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Provincia Letteraria

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  • Chi sono
  • Sulla meditazione.

    Nel secondo libro del Secretum di Francesco Petrarca, Agostino ribadisce il proprio ruolo di guida spirituale, e si appresta a fare l’elenco dei comportamenti che sono d’ostacolo ad una vita serena. Così come aveva fatto Virgilio con Dante, pur in modalità differente, anche Agostino guida Francesco attraverso i suoi peccati. Ma prima d’iniziare è fatta una premessa. Il nemico è invisibile, come un esercito la cui forza è sottostimata, eppure circonda e smantella a poco a poco le difese. La metafora bellica serve a mostrare quale sarà il compito della guida spirituale. Prima che ci sia la sconfitta, Agostino svelerà la natura del nemico in modo che il discepolo potrà essere iniziato alla filosofia etica. Videbis profecto cogitatio illa salubris, ad quam te nitor attollere, quot adversantibus cogitationibus victa sit. La meditazione capace di dare salute (cogitatio illa salubris) è disabilitata da un nemico subdolo e mascherato, che promette felicità ma produce infelicità. Il nucleo di tutto il dialogo che segue si può sintetizzare nella stigmatizzazione di ogni gesto o pensiero che ha come oggetto un bene materiale o anche un’abilità intellettuale come l’eloquenza o la scienza, lontane dalla luce della meditazione sulla morte.

    L’iniziazione alla felicità è iniziazione alla filosofia etica. Memento moriri, dice il filosofo etico. È questa la pietra di paragone. Recto tibi invictoque moriendum est, scrive Seneca (ep. 37). Orgoglio e fierezza. Effugere non potest necessitates, potest vincere. La filosofia etica, anche quando non è intimamente ispirata da una teologia, è rinuncia delle passioni terrestri, come nel modello oraziano dell’aurea mediocritas. Affidare troppi pensieri alle cose della vita quotidiana, non ci solleverebbe dalle preoccupazioni e farebbe nascere inutili tensioni. Un pensare, invece, sotto l’ala protettrice della signora morte, è come volgere uno sguardo pacificato al mondo. Vide quos tibi mundus laqueos tendit, quot inanes spes circumvolant, quot supervacue premunt cure, dice Agostino. E Seneca aggiungerebbe: nascimur sine missione.

    Petrarca non mette mai in dubbio la teologia cristiana. La fede cattolica del Petrarca è purissima, non veramente incrinata da alcun dubbio: talvolta si direbbe perfino più sicura di quella del teologo Dante, una verità interamente accolta e tranquilla. La sofferenza di Petrarca è nel dover riconoscere come male e come peccato ciò che alla sua terrestrità sensibile è più caro: nel dover sentire il male di amare Laura. (Flora).

    E nei fatti, sapere che ciò che è nel mondo non dura, non abbatte o innalza Petrarca a una forma di misticismo religioso, se non si stima frutto di radicale spiritualità la cattedrale che Petrarca ha edificato usando il volgare fiorentino. Il discorso sull’eternità risulta sempre essere un po’ sbiadito e l’infelicità non nasce tanto dalla lontananza da Dio, quanto dalla difficile realizzazione di un mistico desiderio di esaltazione della dimensione terrestre. La gloria che varca i secoli è postuma, e Laura è stata un imperativo poetico. E il compromesso tra morte e immortalità ha prodotto la teologia del Canzoniere.

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    24 agosto 2020
    agostino, canzoniere, petrarca, secretum, seneca

