a progettare e realizzare i propri sogni? Sequor omina tanta, quisquis in arma vocas …


Quod egimus certum est

23 aprile 2012

Cosa serve per sbrinare il frigo? Basterebbe non tenere bassa la temperatura, alzare il tiro, riacciuffare quanto è rimasto sospeso in una bolla di temperatura ardente. Gatsby è un eroe romantico e assurdo. Un pazzo che s’inventa un’esistenza per riappropriarsi del passato. Il tempo scorre inutilmente, il passato è l’unica certezza. Sono cinque anni, cinque anni senza Daisy. Nel frattempo si è fatto ricchissimo, vive apparentemente da Trimalcione, ha assunto i valori di una società cinica e disinvolta: atteggiamento indispensabile per coronare il suo sogno puro e incontaminato. Qualcosa di struggente e incomprensibile sprigiona dalle pagine di Scott Fitzgerald, insofferenza e ammirazione per Gatsby, un insopportabile sbruffone, un delinquente esibizionista, eppure un idealista solitario e triste, una sorprendente anima superiore. Imbalsamare il passato edificando un tempio senza età, coltivare una memoria cieca e assurda, un accanimento contro la vita, questo fa Gatsby; così come la sua malinconica appartiene a noi che viviamo ruderi e campagne, che di vita hanno solo il ricordo della gioventù e degli anni trascorsi. La musica cambia, il tono è incomprensibilmente interrogativo. Quanta bellezza, questo mare, queste pianure, abbandonati e sognati. Ci vorrebbe un grande, magnifico, Gatsby, che faccia i conti coi propri sogni, e che non vada via, per fare l’amore con altri occhi. Noi siamo romantici e imbalsamatori, che vorremmo vivere stanze diroccate, con quel battito di cuore che scioglie lacrime di tempo andato. E pur sapendo quanti mostri crei la solitudine di un cuore desolato, il nostro amore continua a essere rivolto a scheletri e carcasse sfatte; come se avessimo facoltà di vedere fantasmi anziché ossa, sentire emozioni anziché odori. Daisy, la nostra Daisy, è cinica, falsa, una donna sconfitta e stanca, e il bene per lei non è la reincarnazione di un sentimento enorme, della giovinezza eterna; è farsi turista di se stessa.

Ecco che noi così disprezziamo Daisy per quanto sia possibile disprezzare la bellezza di una donna; e sentiamo profonda comunanza con Gatsby. Sappiamo di essere passato e che nulla come allora è talmente vero e genuino. Quod egimus certum est, e lì riposa la nostra divinità, tutto ciò che potrebbe dare senso all’esistenza. La vita è un continuo andare a ritroso, togliersi di dosso inganni e pose estetiche, e ritornare al punto in cui la via si è smarrita perché qualcosa di molto triste ci ha preso per mano per ricordarci chi non potremmo mai essere.