  • Crooner

    Anche nel breve racconto Crooner di Kazuo Ishiguro, una vicenda privata si articola nei confini delle dinamiche politiche di una società. L’assetto culturale ed economico di un luogo influenza i sentimenti e la felicità del singolo individuo. E il ripiegamento nostalgico verso un mondo che non c’è più non sopravvive in una società in cui la libera circolazione di merci ed idee provoca continui cambiamenti dello stile di vita. In Ishiguro emerge un’incompatibilità sentimentale con il cambiamento. I suoi personaggi non vogliono sradicarsi, perché nel passato, benché autoritario e inclemente, ritrovano l’essenza di un’autenticità. Il cantante confidenziale Tony Gardner in crisi professionale ha messo sul conto della rinascita artistica anche la separazione dalla moglie. Look at the other guys, the guys who came back successfully. Every single one of them, they’ve remarried. Twice, sometimes three times. Every one of them, young wives on their arms. E rivolgendosi all’interlocutore, un musicista dell’est europa, dice: My friend, you come from a communist country. That’s why you don’t realise how these things work. Non c’è moralismo, ma contrapposizione tra una società in cui si cambiano le cose che si amano (You change the way you are. You even change some things you love) e la confortante rigidità delle dittature.

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    21 agosto 2020
    crooner, ishiguro, noctunes

  • Da Carver a Sgalambro

    Il racconto Blackbird pie di Raymond Carver rappresenta il momento esatto in cui una donna dice addio al proprio marito. Scrive una lettera e, mentre lui la legge nella propria stanza, lei, ben vestita, con la valigia pronta, esce di casa e lo pianta. Fuori c’è la nebbia e un insieme di altre cose che non sto qui a riassumere. Il perché della separazione non è ben chiaro, sembrerebbe che il marito sia sempre stato un po’ distratto. La solitudine, come un’infida malattia, ha fatto il suo corso.

    My wife had non friends here in the contry, and non one came to visit. Franckly, I was glad for the solitude. But she was used to having friends, used to dealing with shepkeiper and tradesman. Once upon a time a house in the country would have been our ideal – we would covetedsuch an management. Now I can see it wasn’t such a good idea. No, it wasn’t. La vita solitaria è stato un errore.

    Alla fine del racconto, la voce narrante dichiara: to take a wife is to take a history. I understand that I’m outside history now. Autobiografy is the poor men’s history. L’autobiografia è la storia dei poveri. Ricordo un passo di Manlio Sgalambro (non saprei riportare adesso la citazione con maggior cura), ma la sostanza del contenuto è un elogio della vita matrimoniale, come unica occasione per essere in relazione con l’altro e fare esperienza della realtà. Prendere moglie è come entrare nella storia a testa alta. Perdere la moglie significa trovarsi improvvisamente a giocare in panchina, fuori dalla storia (I’m outside history now). Chi vuole ripercorrere le fasi del matrimonio, andrà a leggere ciò che è rimasto scritto, its scraps and tirades, its silence and innuendos. Ma senza moglie non ci sono litigi e notizie frammentarie da ricostruire. C’è solo quello che ci raccontiamo da soli, l’autobiografia: e l’autobiografia è appunto la storia dei poveri.

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    19 agosto 2020
    blackbird, carver, sgalambro

  • Boxes

    Una madre si lamenta continuamente col figlio, ripete che la città in cui vive è invivibile, fredda e inospitale (She said if this weather didn’t improve she was going to kill herself), e lo dice fino all’esasperazione. Si è trasferita da appena un anno. E Jill, la compagna del figlio, non sopporta l’invadenza della suocera. Il figlio, pur infastidito, ha una grande pazienza. Cerca di parlarle per telefono, ma allo stesso tempo preferisce farle visita il meno possibile. Ma adesso la madre li ha invitati a un pranzo, l’ennesimo pranzo, e stavolta è un’occasione speciale perché è un pranzo d’addio. La madre andrà a vivere lontano, in California. Il figlio è preoccupato, anche se non nasconde un certo sollievo, la lontananza potrebbe concedere un po’ più di respiro alla loro relazione. Ma non è solo un fatto di spazi e invadenza. Benché il carattere scontroso e irritante sembra contraddirla, la madre soffre la solitudine. Vorrebbe amare ed essere voluta bene, ancora. Il figlio ricambia, è vero, ma si posiziona tra due fuochi: l’insofferenza proverbiale di Jill, la nuora, e l’aggressività della suocera. Il figlio, che è la voce narrante, è un uomo equilibrato, paziente, ascolta, osserva, capisce tutto questo, ma non si ribella, convive con la guerriglia quotidiana della compagna e della madre. Affronta le situazioni dalla giusta distanza. Anche se il momento dell’addio è vissuto con sentimentalismo (My mother holds my arm… She says, “let me hug you once more. Let me love your neck. I know I won’t see you for a long time.” She puts an arm around my neck, draws me to her, and then begins to cry. […] I’ll miss you, honey). L’ultimo saluto, poi lei alza il finestrino dell’automobile e parte. È quasi un addio tra marito e moglie. Perché in quel momento lui incarna l’assenza del marito. E allora anche in California la madre continuerà quindi a chiamare per telefono il figlio, lamentandosi sempre del clima e delle persone. Nulla in lei è cambiato. E lui, per starle vicino, fa una cosa nuova, usa una parola (a sweet name), che è una parola d’amore, ed è la stessa con cui suo padre le parlava.

    Il racconto si intitola Boxes e fa riferimento alle scatole che la madre ha riempito per portarsi tutto in California. Sono rimaste sparse sul pavimento per diversi mesi, finché non si decide a partire. Ma non serve a nulla cambiare luogo,  se si rimane in compagnia della propria inquietudine. Ciò che manca nel figlio e in Jill, credo, sia un gesto risoluto e generoso. Avrebbero potuto invitare la donna a vivere con loro, sotto lo stesso tetto, e forse lei avrebbe cambiato atteggiamento. La consapevolezza della necessità di un gesto d’amore crea un’illusione. Oppure è l’inizio di una relazione più serena. Ma credo che nel mondo raccontato da Carver venga fatto uno sforzo immenso nel comunicare i sentimenti e cambiare la qualità dei rapporti interpersonali. E Comunque (come anche nel racconto Intimacy) il non detto è sempre più drammatico delle parole che volteggiano nell’aria.

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    15 agosto 2020
    Boxes, carver, elephant, love, mother

  • Come nuvole di carta

    di Riccardo Viagrande

    Un bellissimo romanzo assolutamente da leggere: Come nuvole di Cotone di Antonella Carta. Il sogno di mio padre quando ero piccolo era di inseguire le farfalle con me. Col tempo, ci ha rinunciato. A occhi chiusi io rincorro ancora farfalle.Così si presenta, nella pagina iniziale, il protagonista del romanzo di esordio di Antonella Carta pubblicato di recente da Mursia. Chiamato con l’appellativo di Capitan Uncino per via di una protesi, una penna speciale con la quale picchetta sulla tastiera, il nostro protagonista è un diciassettenne disabile la cui teoria è espressa nella formula: per vedere bisogna chiudere gli occhi. In effetti il Capitano, pur nella sua condizione di disabilità, riesce non solo a stabilire un forte legame con la realtà, favorito dalla famiglia, e, in particolar modo, dal fratello Tullio, dalla psicologa Cristella e da amici e compagni di classe, ma affronta anche le problematiche legate alla crescita, scandagliando il suo animo e quello delle persone che gli stanno intorno attraverso una visione che va ben oltre le apparenze. Vera e propria finestra sull’adolescenza, le cui tematiche vengono affrontate con la finezza di una madre e di una docente, Come nuvole di cotone è un romanzo nel quale si riflette l’esperienza professionale e umana di Antonella Carta che ha restituito sulla pagina degli squarci di vita reale. Scritto in prima persona con un tono autoironico, il romanzo, inoltre, si impone per una scrittura scorrevole che rende piacevole la lettura a un pubblico di adulti, ma soprattutto di adolescenti per i quali riveste valore educativo nella misura in cui li aiuta a risolvere i problemi della loro età.

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    28 luglio 2020
    adolescenza, antonella carta, come nuvole di cotone

  • The sense of Julian Barnes

    The sense of an ending è un romanzo di Julian Barnes pubblicato nel 2011. La materia della narrazione è la più tradizionale: un tizio ricorda gli anni trascorsi a scuola, i compagni di classe, i professori, le relazioni di amicizia, le ragazze. La giovinezza, insomma. Lo scrittore, che coincide con la voce narrante in prima persona, si sofferma a lungo nel ripercorrere le fasi di una intensa relazione sentimentale conclusasi con una rottura improvvisa. Poi il romanzo riprende l’andamento memorialistico, dagli anni sessanta fino ai giorni d’oggi. Tony, così si chiama, si è fatto una famiglia, ha una figlia, ha poi divorziato, ed ha raggiunto l’etâ della pensione. Sembrerebbe che la storia finisca qui, invece siamo ancora a pagina sessanta, e il romanzo di pagine ne ha altre novanta circa. Cos’è che rimanne da dire?

    Tutto si svolge come se un vecchio amico si sedesse con te al bar e cominciasse in tutta sincerità a raccontarti la propria storia. Ma ad un certo punto deve cambiare la versione dei fatti: costretto a rispondere al telefono qualcuno gli rivela qualcosa per cui, terminata la conversazione, questo vecchio amico ricomincia a raccontarti di nuovo tutto, modificandone la valutazione, le cause, il contesto. E poi, quando sembra che tutto abbia finalmente un capo e una coda, il tuo vecchio amico riceve un messaggio tanto sconvolgente che lui, che in realtà è una persona che non vorrebbe mai ingannare se stesso o gli altri, si ritrova a dare ancora un’altra versione di quel momento così significativo della propria esistenza. Uno stupido, penserai. Eppure, quante cose ci siamo raccontate solo dal nostro punto di vista e non abbiamo avuto più l’opportunità di risalire la corrente del tempo e potercele raccontare come si deve, per fare onore alla verità? La narrazione porta con sè un vizio. Il punto di vista assunto per senso di colpa, per immaturità, per convinzione, oppure semplicemente per pigrizia o senso di sopravvivenza. Ogni storia d’amore, quando la si racconta ad altri o a se stessi, è fatta di frammenti, immagini rassicuranti o minacciose, alcune pagine rimangono in bianco, altre sono così fitte di parole da lasciare perplessi lo stesso autore.

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    15 luglio 2020
    il senso di una fine, julian barnes, romanzo, the sense of an ending

  • Un romanzo online

    Alla fine del racconto c’è un link che apre una finestra su Tanita Tikaram che canta accompagnata da una tessitura minimale di pianoforte ed archi Valentine heart, I want to see you again. E certo, rileggere il ventiseiesimo capitolo, La controra, del romanzo online di Veronica Tomassini tenendo a mente tanta ardente nostalgia e le regioni del cuore di cui la musica ha svelato le coordinate geografiche, è come montare la cornice ad un quadro. La musica ha sempre quella misteriosa forza che rianima la circolazione del sangue ad un cuore pigro, acciuffa per i capelli e t’infila la testa dentro il forno. E le figure della breve narrazione si trovano miracolosamente immerse nella luce della misericordia. O quanto meno, l’invocazione alla misericordia, perché su tanta vitalità e bellezza si accanisce la dipendenza dalla droga, spetta a noi. E siamo noi lettori a chiedere perdono per questi affamati di ossa e carne, reietti armati di menefreghismo sociale, bruciati dalla dipendenza come i girasoli dal sole pazzo della controra. Jean Genet avrebbe sorriso, e forse approvato.

    VERONICA TOMASSINI INEDITA. FOREVER – CAPITOLO 26

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    9 luglio 2020
    la controra, online, satisfaction, veronica tomassini

  • I segreti del giovedì sera

    Pietro “è stanco di questo capitalismo delle emozioni, quest’obbligo coatto alla felicità, che infatti è chiamata benessere, perché il benessere lo puoi vendere e la felicità no…”. E Mauro ” la notte dorme pochissimo, guarda in tv gli oceani che si asciugano e i pesci che nascono ermafroditi, e quando esagera con la grappa vede gli Ufo nel suo giardino”.

    Come lettore ho subito percepito una catastrofe in corso, il capovolgimento dell’ordine. I gatti osservano divertiti l’affanno degli umani che incasellano, definiscono, trattengono come sanno fare, con parole e numeri, la vita. E tutto (relazioni, affetti, malattie, decadimento fisico, felicità, amore, dolore, tradimento) potrebbe essere incorniciato dentro una similitudine linguistica o una riparazione. Anche le cose inanimate abitano un funerale o un rito d’iniziazione. I romanzi, il cinema, la psicologia, il sapere tecnico e settoriale, l’informatica e il mondo delle Applicazioni, sono come manuali da cui tirare fuori i perché delle scelte, e quindi ammorbidire la caduta. L’ironia colta e raffinata di Elvira, protagonista e autrice, sa sempre trovare una via d’uscita, anche dall’imbarazzo.

    La macchina del romanzo, in un lungo ed inesorabile crescendo, descrive le relazioni di un gruppo di quasi sessantenni professionalmente affermati con un presente affettivo ordinariamente in crisi. Quindi le discussioni su cosa sia l’amore, sul come gestire i rapporti, strategie di dialogo per mantenere viva l’amicizia tra donne, e le segrete confessioni tra amici e amiche. Ci si aspetterebbe uno spazio dedicato ai ricordi, al “come si era”, la celebrazione del passato. E invece nel tramonto dell’impero il riflettore è puntato sui desideri. Perché questi quasi sessantenni è come se avessero trent’anni, e il corpo ne insegue i salti mortali. Personaggi con la volontà di essere all’altezza dei tempi che corrono, e quindi ancora una volta contemporanei, molto più di quanto lo sarebbe un trentenne per anagrafica.

    Non ci sono nonni. I figli vivono lontano e sono impegnati a cercare lavoro oppure a studiare. L’idea della fuga è coltivata dai padri e dalle madri che guardano al futuro. Verso la fine del romanzo, seduti al tavolo di un ristorante intorno al Castello Ursino, Elvira e Cesare sentono odore “di barbecue, di triglia bruciata. Olio caldo sulle bruschette”, in contraddizione con altri odori svaporanti che appartengono a quel quartiere della città, e che da sempre celebrano una gastronomia tipicamente etnea. È una rimozione oppure una semplice scelta narrativa?

    Catania vive negli ultimi anni una forte divisione tra una parte della società colta, i professionisti, e quella più popolare, i commercianti. E l’identità della città dinamica e produttiva in senso tradizionale è spostata nel romanzo dentro un’economica globale. Catania, luogo dell’innovazione e della tradizione, si trasforma in una bizzarra capitale europea, dove i giovani e gli anziani vanno via, ma allo stesso tempo potrebbero ritornare dopo aver vissuto in Giappone.

    Ma in questa Catania che è un Occidente di secondo grado, quasi un surrogato dell’originale smart, c’è anche un’unicità, un aspetto incomparabilmente proprio che è in tutto quanto non appartiene alla civiltà, all’umano. La forza vitale della natura. Il mistero e l’enigma della vita e della morte nel succedersi degli eventi atmosferici. Il caldo e il freddo, le fiamme e il gelo, la nebbia miracolosa, le piogge torrenziali, la pazzia del clima, il ciclone: il senso di una catastrofe che contravvenendo alle leggi della civiltà, spazzi via tutto questo festival dello ‘stare insieme’ codificato e mentalizzato, e ristabilisca il giusto equilibrio al battito del cuore. I gatti stanno a guardare, spiano sempre. E in attesa del disastro che riassesti gli astri (profeticamente e lentamente in corso in questi giorni di Covid), la protagonista ascolta i silenzi metafisici tra le pietre di un castello antico di fronte al mare. E poi fa la propria scelta.

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    8 luglio 2020
    Catania, catrastrofe, elvira seminara, i segreti del giovedì sera, quasisessantenni

  • Ricordati di Bach

    Il romanzo ha un inizio lento, benché la scrittura sia di quelle veloci, funzionali alla storia. Scritto in prima persona, Cecilia ricorda gli anni della prima giovinezza, tutti spesi nello studio della musica e del violoncello. Il romanzo, che per dichiarazione dell’autrice è in gran parte autobiografico, ha un vero protagonista, che credo non sia una persona, ma un’idea di didattica della musica. Insomma, ciò che rende il libro bello e intenso non sarebbe lo stile, da cui poche volte emerge una voce inimitabile. Ma il valore paradigmatico di quanto si racconta, ricco di tanti dettagli di cui soprattutto chi ha praticato o vissuto insieme a un musicista di strumento ad arco, riesce a cogliere l’autenticità. Tutto il contorno di finzione, i personaggi secondari, l’amore e gli affetti familiari, il mistero intorno alla vita del maestro, sarebbero avvolti dall’ambiguità, lasciando alle terre fertili della reticenza ogni migliore definizione dei caratteri, luoghi e relazioni. Eppure …

    Quanto rende bello il libro non sarebbe nulla di ciò che possa essere incluso nella categoria del letterario (una “voce autentica” che costruisce uno spazio d’esistenza), ma il valore di testimonianza di un’idea di insegnamento, che potrebbe essere estesa anche ad altri ambiti disciplinari, laddove ci sia sempre un maestro e un discepolo, un insegnante e uno studente.

    Quindi: come è possibile che una bambina con difficoltà d’articolazione alla mano possa diventare una violoncellista, anzi una grande musicista? Il libro contiene una risposta che nella sostanza, tra i non addetti ai lavori, è anti convenzionale ed avrebbe il sapore delle cose “vere”. Ogni musicista vive una continua sfida con i propri limiti: dover adattare l’anatomia del corpo a quella dello strumento, smussare le sporgenze, affondare le mani nel cuore dell’arte. La lettura del romanzo allora acquista un valore metaletterario e il discorso si sposta su un contenuto ‘forte’.

    Ovvero: qual è il ruolo di ogni maestro?

    Il maestro ha una sua ‘visione’, e prepara un percorso di studi modellato con la personalità, il carattere, fisico e morale, dello studente. Contro il destino (il destino non ha colori: anche quello più nero può essere squarciato da una luce accecante) non ci si accanisce, le difficoltà possono diventare possibilità. L’espressività e l’intonazione sono qualità ben più importanti della forza e della resistenza. E così, il maestro osserva l’allievo, vince i pregiudizi; è ministro di un ideale, e come un profeta, dal tempio della musica, sfida il tempo, e scommette sul futuro.

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    3 luglio 2020
    alice cappagli, conservatorio, einaudi, maestro, musica, ricordati di bach, Ricordatidibach, violoncello

  • Le prime dieci pagine di Almarina.

    Potrebbe essere un buon titolo per un buon libro, interessante captatio benevolentiae del lettore. Invece stai leggendo degli appunti sulle prime pagine di un romanzo finalista al premio Strega 2020. Potrebbe essere una mia stravaganza quella di parlare di ciò che non conosco a fondo, eppure sin dalle prime pagine è possibile indovinare il contenuto di un intero volume. E dopotutto le introduzioni e gli incipit sono fatti anche per questo.

    Prima pagina: il luogo geografico dell’ambientazione citato nel primo rigo. È Napoli. Di questa città tutti sanno fin troppe cose. Sia chi abbia letto la Ortese oppure abbia visto un film sulla camorra. L’autrice scrive in prima persona, e afferma che qualcosa le grava addosso con riferimento indiretto alla città, ma più letteralmente alla vista di un palazzaccio al cui piano inferiore si trova l’obitorio (morgue) dell’ospedale. Poi ci viene descritto un ricordo: la protagonista è già stata lì tre anni prima per riconoscere il corpo del marito. Quel giorno era arrivata ultima in ospedale, le sorelle del marito invece erano in prima fila. Arrivata ultima perché non era stato possibile rintracciarla. L’hanno chiamata ma lei afferma che non rispondevo, come non risponderó alla maggior parte delle chiamate fondamentali all’esistenza. 
    E aggiunge, con enfasi: Perché insegno nel carcere minorile di Nisida e il mio cellulare squilla nella cassetta di sicurezza all’ingresso, dove il regolamento vuole che stia.

    Di questo romanzo non so nulla se non ciò che sto leggendo ora e appunto in questa pagina, pur riconoscendo che potrei incorrere ad errori di interpretazione. Credo che emergano chiaramente i temi della storia: Napoli (non folkloristica ma plumbea, secondo una tradizione letteraria firmata già da Bernari nel 1934), la morte violenta del marito, le sorelle del marito (quelle cesse delle mie cognate), l’insegnamento in un carcere minorile.

    Nuovo capoverso. La donna ha trascorso una notte insonne, esce e va in tribunale, lunga descrizione del luogo. Quì rivede Almarina, emergono ricordi. Qui termina il prologo, nove pagine formato e-book. Perfetto. Di Almarina, che suppongo sarà la vera protagonista della storia, non so ancora nulla. Lei ha sorriso alla professoressa, come l’ha notata nell’aula del tribunale, e possiede la luce del futuro negli occhi. L’incipit del primo capitolo è un classico: “Mi chiamo Elisabetta Maiorano…”, il lettore intuisce che la vita di Elisabetta Maiorano s’intreccerà con quella della sua studentessa detenuta (?) Almarina, all’interno di una relazione non solo educativa o scolastica. E se Elisabetta è una donna in crisi, Almarina possiede la forza della giovinezza, o ben altro.
    Una nota caratteriale di Elisabetta: definisce subito i perché delle cose. E questo, più che un aspetto psicologico o cognitivo, sembra essere una caratteristica dello stile della narrazione.
    Faccio un esempio di ciò che io chiamerei la pillola del giudicare.
    Pag 2: “non era un ospedale qualunque, non lo fu più dopo che ci avevo trovato mio marito, morto…”, il periodo termina con una similitudine che alleggerisce l’affermazione , “il viso come se ci avessero passato sopra del talco”. 

    “Le sue sorelle, decise a detenere da lì in avanti il primato del dolore, così come in passato, per cose futili, ne avevano detenuto il monopolio”

    Pag 3 “… non risponderó alla maggior parte delle chiamate fondamentali all’esistenza. Perché insegno nel carcere minorile di Nisida, e il mio cellulare squilla nella cassetta di sicurezza…”

    “Ognuno di noi stava dove doveva stare …”
    “Napoli è una città che ci sa fare con la morte…”

    Pag. 4 “ le donne si vestono per celebrare”.
    Pag. 8 “Almarina non aveva ricordi così “

    E così via: giudizi, certezze, fino alla sentenza, quindi il parlare conciso ed efficace (l’apoftegma, credo si dica in retorica).

    In attesa di leggere per intero il romanzo, mi chiedo come sia possibile una scrittura in cui, pur eliminando il punto di vista onnisciente della terza persona narrante, questo non ritorni così forte dentro una prima persona. E quindi vorrei che in questo romanzo si dimostrasse, contro le certezze e i modi indicativi del pensiero, che Napoli è una città che non ci sa fare con la morte; che ognuno sta dove non dovrebbe stare; che le donne non si vestono per celebrare; che Almarina ha ricordi come quelli della Maiorano (Maiorino forse era una professoressa tanto amata da un professore in un film…); che la Maiorano risponde alle chiamate fondamentali dell’esistenza; che le sorelle del marito non vogliono detenere il primato del dolore. E nel capovolgere il punto di vista, non si usi la figura retorica dell’apoftegma, ma la pillola del giudicare venga preparata dal lettore stesso, come quando un tempo il farmacista preparava la dose curativa nel retro della bottega.

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    24 giugno 2020
    almarina, einaudi, premio strega 2020, romanzo, valeria perrella

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